Valeria Bianchi Mian: ARCANO III 

Per la prima volta in vita mia ho festeggiato il giorno dell’Imperatrice. Ho messo da parte il perenne pesante timore di offendere altre persone con la mia felicità.  Ho forse rimandato a domani un po’ di empatia, che cerco di mantenere accesa quotidianamente, perché la sfacciataggine della gioia, così ci insegnano, e così in parte è, non è cosa buona. 

Questo è un problema, ammettiamolo. Se può andare bene per non farci volare troppo in alto, per indurci alla giusta dimensione della vita che oscilla tra bellezza e dolore, sempre, quando ha troppo spazio rischia di nutrire la colpa atavica, e ci porta a non accorgerci quasi della ricchezza che abbiamo con noi. Così, dal rispetto verso altri/e si passa al mettere in Ombra, e dunque non facciamo bene nemmeno alle altre persone – le quali invece devono fare i conti con le proprie luci e con il buio, e lavorarci.

Non soldi, non successo. 

Solo momenti di semplicità.

Mi sono lasciata coinvolgere in una cena dedicata alla me-madre, ruolo che spesso dimentico, che non mostro né declamo tanto quello di terapeuta e scrittrice – e qui è necessario esporre, non lavoro in Asl, mi muovo solo ed esclusivamente in base ai miei progetti. Non porto in luce la me-madre, se non attraverso le scritture o i temi dei libri, ma lo faccio quasi sempre con l’occhio puntato sulle Ombre del materno, sulle Grandi Madri cattive, sulle alternative alla generazione di figli in carne e ossa, sul piano simbolico.

Ieri ho chiuso nel cassetto tutti i “sì, però”. 

Mi sono stufata del nero.

Ho indossato i colori e ho accolto Lei.

Ne ho guadagnato:

una torta tutta di nocciole senza farina, buonissima;

una rosa color pesca per la mia meditazione #cromoterapia;

la visione dell’amore.

Buongiorno.

P.S. Ho fatto gli auguri anche a mia madre, la quale da sempre se ne sbatte delle ricorrenze, ufficiali o non.

“So che non ti interessa, comunque auguri. Sei madre anche tu”, le ho detto. Di base, era contenta.