Calo complessivo a livello nazionale stimato in -10mila ettari, forte preoccupazione

Riso: crolla la produzione italiana a causa del conflitto in Ucraina. Stop all’import selvaggio 

Settore strategico su cui grava la concorrenza sleale delle importazioni low cost dai paesi asiatici

 

L’aumento record dei costi di produzione provocato dalla guerra in Ucraina taglia le semine di riso con un calo stimato di diecimila ettari in Italia.

 

E’ la Coldiretti a lanciare l’allarme con i terreni coltivati che quest’anno passeranno da 227mila ettari a 217mila, con un impatto drammatico su un settore strategico per l’economia e l’approvvigionamento alimentare del Paese dove si raccolgono 1,5 milioni di tonnellate di risone all’anno, oltre il 50% dell’intera produzione Ue, con una gamma varietale unica e fra le migliori a livello internazionale.

 

“Una buona notizia è l’arrivo della pioggia con previsioni di quattro giorni di precipitazioni e instabilità diffusa con frequenti acquazzoni che salvano le semine primaverili di riso, girasole, mais e soia – ha affermato il Presidente Coldiretti Alessandria Mauro Bianco -. Lo scenario resta preoccupante: a causa del conflitto i consumi alimentari mondiali potrebbero nel tempo spostarsi in diversi paesi dal grano proprio al riso, secondo il dipartimento dell’agricoltura statunitense (Usda) che evidenzia come i mercati cerealicoli globali sono stati colpiti dall’invasione russa dell’Ucraina e dalla quasi completa cessazione delle esportazioni di grano da quel Paese”.

 

A pesare è l’esplosione dei costi energetici con aumenti record che vanno dal +170% dei concimi al +129% per il gasolio, secondo l’analisi Coldiretti.

 

“Per cercare di contrastare l’aumento dei costi di produzione bisogna lavorare fin da subito sugli accordi di filiera che sono uno strumento indispensabile per la valorizzazione delle produzioni nazionali e per un’equa distribuzione del valore lungo la catena di produzione – ha aggiunto il Direttore Coldiretti Alessandria Roberto Bianco -. A rischio, quindi la sopravvivenza delle nostre aziende con, in provincia di Alessandria, circa 7.900 ettari coltivati a riso, per una produzione di 568.338 quintali, concentrati nella zona del Casalese. Ma sul riso italiano grava anche la concorrenza sleale delle importazioni low cost dai paesi asiatici che vengono agevolate dall’Unione Europea nonostante non garantiscano gli stessi standard di sicurezza alimentare, ambientale e dei diritti dei lavoratori”.

 

Un esempio è il Myanmar che è diventato il primo fornitore dell’Italia con 51 milioni di chili secondo un’analisi Coldiretti su dati relativi ai primi quattro mesi del 2022, favorito peraltro dalla scadenza della clausola di salvaguardia con la quale si erano bloccate le agevolazioni tariffarie concesse al Paese asiatico e alla Cambogia. Per anni i due stati hanno beneficiato dell’azzeramento dei dazi per esportare in Italia e in Europa nell’ambito del regime EBA (tutto tranne le armi).

 

Il risultato è stato una vera e propria invasione di prodotto asiatico che ha messo in ginocchio i produttori nazionali. Facilitazioni che, peraltro, sono state sospese solo per la varietà di riso indica, mentre per la japonica hanno continuato a rimanere attive, nonostante le violenze verificatesi nel Myanmar in seguito al golpe militare.

 

In tale ottica, nell’ambito della revisione del regolamento Spg che regola i rapporti commerciali con i paesi in via di sviluppo, è positivo,  il voto della Commissione per il commercio internazionale dell’Ue che prevede lo scatto automatico della clausola di salvaguardia, con la sospensione delle agevolazioni, quando le importazioni di riso dai Paesi meno avanzati superano la soglia 10% del valore delle importazioni nell’Unione degli stessi prodotti provenienti da tutti i paesi EBA. Inoltre i paesi beneficiari, negli emendamenti votati, dovranno rispettare una serie di convenzione sui diritti umani.

 

A preoccupare non è solo l’economia e l’occupazione per oltre diecimila famiglie tra dipendenti e imprenditori impegnati nell’intera filiera ma anche la tutela dell’ambiente e della biodiversità.

 

Sono 200, infatti, le varietà iscritte nel registro nazionale, dal vero carnaroli, con elevati contenuto di amido e consistenza, spesso chiamato “re dei risi”, all’arborio dai chicchi grandi e perlati che aumentano di volume durante la cottura fino al vialone nano, il primo riso ad avere in Europa il riconoscimento come indicazione geografica protetta, passando per il roma e il baldo che hanno fatto la storia della risicoltura italiana.