Il nuovo look di Stefano sembra incantare l’uomo dei piccioni, seduto sulla panchina.

– Bellino! –

– Grazie! – risponde Stefano con un’espressione sorridente, di buonumore, rinvigorito anche dalla musica che gli offre la radio del suo collega seduto sulla panchina accanto.

A un tratto sente il bisogno di dare un’occhiata ai suoi racconti; li tira fuori dal borsone.

– Lettura interessante? – chiede l’uomo dei piccioni.

– … dipende dai punti di vista. Sono racconti scritti da me; be’, l’intenzione era quella di scrivere delle storie cinematografiche, voglio dire, per essere filmate. –

– Sei uno scrittore? –

– Lo considero un termine troppo impegnativo perché io possa appropriarmene. –

– Posso dare un’occhiata? –

Stefano prende il borsone, si alza dalla sua panchina e va a sedersi in quella dell’uomo dei piccioni.

– Io sono Carlo –

– Stefano –

– … il tuo angelo custode? –

– A lui non piace stare qui. –

– Devo ammettere di esserne a conoscenza. Il nostro amico ci snobba. Allora, vediamo questi capolavori. –

Stefano, compiaciuto come un ragazzino che ha appena ricevuto un regalo, si ritrova in castigo appena volge lo sguardo sulla sua panchina, rubatagli, in un battibaleno, da un collega, del tutto impassibile come una statua.

Ogni panchina può ospitare tre, quattro persone. Ma la maggioranza dei colleghi preferisce, se possibile, starsene da soli. Così, per legittimare la proprietà è sufficiente occupare i posti liberi poggiando borsoni, zaini o tutto quello che si ha a disposizione.

Carlo dà una sbirciatina ai racconti. Stefano si guarda intorno, non pago di curiosità verso quegli strani individui simili a caricature di fumetti.

Una macchina della polizia si ferma ai margini della piazza, scendono due poliziotti. I colleghi sdraiati sulle panchine si drizzano sul busto e rimangono seduti, altri decidono di andare via. I due giovani poliziotti, con passo lento, si avvicinano alla panchina di Carlo e Stefano tra lo svolazzare dei piccioni.

– Signori, documenti. –

– Me li ha chiesti tre giorni fa, e ancora prima la scorsa settimana; osservo che ha un gusto maniacale per questo gioco – risponde l’uomo dei piccioni.

– Professore dei miei stivali, ti piaccia o no, il gioco lo conduco io, e non è ancora finito. Non voglio più vederti qui e neanche dare da mangiare ai piccioni; mi auguro che tu abbia il buon senso di sparire. Cosa sei venuto a fare in questa città? – domanda il poliziotto, rivolgendosi a Stefano, dopo aver guardato la sua carta d’identità.

– … turismo. Mi sono preso una vacanza. –

– … sei un turista? –

– Sì. Mi spiace se il mio viso stanco non le dà questa impressione. Sa, mi ero un po’ annoiato dalla solita vita, così ho voluto staccare la spina – ammette con aria sorniona Stefano. – Mi ci vorrà del tempo prima che mi integri in questa nuova realtà. –

– Fate una bella coppia. Credo che mi divertirò, e parecchio – conclude con un sorriso cinico il poliziotto.

I due tutori dell’ordine voltano le spalle per allontanarsi, quando si fermano e osservano l’uomo con la grande radio e un collega dallo sguardo stralunato seduto non distante; l’espressione cinica del poliziotto si fa più marcata.

– Guardali, sono uomini liberi; liberi da cosa? –

– Lasciali stare, andiamo – dice il suo collega, non propenso a infierire sulla povera gente.

– Perché ce l’ha con te? – chiede Stefano.

– Divergenze di opinioni. Si considera un moralista. –

– Non può permettersi di trattarti così. –

– Lo fa con tutti quelli che considera “anime da salvare“. Posso tenerli? Appena li leggerò te li restituisco. –

– Si, va bene. Non credo siano eccezionali. –

– Disprezzi i tuoi lavori? Perché scrivi, allora? –

– … volevo dire, che sono scritti da un dilettante – replica Stefano.

– La tua è una risposta comune. Per questo poco credibile. Hai paura delle critiche, non è così? –

– Abbiamo paura tutti delle critiche. –

– Sì. Probabilmente hai ragione. Comunque, non sono un critico letterario. Il mio giudizio varrà come quello di ogni altra persona. E il mondo è popolato di miliardi di persone. Dovresti conoscere l’opinione di tutti, il che è impossibile. –

L’uomo tira fuori dallo zaino due barrette di cioccolato. Una la porge al suo nuovo amico.

– È dell’ottima cioccolata fondente. –

Stefano accetta volentieri. Strappa l’involucro e dà il primo morso.

– È una delizia. –

Carlo, compiaciuto, scioglie in bocca il prelibato alimento.

– Fino ad alcuni anni fa nemmeno ci pensavo, praticamente non ne ero ghiotto. Probabilmente la vita mi sembrava talmente dolce da non averne desiderio – ammette l’uomo, scherzandoci sopra. – Hai la faccia da bravo ragazzo. Non significa con questo che tu sia ingenuo. Dove alloggia il nostro turista? –

– Nell’albergo sotto il ponte. –

– Un lusso in pochi a permetterselo. –

– Sono stato fortunato. Ho trovato un amico. –

– Ci credo. Va sempre così. Il posto è un po’ ventilato, ma in estate è una goduria. –

– E tu? Tu dove alloggi? –

– Condivido insieme ad altre persone un modesto appartamento preso in prestito. –

– Un appartamento preso in prestito? –

– Sì, esattamente. Mi sembra il termine giusto. Ti piacciono i miei amici pennuti? –

– … be’, sembrano carini. –

– Osservandoti in questi giorni da come li guardavi, avrei pensato il contrario. È proprio vero, a volte l’apparenza ci inganna. –

Stefano affida all’espressione del suo volto la tiepida ammissione, subendo l’occhiataccia di un piccione che gli si avvicina sotto i piedi.

– È inutile nasconderlo, danno la sensazione di essere degli stupidi pennuti – dice Carlo. – Magari non lo sono. Forse neanche io appaio eccezionale ai loro occhi. Ci accettiamo così, senza reciproci approfondimenti. –

– Creano un po’ di movimento, che non guasta affatto. –

– … giusta osservazione – commenta Carlo, mentre scruta quella faccia da bravo ragazzo. – Mi piace. –