Lo scrittore Sonnessa Gianluca si presenta ai lettori di Alessandria today

di Pier Carlo Lava

Alessandria today è lieta di presentare ai lettori del blog la biografia dello scrittore

Sonnessa Gianluca.

s FB_IMG_1504441510456

 

Nasco a Torino il 25 luglio 1979, da padre lucano e madre sarda, come dico spesso

“metà son mare e mirto, metà colline e ulivi”.

Sin dai primi anni interessato osservatore della natura e dei sui processi, capisco di

essere ingranaggio utile ma non insostibuile della macchina Mondo.

Scrivo per egoismo e perchè farlo mi aiuta a pensare.

Ho bisogno di quella fase riflessiva che richiede silenzio assoluto e possibilmente

penombra, ne ho bisogno perché molte volte dovrò chiudere gli occhi per osservare

con attenzione la scena da descrivere.

Mi serve una base emotiva, non un’ idea, devo aver visitato ed abitato il luogo che sto

per raccontare e non sempre, anzi quasi mai, si tratta di un luogo fisico.

Solo dopo cerco il modo più coinvolgente per rappresentarlo. Questo è il mio modo

di scrivere e rispecchia il mio modo d’essere.

Non scrivo per chi legge, ma condivido il risultato di questo processo personale con

l’intento di scuotere, di creare dialogo e di far partecipare, perchè voglio che cinque

sei parole diventino un pugno nello stomaco, che riescano ad essere immagine.

Punto a riassumere stati d’animo.

Nel 2016 incontro Alessandro Mazzà, che insieme alla sua compagna Sandra Iai, e a

Vincenzo Mercuri, suo storico amico, danno vita ad un consorzio di Autori

indipendenti che in pochi anni cresce, contando ad oggi più di novanta compagni di

viaggio.

Questa realtà risponde al nome di Libereria.

Immediatamente capisco che quella è la mia strada, e in pochi mesi nasce la prima

raccolta emotiva, “Pensieri sparsi di un pendolare assonnato” che vende, in pochi

mesi, circa trecento copie.

In preparazione sempre con Libereria, il secondo libro, “Il bruco che odiava le

farfalle”

Ho una moglie e una bambina di quattro anni, per quattordici anni ho diviso la vita

con un cane che è stato capace di farmi aprire gli occhi, lavoro in un supermercato e

la terza media.

Credo che il volto sia la maschera che copre pensieri ed emozioni, per questo indosso

una maschera che se letta, di me, rileva tutto.

Mi chiamo Gianluca Sonnessa o Malforte. Come preferite, tanto sono la stessa cosa.

 

s FB_IMG_1561636732957s QuotesCreator20170822_110424-01

1.Acrostico di presentazione

Sono la tua accidia. Onore sepolto dall’agio in cui vivi. Notte del tuo spirito d’iniziativa.Ostentato quanto assente. Mescola di stati d’animo, Alterco soffocato, Lamento debole e inascoltato Figlio di indicibili ingiustize Orchestrate dai Potenti. Reagisci.

Tacendo nulla sarà rimesso, E i tuoi occhi non vedranno. Dunque destati. È tempo di osservare.

Fa’ della curiosità l’oracolo Onorato della tua esistenza. Godi nel conoscere il rovescio, Lugubre e limaccioso, Ingabbiato in mediatiche verità imposte. L’ unica salvezza è l’esser consapevoli. Uniformarsi al pensiero comune,

Non è l’obbiettivo. Tu sei il piatto che stanno svuotando. Otre bucato dei sogni sfumati. Respira. E che sia tua la verità. Sono Malforte, de’ fogli l’untore.

2.Occorre scavare

La verità la trovi negli occhi dei cani e tra le nervature delle foglie, ma anche sotto le pietre, che poi fanno da tetto a eserciti di formiche proteggendole mentre come pensieri scavano gallerie in un cervello fatto di terra.

La trovi imprigionata dentro le gocce di resina che ancora per qualche giorno escono dal tronco di un pino tagliato, oppure nel passato, perché il presente a volte, è tutto sbagliato.

La verità è in un mozzicone spento dentro un bicchiere vuoto, in uno sguardo fisso sul movimento delle nuvole, che si finge giocoso ma intanto ti ruba un respiro ogni due secondi.

Anche nel silenzio che protegge la voglia di cercarsi, puoi trovare la verità.

Qui incollano piume su catene che poi vendono come ali, ma la verità è che non si vola se non sbattendo le braccia.

La verità è scritta su di un foglio stropicciato e gettato nel cestino, coperto da bicchierini in plastica sporchi di caffè e resti di ricordi.

E per trovarla, per forza di cose, devi sporcarti le mani.

3.”Via della Cittadella 15 scala C sesto piano”

L’ indirizzo del monolocale in cui abito ormai da trentasei anni. Ho bisogno di una sigaretta.

Automaticamente la mano trova il cofanetto poggiato sul tavolo e come la pinza di una piccola gru indice e pollice della mano destra guadagnano la generosa presa di tabacco che mi occorre, mentre cerco con lo sguardo filtro e cartina.

Meno di un minuto dopo tiro la prima boccata dall’ennesimo cilindretto consolatore, profonda, come sempre, e come sempre tossisco.

Questo tabacco è maledettamente secco, mi serve della vodka per aprire la gola, così riempio il bicchierino di Smirnoff, lo porto alle labbra e dopo uno scatto all’ indietro con la testa trangugio una porzione di fuoco che scende incendiando la bocca dello stomaco.

Dicono sia come il caldo abbraccio di un grizzly, la vodka.

Dicono bene.

Un’ altra boccata profonda seguita dall’ennesimo colpo di tosse rompe il silenzio della stanza.

A casa mia c’è sempre silenzio, non mi piace la confusione, per questo esco poco.

L’ultima volta però non è stato male, devo ammetterlo, è già passata qualche settimana.

L’ appuntamento era per le quindici, lei è sempre puntuale quindi decisi di scendere prima per evitare il suono del citofono, altro evento vissuto come una sorta d’intromissione.

La vidi non appena girò l’angolo, sorrideva, sorride sempre dopotutto, e appena mi fu davanti saltellando disse

– Oggi conoscerai qualcosa di molto interessante su Torino –

Dicendolo mi prese la mano che istintivamente ritrassi, sottraendola con un movimento brusco alle sue dita affusolate.

Potevo osservare al rallentatore gli accostamenti dei suoi muscoli facciali che, danzando sotto pelle, davano espressione allo stato d’animo.

Serenità, stupore, paura, tristezza, accettazione, serenità.

Sei espressioni descrivevano altrettanti stati d’animo in meno di un secondo, pensai che le persone, in genere, sono piene di emozioni di cui non parlano ma il cervello gliele imprime sul volto, spesso senza che nemmeno se ne accorgano.

La gente ha dentro il frastuono, io preferisco il silenzio, anche dentro.

-Andiamo- disse, accompagnando l’invito con un movimento del braccio, che sembrava voler aprire il sipario sullo spettacolo cui di lì a poco avrei assistito.

Mentre passeggiavamo le sue parole cambiavano volto alla città che mi stava mostrando, così i Murazzi diventavano “ij Murass”, argini costruiti nel corso del XIX secolo per preservare la città dalle piene del fiume e, in seguito, utilizzati fino alla fine degli anni cinquanta come zona di rimessaggio per le barche da pesca, potevo sentire la voce del Duce squarciare piazza Vittorio Veneto, talmente grande da essere usata come piazza d’armi fino alla fine del XVIII, immaginavo le carrozze attraversare via Po, chiamata un tempo “la strada dei Conti”, sentivo il battere delle caligae sul castrum romano che oggi è Piazza Castello.

Dopo aver percorso via Garibaldi ci fermammo di fronte al monumento del Traforo del Frejus, in Piazza Statuto.

Il Genio Alato sovrasta una piramide composta da massi provenienti dal traforo, sotto di lui, sconfitti, urlano i Titani.

Rappresenta la vittoria della ragione sulla forza bruta, per questo voleva mostrarmela.

-Anche tu hai dentro un Genio Alato, non mi interessa cosa dicono gli psichiatri o tutti quei palloni gonfiati del Sert, io di te mi fido, so che riuscirai a controllare la rabbia, che sconfiggerai i Titani-

Lo disse guardandomi negli occhi, l’ascoltai fissando le sue labbra. Quando finì di parlare guardai i suoi di occhi. -Crede in quel che dice- pensai -chissà cosa sta leggendo nei miei-

Prima di tornare a casa ci fermammo per un caffè, scelse “Baratti & Milano”, gli stucchi e i tavolini, le mura e le vetrate avevano ascoltato le discussioni degli statisti del regno di Sardegna su “come fare l’Italia”.

Lei prese una cioccolata calda con la panna servita in un bricco a parte, una specialità storica del locale, io solo caffè in tazza grande.

Iniziò a parlarmi di suo padre.

Era il proto de “La Stampa”, il capo della tipografia, diceva spesso “Sono nato per questo lavoro e lo continuerò anche dopo la morte”, morte che sopraggiunse proprio sul posto di lavoro, le quattro enormi rotative, ciascuna

grande e pesante come un tir e capaci di stampare fino a 140 mila copie l’ora, lo videro accasciarsi e morire per un infarto.

Sua figlia, che all’epoca aveva ventiquattro anni, in questo momento era di fronte a me, e stava per confidarmi il suo più grande, e forse unico, desiderio.

Apparire un giorno su quel giornale.

Sarebbe stato come salutarlo per l’ultima volta, perché proprio lui, in qualche modo, avrebbe sfiorato la lastra su cui era impresso l’articolo che di lei avrebbe parlato.

Lo ricordo come un bel pomeriggio.

Ora però stanno arrivando, sento le suole dure degli anfibi schiacciare ritmicamente gli scalini.

Corrono.

Li aspetto bevendo dalla bottiglia, ho ancora bisogno del caldo abbraccio di un grizzly e per il bicchiere non c’è tempo.

Dopo una generosa golata mi volto verso il divano, i muscoli del suo viso sono rilassati.

Significa serenità.

Non sei espressioni in meno di un secondo, nessun frastuono dentro, solo una.

La pace che regna qui ed ora viene rotta dalle forze dell’ordine che, credo con un calcio ben assestato, sfondano la porta.

-Polizia- grida una voce alle mie spalle – alzi le mani e si volti immediatamente-

Le mani le appoggio sul bordo del tavolo, lui grida, avanzo con il tronco mentre le gambe spingono indietro la sedia e mi alzo voltandomi lentamente.

Un agente corre verso di lei e con un gesto automatico ripone la pistola dentro la fondina, cerca la carotide ma non c’è battito, lo guardo mentre abbassa la testa scuotendola.

Indico loro il biglietto che poco prima avevo scritto di mio pugno e che recita pressapoco così:

-Dite ai giornalisti de” La Stampa” che oggi sotto il cielo di Torino, ho esaudito il desiderio questa ragazza-

L’agente con il biglietto in mano sbarra gli occhi, mi fissa, poi riguarda il biglietto e lo passa al collega.

Le manette stringono i polsi mentre mi spingono fuori da casa, ma finalmente sono libero.

Sento la voce rotta del maresciallo pronunciare una frase simile a quella che poco prima avevo pronunciato io al telefono:

-Sì, probabile omicidio, Via della Cittadella 15 scala C sesto piano serve un medico legale- Lei era il Genio Alato, lei meritava il cielo e il cielo meritava il suo sorriso, io resterò qui tra i Titani, a dare al

mondo ciò che merita. Tutto il mio silenzio.

4.

Il mio è un foglio su cui non serve scrivere il dove, ma uno dei tanti cosa.

Un foglio pieno di domande e di perché, con il punto di domanda ma anche senza.

Uno dei tanti fogli.

Uno dei tanti uno, che parla con sé e di sé ti lascia le righe, le rughe, le gocce d’inchiostro e quelle di un sangue che lui chiama lettere.

5.Del nascere silenzioso

Quando potrò nascere goccia, evaporare guadagnando il cielo e ancora, condensandomi, tornare alla terra sempre come goccia uguale ma diversa.

Dopo essere rimasto immobile per giorni spegnendo il metabolismo, aver spostato i semi con un soffio ed essere stato io stesso seme portato dal vento, ingoiato vite tra le crepe di un terremoto, disegnato nuvole e alzato onde.

Dopo aver permesso al muschio di ricoprire parte della mia corazza e averla fatta bucare da un picchio, dopo aver rotto l’asfalto con la forza di un germoglio oppure aver volato nel mezzo della tempesta, a dieci centimetri dagli spruzzi, ed essermi tuffato ad occhi aperti per riemergere sazio.

Allora potrò parlare.

Allora potrò parlare ma forse non ne sentirò più il bisogno.

Perché la verità non è dentro me come alcuni suggeriscono, ma davanti.

Sono parte di quella parte d’ingranaggio che copre d’asfalto i germogli e scatta una foto, quando le foglie lo bucano per guardare il cielo.

Quindi, nelle nostre verità, in quelle che ci raccontiamo per far tacere i rimorsi, io non credo, il mio sguardo resta fisso e la mia bocca chiusa come una terza palpebra durante il letargo.

Perché per ora, ancora, non posso parlare. Non mi resta che ascoltare in silenzio.

6

Piccole vite viaggiano sui camion della raccolta differenziata, mentre lo stesso sole che illumina il fumo della mia sigaretta passa attraverso gli occhiali taroccati del netturbino cinquantenne che nervosamente guida verso la fine del turno.

Altre osservano senza stupore, distrattamente, ogni giorno per otto ore più una di straordinario, due file parallele e interminabili di macchine utensili rumorose separate da un corridoio tagliato a metà da una riga gialla.

Il punto di fuga di questa composizione postmoderna è il portone in lamiera rinforzata e vetro con sopra il cartello “USCIRE ORDINATAMENTE”.

La lamiera è spietata, ma il vetro lascia passare i raggi del sole che attraversan il fumo della mia sigaretta e gli occhiali taroccati del netturbino cinquantenne.

Il grasso nero unge gli ingranaggi e le mani degli operai, che poi sono la stessa cosa solo in una forma diversa, che se lo portano a casa, ma non nei barattoli, bensì sotto la pelle che tagliandosi lo accoglie senza più opporsi.

Alcuni dicono “Lavoro che entra”, ma forse dai tagli prima di entrarci il grasso ci esce un po’ di vita.

Altre vite, anch’esse molto piccole, hanno sulla scrivania la foto di un cane o di un bambino, magari un’orchidea sfiorita sul davanzale, e spostano lo schermo del pc stracolmo di cifre e percentuali perché lo stesso sole che attraversa il fumo della mia sigaretta, gli occhiali taroccati del netturbino e le vite degli operai con il grasso sottopelle, gli batte sopra come se volesse attirare la loro attenzione.

Ma non possono ascoltarlo, devono fatturare.

Il sole benedice le vite passate sul trattore, quelle che spostano cassette della frutta alle tre del mattino e che a mezzogiorno mangiano dal baracchino la pasta e patate della sera prima, i cani e le foglie e le pietre.

Non fa distinzioni, lavora ogni giorno, e quando non è qui sta benedicendo l’altra metà del mondo.

Il sole è libero, e odia chi lo vuole tutto per sé, odia le cravatte che calpestano le scarpe antinfortunistiche per salire in cima e accaparrarsi i raggi migliori, odia le Montblanc che usano l’inchiostro per cancellare la manodopera, odia gli schermi dei pc che illuminano al suo posto i volti degli impiegati curvi sulle cifre che descrivono il bilancio.

Il sole è il sole. E anche le persone, non lo sanno, ma sono sole.

7

Siamo stati tanto vicini da riuscire a fermare il tempo, ma non per sempre.

Sicuramente una frazione di eternità conserva il peso di quell’attimo in cui, separati solo dal soffio di un vento con in braccio il ronzio delle api davvero riuscimmo ad essere una cosa sola.

Restando liberi di essere.

Siamo stati vicini come cielo e mare per chi osserva l’orizzonte o come lembi di una ferita che nel volersi riavvicinare sanno di essere già cicatrice.

Quel mondo era completo, non serviva altro per renderlo perfetto. Ma non ti bastava.

Lentamente, poco per volta, con delicatezza, sei riuscito a togliermi dalla terra per chiudere dentro un vaso le mie radici.

Mi volevi sola, mi volevi per te. Ed io, lentamente, ho iniziato a morire.

8

La Poesia?

Non cercarla a tutti i costi, farlo è una perdita di tempo.

Piuttosto siedi a terra e resta in silenzio.

Dimentica la sensazione figlia del vento che ti sfiora, diventa il vento.

Evita di fissare l’insetto sulla foglia cercando di studiarne i movimenti, osserva il mondo dal suo punto di vista, perché dal suo punto di vista lui ti sta osservando.

Diventa ciò che sei fuori da te. Aspetta. Fatti da parte. Taci.

La Poesia? Non cercarla a tutti i costi, farlo è una perdita di tempo. Lascia che sia lei a trovarti.

9.L’ Io dell’ opera

Tieni pure queste mani con la pelle rotta dal freddo perché in realtà è il momento in cui sono più forti, e se vuoi conserva le braccia in un cassetto per tirarle fuori all’occorrenza dopo averle fatte sanguinare con una ruota dentata che non avevi sbavato apposta.

Sai cosa ti dico? Tieni anche la mia ernia L5S6 cosi riposando su quel materasso imbottito di

“Per stasera voglio 500 pezzi o sei fuori” non avrai bisogno della sveglia, ti basterà muovere la gamba destra per saltare in aria e smettere di dormire.

Puoi tenere anche le spalle ma quando non le sento più nemmeno io, perché gli accumulatori vanno chiusi a mano facendo leva con una sbarra d’acciaio gelida come il tuo tono di voce quando hai detto:

“Non possiamo rinnovare il contratto.”

Ti lascio anche un naso insensibile al profumo della sua pelle che indossa Meharees, perché per nove ore l’hai riempito con l’odore della plastica scaldata a novantasei gradi che la pressa trasforma in un cruscotto.

Il budget non permette le mascherine. Tutto tuo.

Ma non provare ad avvicinare le tue catene a questo cervello e non azzardarti a pensare che un accredito possa chiudermi la bocca, perché la tua posizione non abbassa il mio sguardo ed il tuo schema non addormenta le idee.

Non credere di poter intaccare la mia morale perché l’ho costruita con lo stessa caparbietà che hai usato per creare la tua azienda e la difenderei con unghie e denti, come faresti tu se qualcuno provasse a portartela via.

Non guardarmi dall’alto in basso perché io ti guardo negli occhi e non gridare, ricorda che anche io ho una voce.

Dopo le cinque lavo via il grasso dai polsi per non sporcarmi la vita che sto per riprendere, una vita che mi permetti di vivere esattamente come faccio io con te.

Se sarò un tuo numero sarai una fonte di guadagno. Se sarò una risorsa mi avrai come alleato.

10. Elogio al Vizio

Solo rimasi col vizio mentre diabolico ingollava sopite virtù.

Empio del debole animo di cui avido divorava brandelli, ghignante pasteggiava volto alla pallida luna. Ed ella stupita di cotanta ingordigia piangeva stelle che si spegnevan sul nascere.

Volentieri barattai nella notti seco passate il silenzio assordante delle labbra col rilassante frastuono del frullar dè pensieri non mai più profondo di uno strato di pelle, nemmai superficiale come la sana, vostra, ostentata lucidità.

Io vivo di ciò che buttate, son spazzino dei momenti vostri, accartocciati come foglietti e gettati sul selciato sterile dell’autocommiserazione. Mai fummo cosi tanto soli

come da quando dimenticammo noi stessi.

Nella penombra di quel sano inebriarsi, quando il mondo sotto i lampioni mendica attenzione, quando mentre dormite il vostro cervello finalmente liberato

dalle palpebre chiuse esplode in frammenti di genio che chiamiamo sogni, ebbene lo ammetto, io ho il vizio di guardarvi, ad uno ad uno, fino a quando dal mio balcone, sospeso nella più irreale delle notti maledico le prime luci dell’alba.

Contatti

gianlucasonnessa.malforte@gmail.com

Pagina facebook

https://www.facebook.com/malforte1656

Canale youtube Gianluca Sonnessa

https://www.youtube.com/channel/UCuXDWnWhcs4gF-WxfzMWXew

Recensione di “Pensieri sparsi di un pendolare assonnato” curata da Cristina Canci

https://www.loscrivodame.com/pensieri-sparsi-di-un-pendolare-assonnato-di-gianluca-sonnessa-ed-libereria/

Pensieri sparsi di un pendolare assonnato Opinioni dai lettori

https://www.loscrivodame.com/cosa-pensano-i-lettori-di-pensieri-sparsi-di-un-pendolare-assonnato/

Video recensione “Pensieri sparsi di un pendolare assonnato” a cura di Valentino Picchi Pagina facebook Libereria

https://www.facebook.com/libereria/

Sito ufficiale libereria

www.libereria2017.com