Al mondo d’oggi è meglio non essere profondi perché chi è tale manifesta i suoi abissi e indovina quelli altrui. Al mondo d’oggi essere profondi provoca guai ma anche essere scambiati come tali. Se qualche donna (o qualche uomo) dopo aver visto il vostro bel viso e intravisto il vostro fisico vi scrive che si è innamorata/o di voi perché siete così profondi non credetele/gli minimamente. Oggi il 90% si ferma alla superficie e il restante 10% va oltre ma solo dopo aver constatato che il proprio partner o la propria partner ha una bella “superficie”. Oggi l’aspetto fisico è fondamentale: intendiamoci è sempre stato il primo step, ma oggi è il primo ostacolo, uno dei più grandi scogli insieme a quello finale dell’affinità sesuale. La piacevolezza estetica è sempre stata fondamentale per l’attrazione sessuale e poi per un buon rapporto di coppia, ma oggi è addirittura un requisito indispensabile, una conditio sine qua non. E poi dire di una persona che è profonda non costa niente, è un contentino non comune e non è neanche impegnativo (nessuno pensa che l’interlocutore o l’interlocutrice siano attratti sessualmente se dichiarano ciò, anche perché essere profondi non attrae al giorno d’oggi). Se qualcuno comunque vi dice che siete fighi perché siete così profondi a ragione pensate che il vero motivo è un altro e ricordatevi di Leopardi che era basso, gobbo, non piaceva a nessuna e le nobildonne gli preferivano il suo “amico” belloccio Ranieri. Se qualcuno vi dice che siete profondi chiedetegli quanto siete profondi, da cosa deduce la vostra profondità, insomma fategli il terzo grado e fioccheranno i “non so”, “mi sembrava”, “cioè, volevo dire”. Qualcuno vi farà notare che ora sono finiti i tempi in cui per cuccare bisognava essere impegnati politicamente e intellettualmente e tesserà le lodi di questa civiltà dell’immagine, come a farvi intendere che un tempo era tutto più facile e oggi le donne sono più difficili. In realtà era tutto diverso prima e non necessariamente più semplice. C’è da dire inoltre che per molte persone essere profondi è quasi sinonimo di essere problematici o persone con seri problemi e quindi in ogni caso da evitare. Chi ricerca la profondità spesso è solo, indipendentemente dal fatto di essere bello o meno. Non sono i tempi giusti per la profondità. Non sono l’introspezione, la riflessione, la spiritualità le caratteristiche richieste a questo mondo. Tutti pensano di essere profondi nel loro intimo e vorrebbero essere presi per la loro profondità, ma sono comunque richieste inesaudibili. Se qualcuno vi dice che l’animo è insondabile voi ricordategli che anche la superficie di questa realtà per quanto finita è illimitata per la mente umana e cercate di guardare accuratamente nel vostro io più profondo e in quello altrui. La scrittura è un ottimo modo per farlo. 

Il fatto di avere follower o like sui social vuol dire e non vuol dire. Per l’esattezza tutto ciò certifica il grado di consenso nella propria bolla di filtraggio. Per l’esattezza noi siamo un’infinitesima parte del tutto e questo vale anche per la nostra bolla. Insomma siamo “inezie cosmiche” (cit.). Il consenso uno nel web può trovarlo nei modi più disparati. Sui social le pornostar hanno centinaia di migliaia di follower a differenza di medici che salvano vite (e lo scrivo senza alcun moralismo, ma è la constatazione di ciò che va per la maggiore). Se uno è un criminale o un pedofilo può andare nel dark web e avere centinaia o migliaia di seguaci. Quindi nessuno si deve montare la testa. Tutti cercano le cause del successo o dell’insuccesso e adducono come motivo la validità, l’empatia, la sensibilità, la capacità comunicativa. Ma si potrebbe rovesciare completamente la prospettiva perché si potrebbe pensare che chi ha insuccesso non è adeguatamente compreso, è controcorrente, sa vedere più lontano e dove gli altri non guardano, non accetta compromessi, non è arrivista o qualunquista, etc etc. 

Mio padre mi ha detto: “scendi giù” e me lo ha detto in modo autorevole. Ho capito dal tono della voce che si trattava di qualcosa d’urgente. Mia madre ha fatto il tampone antigenico ed è risultata positiva. Sono venute più linee rosse. Fino a quel momento stava bene, ma piangeva e si era messa subito la mascherina. Ci siamo detti tutti che era un casino. Sapevamo che un’amica di famiglia con cui si era incontrata era risultata positiva. Ci aveva telefonato. Mia madre aveva fatto il tampone alcuni giorni fa ed era risultata negativa. Mia madre e l’amica avevano parlato per dieci minuti alla giusta distanza all’aperto, ma le precauzioni non sono servite. Per quasi tre quarti d’ora abbiamo portato buona parte delle cose di mia madre in camera mia, nel sottotetto. È la zona più isolata della casa. C’è anche il bagno. Abbiamo dovuto collegare la televisione e fare la sintonizzazione automatica, dato che io non la uso mai: è lì per figura, me l’hanno comprata ma non mi è mai servita, anzi davanti allo schermo sulla scrivania ho messo dei libri. Ho sgomberato la scrivania. Abbiamo portato i panni e tutto l’indispensabile. Io ho portato su la roba di mia madre, insomma tutto l’occorrente, e poi ho portato giù la mia roba, i miei panni. Ci siamo fatti il tampone anche io e mio padre e siamo risultati negativi. Ha telefonato il tappezziere che doveva venire a vedere un divano per ripararlo. Mio padre gli ha detto come stanno le cose e ha rimandato l’appuntamento. La notte io ho dormito poco perché ero preoccupato. Qualche ora comunque ho dormito. Sono andato a dormire con mio padre. Abbiamo lasciato la porta aperta. Mia madre ha dormito una o due ore perché stava male. Sono stato in ascolto. Il silenzio notturno della casa era rotto dai suoi colpi di tosse. Mi metto a dormire sul divano. Qualche volta, sentendo che è ancora sveglia, le chiedo come sta. Io giù e lei su, parliamo, senza paura di svegliare mio padre. Questa mattina presto ha mal di testa. Le sente il petto. Ha la tosse. Questa mattina telefona alla dottoressa e gli elenca i sintomi, spiegando la situazione. La dottoressa, sempre gentile come al solito, le dice che ha dei problemi e potrebbero sorgere delle complicazioni. Le dice che il livello di saturazione non deve essere sotto 94%. Deve anche prendere un antibiotico. Deve comunicare la sua condizione sierologica e fare il molecolare a Fornacette. La dottoressa pensa anche che molto probabilmente prenderemo tutti il Covid. Mia madre dopo aver usato il telefono con i guanti lo igienizza. Mio padre ci dice: “speriamo di non finire in ospedale”. Nel cosiddetto grande disegno dell’universo la salute di mia madre è un fatto inessenziale. Come la sorte di tutti del resto. 

Mia madre? Condizioni stazionarie. Io passo il pomeriggio sul divano. Mia sorella in camera sua. Mio padre in camera sua. Mia madre ora sta isolata in camera mia. Il resto della famiglia sta bene e non ha alcun sintomo. Non ho niente da fare e penso. Poi ogni tanto vado alla finestra e guardo fuori. Accade ogni mezza ora. Ogni volta una scena diversa e inconsueta là fuori. Guardo chi va a fare la spesa o chi ritorna a casa dopo essere stato alla Coop, ma anche coloro che si danno appuntamento e si ritrovano lì nel parcheggio. In minima parte sento un senso di esclusione dalla vita, almeno quella sociale, e d’altro canto mi sento un osservatore partecipante. Per il principio di indeterminazione anche io modifico in modo infinitesimale alle scene là fuori e quindi partecipo. Anche guardare fuori dalla finestra è heideggerianamente un modo di essere nel mondo. Ma un tempo non lo sapevo e giudicavo male chi lo faceva. Ebbro di giovinezza, pensavo che fossero beghine che non si facevano gli affari propri, sbirciando tutto il giorno magari dalle tapparelle abbassate. 

Io e Lele ci conosciamo da bambini. Per me ora è importante sentirlo per telefono. Non ci vediamo da quasi due anni perché c’era il Covid ed era un caos. Abbiamo promesso di vederci. Lele ha avuto tre disgrazie in famiglia. Ha perso un poco lo spirito dei giorni migliori, ma non si fa abbattere. Una volta un amico gli disse che ci vorrebbe un Lele per ogni persona: solare, estroverso, simpatico, sempre pronto alla battuta, insomma di compagnia. Mi dice al telefono che dovrei scrivere cose più brevi e non le mie solite cazzate che durano otto km perché lui è sempre impegnato sul lavoro e non ha un minimo di tempo. Poi mentre non lo vede nessuno, mentre ha un momento di tempo libero “dà sfogo alla sua turpe voglia” e legge tutti gli aforismi di Gio Evan. Ma chi se ne frega? È un mio carissimo amico. È il mio migliore amico con cui sono uscito tantissime volte, sempre pronto a rincuorarmi, a rallegrarmi con il suo ottimismo. E in fondo me lo tengo stretto Lele. Io lo chiamo. Lui è impegnato sul lavoro. Appena ha un attimo di tregua mi chiama lui, parliamo del più e del meno, siamo sospesi sempre tra il serio e il faceto, cercando sempre di sdrammatizzare. E poi avere un amico a cui raccontarsi è sempre cosa buona e giusta. Insomma ci vorrebbe un Lele per ogni persona. Aveva proprio ragione quel tale che lo ha detto. 

Andiamo alla farmacia di Fornacette a fare il tampone. Prima se lo fa mio padre. Io aspetto in macchina, ascoltando la radio. Sta bene. Non ha sintomi mio padre. Neanche io. Viene, apre lo sportello e mi dice che è positivo. Vado anche io a farmi il tampone e risulto negativo. Le dottoresse sono gentili. Le saluto. Torniamo a casa e dobbiamo fare un ulteriore trasloco. Mia madre che si era trasferita in camera mia può tornare in camera matrimoniale. Dobbiamo anche disinfettare tutto. Abbiamo l’amuchina e l’alcol. Tutto sembra filare liscio fino a un quarto alle otto. Ho già apparecchiato. Di solito metto io i medicinali in tavola, quelli di tutta la famiglia. Ma con l’emergenza hanno voluto prenderli i miei genitori e metterli nel loro armadio. Così si accorgono che manca una confezione di pasticche della pressione. La farmacia chiude tra poco. Mi vesto subito, mi metto le scarpe, prendo i soldi e faccio delle corse a perdifiato, intervallate da delle camminate a passo svelto. La farmacia è ancora aperta. Entro dentro che sono in un bagno di sudore. Non dico che sia una questione di vita o di morte, ma mio padre potrebbe sentirsi male. A onor del vero viene considerato un farmaco salvavita. Mi danno il medicinale e ringrazio di cuore perché non avevo la ricetta. Sulla via del ritorno questa volta cammino e mi vengono alla mente alcune immagini, da qualche tempo ricorrenti: Valentina Nappi, Lele, il nightclub di Lunata, mio padre, mia madre. Tutto mischiato assieme nella mente in un grande calderone. Ho deciso che non è il periodo, anche se i miei genitori guariranno, di avere incontri ravvicinati: non è una questione morale, è invece una questione di morale e io in questo momento particolare il morale non ce l’ho. Passa una tipa che un tempo ci aveva provato con me, ma ci prova con tutti. Neanche me ne curo, neanche la guardo. La intravedo un attimo, tempo di vedere che è lei e poi distolgo lo sguardo. In un attimo i nostri sguardi si incrociano e lei mi invia un cipiglio. Arrivo a casa. Hanno tutti mangiato. Mi cambio. Mi metto in pigiama. Mi mangio due tramezzini e scopro che mio padre e mia madre avevano scommesso: per mia madre ce l’avrei fatta a prendere il medicinale perché mi sarei messo a correre, mentre mio padre non aveva questa fiducia. Per entrare in cucina mi metto guanti e mascherina. Facciamo sempre a turni per mangiare: quando i negativi e quando i positivi. Poi apriamo la finestra perché la stanza deve essere areata. Ho mangiato. Sono ancora tutto sudato. Mi lavo. Ritorno giù per chiudere tutto. Io so dove mettere le mani. Mi occupo di chiavi e chiavistelli. Poi mi ritiro nella mia stanza. Non è stata una bella giornata, ma anche questa è finita.

Non è questione di vita o di morte, ma state attenti alla rimozione dell’io lirico. Per eterogenesi dei fini spesso quando si cerca l’io si trova gli altri e viceversa. In fondo quanto c’è veramente di noi in noi? E quanto c’è veramente degli altri nella nostra percezione degli altri? Identificazioni, interiorizzazioni, proiezioni, spostamenti sono delle costanti nella vita psichica di ognuno. Nessuno ne è immune.

Faccio il tampone alla  farmacia e mentre aspetto il risultato penso e ricordo. Mia sorella è lì di fianco. Aspettiamo l’esito senza alcuna trepidazione. Vada come vada. In fondo stiamo bene. Poi il risultato è negativo.  Vado alla biblioteca a vedere quanti libri ci sono in vendita a pochissimi euro, anche libri di qualità, ma nessuno li vuole perché sono usati e c’è la paura del contagio. Affretto il passo sulla strada del ritorno, mentre sono tutto sudato,  per arrivare a casa a un’ora decente; c’è  da sbrigare alcune faccende… Ricordarsi all’improvviso di pomeriggi afosi ed estivi in una stanza d’albergo in una località imprecisata del lago di Garda oppure di una delle tante sere sulla soglia dell’ingresso a guardare la vita della piazza in attesa di chiudere la cassa e il negozio. Ricordarsi all’improvviso di tutto il tempo perso a rigirarsi nel letto, rimuginando in un mix quasi letale fantasie erotiche e frustrazioni sessuali. Ricordarsi scene di vacanze da bambino o da adolescente sotto l’ombrellone a Cecina oppure al bagno Trieste a Rosignano. Ricordarsi da giovane delle mie notti brave e poi il tempo passato in sala di attesa ad aspettare il treno del mattino, che mi riportava a casa. Ricordarsi tutte le notti insonni e i giorni sonnambuli da giovane.   Ricordarsi i viaggi di due/tre giorni fatti con mio padre, a giro per l’Italia e pensare che forse non andremo mai a visitare Matera o che non ritornerò più nelle Marche o all’Aquila. Ricordarsi le cene con gli amici in varie località d’Italia,  amici persi, mai più rivisti. Ricordarsi i pochissimi amori, gli incontri fugaci e i tanti rifiuti, le delusioni cocenti. Ricordarsi le ore distratte a leggere libri da studiare e le lezioni frequentate svogliatamente. Ricordarsi il vocio indistinto di una strada principale del centro o il brusio in una osteria. Ricordarsi i viaggi in treno, le impressioni guardando fuori dal finestrino,  le viaggiatrici nello stesso scompartimento, i giochi di sguardi, le conversazioni, i silenzi. Ricordarsi tutte le passanti che abbiamo guardato e che non ci consideravano minimamente.  Ricordarsi le passeggiate col mio cane, con mia madre al parco dei Salici o alla Sozzifanti. Ricordarsi tutti i sogni, le aspirazioni, i voli pindarici, le albagie, le illusioni, alcuni dichiarati, altri mai minimamente confessati, tutti abbattuti dalla realtà, dalla ragione, dall’età. Ricordarsi tutti i viaggi, tutte le città che ho visto. Ricordarsi tutte le nostre metamorfosi, le nostre idee, i nostri sentimenti, la nostra rabbia, le nostre malinconie, i miti creduti. Ricordarsi tutti gli omicidi, le scene di violenza reali o fittizie a cui abbiamo assistito alla televisione o su Internet. Ricordarsi tutti i libri letti e accorgersi che è rimasto solo un senso implicito, una conoscenza implicita. Ricordarsi le astrazioni, gli intellettualismi che non servono a proteggersi dai colpi bassi della vita né a fare da schermo per non mettersi a nudo. Ricordarsi che nessuna opera d’arte rende la vita fedelmente così come è. Ricordarsi della maturità acquisita, della pochissima arte, della insipida e scontata saggezza. Ricordarsi della teoria che si fa esperienza di vita e dell’esperienza di vita  che si fa teoria. Ricordarsi di tutte le nozioni apprese, interiorizzate e poi lasciate andare, perdute per sempre. Ricordarsi tutte le nostre conversazioni, le frasi dette agli amici, ai familiari, frasi di circostanza, spesso di convenienza e chiedersi quanto fosse di vero, di autentico in tutte le parole dette e scritte (ma solo io, nessun altro cretino, posso stabilire se siano autentiche o meno le mie parole e forse nel momento in cui le ho scritte o proferite erano autentiche).  Ricordarsi tutte le persone sfiorate, intraviste e tutte le persone conosciute, apparentemente in modo profondo, ma che non abbiamo mai afferrato, mai colto totalmente. Ricordarsi e dopo aver fatto notevoli sforzi di memoria capire che probabilmente tutto ciò che era più importante ci è sfuggito, è passato dalle maglie della memoria, si è involato chissà dove. Quale  archivio disordinato e immenso di cianfrusaglie, di cose squallide è la memoria di ognuno! Fatico a trovare un senso a tutto questo, anzi sarò più sincero: non lo trovo assolutamente. Lo smemorato di Collegno e il Funes di Borges sono due facce della stessa medaglia. L’ippocampo serve per l’apprendimento, ma poi ci vuole la reiterazione per conservare tutto a lungo termine. La memoria talvolta degenera fino alla malattia degenerativa, ma non mettetevi a fare i neurologi! Si può vivere senza ricordare? Ogni sera prima di addormentarci facciamo il riepilogo spesso del giorno trascorso. Si può ricordare senza vivere? Non ci si può limitare a ricordare senza più vivere perché ricordare non è vivere ma tutto al più rivivere. Memoria e vita sono legate a doppio filo, ma forse il loro impasto è sadico, crudele, eppure così raffinato. Alcuni perdono memoria e altri si perdono nella memoria. Ci vorrebbe un uso saggio della memoria per vivere! Ma non ci sono leggi certe perché ogni vita, ogni memoria hanno le loro regole. Aveva ragione Proust: la selezione, l’archiviazione, il richiamo della memoria è grosso modo involontario. Do ragione a Proust senza erigere una cattedrale della memoria come fece lui perché non ne avrei il genio né ne scorgerei la benché minima utilità: non frequentai la crema della crema della società come fece lui. Ho in mente solo piccoli ricordi, minuscoli pensieri, pronti a ogni evenienza, spesso adibiti a scacciare la noia. Francamente ammettiamolo pure: ognuno di noi nel profondo conserva una certa ossessività, ritornano nella sua mente, anche quando essa è libera di scorrazzare liberamente,  sempre le solite immagini ricorrenti. Ognuno ha le sue fissazioni. E non ho alcuna voglia di andare da uno psicologo o da una psicologa per ripercorrere mentalmente la mia storia, disseminando gli omissis, renderla accettabile socialmente, per poi trovare un esperto o un’esperta della psiche che si arroga il diritto in modo molto grossolano e superficiale di stabilire con esattezza la linea di demarcazione tra il mio vero Sé e il mio falso Sé. Un’ultima cosa: a casa per ora, ringraziando Dio, stiamo tutti bene.

In un Paese come il nostro in cui c’è stato un connubio tra materialismo spicciolo e un idealismo deteriore il terrorismo è stato vinto dai partiti, dalle istituzioni, dai sindacati, dal popolo, ma soprattutto dalla fine della guerra fredda (ammettiamolo pure). Qualcuno violento e fuori dalla storia è pur rimasto nella foresta a combattere una guerra già persa, ma nessuno oggi può far leva sul disagio sociale e trasformarlo in barbarie. Il terrorismo nero è stato subito vinto perché non c’è stata da anni alcuna possibilità da parte di nessuno di sfruttare lo spontaneismo armato (nato per esempio dai fatti di via Acca Larentia). Quella contrapposizione di forze (gli opposti estremismi) non esiste più. Quello che è accaduto al circolo Arci di Reggio Emilia con cretini incappucciati che cantavano inneggiando alle br però dimostra che c’è più indulgenza per il terrorismo rosso. C’è da decenni un pregiudizio negativo nei confronti delle vittime delle br (“se la sono cercata”, “erano colpevoli”, “erano imperialisti”, “erano servi dello Stato”) e un pregiudizio positivo nei confronti dei brigatisti rossi (“hanno le loro ragioni”, “sono intellettuali”, etc etc). Le brigate rosse sono finite quando hanno ammazzato un operaio sindacalista (Guido Rossa) e un antennista fratello di un pentito (Peci). Non potevano più avere un consenso popolare (poco tempo prima se le brigate rosse avessero potuto presentarsi come partito avrebbero preso 200000 voti secondo i sondaggisti dell’epoca). Bisognerebbe considerare che Aldo Moro era innocente come la povera Maria Fresu, anche se il suo lavoro comportava più responsabilità e quindi più rischi.  Bisognerebbe considerare che i veri colpevoli dell’estremismo rosso non sono i giovanotti autoesaltati e ubriacati ideologicamente che uccidevano, ma i cattivi maestri che li hanno indottrinati e armati: ancora non è stata fatta piena luce su questo e i cattivi maestri non hanno pagato del tutto, sicuramente hanno pagato troppo poco; sono stati proprio quei professorini freddi e spietati come Senzani che hanno armato giovani che stravedevano per loro. Così questi terroristi hanno distrutto vite altrui e le loro. Ora possiamo dirlo serenamente che salvo improbabili colpi di coda tutto è finito, ma ciò deve servire da lezione. Non deve finire nel dimenticatoio. Infine riporto a memoria una dichiarazione di Giuseppe Fioravanti, che in una intervista dichiarava che quelli della sua generazione si erano scannati tanto per poi fare anni di galera e ritrovarsi certa gente al governo. Era l’amara constatazione del proprio fallimento umano e politico, nonché della sua generazione. A ogni modo ognuno deve mettersi contro i figli di buona donna (con tutto il rispetto per le loro madri; è solo un modo di dire) del suo tempo. Terroristi rossi e neri ormai sono di un altro tempo. Così si spera.

Un tempo c’erano Gelli e Craxi a tenere basso Berlusconi.  Anni fa come oggi la gente era indecisa sul da farsi, se scegliere l’uomo o il partito. Era il partito che faceva l’uomo o viceversa? Così nel bel mezzo di un vuoto istituzionale arrivò l’uomo nuovo. Alcuni dissero che aveva cambiato il linguaggio politico, prima oscuro e fatto di convergenze parallele. Alcuni dissero che Segni avrebbe portato alla disfatta i moderati perché non era carismatico e non aveva capacità comunicativa. Alcuni dissero che senza di lui molti imprenditori si sarebbero trasferiti in Svizzera. Da una parte i liberali che volevano difendere il merito, vero o presunto. La sinistra invece voleva le stesse opportunità per tutti e combatteva il privilegio. Lui, il self made man e dall’altra parte i comunisti. Sembravano non esserci altri modi di essere. Da una parte i suoi avvocati, dall’altra i giudici in un’interminabile lotta. Si discusse molto di par condicio e di conflitto di interessi. La Lega prendeva il Nord. Bossi e i suoi giannizzeri blateravano, inveivano. Il senatur parlò di 300000 bergamaschi pronti alle armi e tutti i giornalisti a dare credito alle fandonie di qualsiasi mattacchione che alzasse un poco la voce. Ricordo anche quei prodi che svettarono sul campanile di San Marco e qualcuno li chiamò patrioti. Ricordo che alcuni carabinieri mettevano nella lista nera i leghisti.  Berlusconi sdoganò anche Fini, che aveva buone maniere, era brillante ( salvo poi anni affossarlo nel fango mediatico). C’erano ancora troppi comunisti che si fingevavano riformisti. C’erano ancora troppi fascisti che fingevano di essere liberali. In realtà pochi riformisti tra i tanti dell’ultima ora avevano letto Keynes. In realtà pochi liberali tra i tanti dell’ultima ora avevano letto Popper. In realtà il partito socialista ed il vero partito liberale erano finiti con Tangentopoli. Ma cosa c’è da prendere dalla cronaca di quei giorni? Qual è la morale della favola? Forse non c’era alcuna morale. Ricordo andai a vedere un comizio di D’Alema a Padova. Mi colpì il fatto che rideva delle sue battute, che a me facevano poco ridere. Ricordo qualche tempo dopo andai a vedere un comizio di un onorevole leghista, che alla fine disse che c’era poca gente a vederlo perché a Pontedera eravamo tutti terroni. A Padova sentivo i comizi degli autonomi. Ho ancora negli orecchi poi le loro voci che parlavano al megafono. Mi rimbombavano allora nella mente. Ma talvolta la rabbia esplodeva, non veniva mitigata da niente. Mi ricordo le lotte, le risse tra quelli del Pedro e quelli del Gramigna. I liberali e la destra improvvisavano,  navigavano a vista; il centrosinistra non se la passava meglio. Da una parte i progressisti potevano contare sulla tradizione, sul territorio, sull’atteggiamento fideistico dei propri elettori. Dall’altro lato c’era l’egemonia mediatica. Ma tra l’egemonia culturale della sinistra e quella mediatica della destra ebbe la meglio la seconda, al punto che per alcuni esegeti l’egemonia mediatica era ormai diventata egemonia culturale. Alla base di tutto regnava l’improvvisazione. Le scuole di partito non esistevano più, nemmeno la gavetta. Astri nascenti e geni si avvicendavano e duravano quanto comete. I liberali avevano scarsa cultura umanistica e poco senso delle istituzioni. I progressisti invece erano tutti umanisti, ma con poche nozioni di economia. Non penso di essere cerchiobottista ad affermare questo, ma sono solo un minimo obiettivo. La televisione come la politica erano sempre più urlate, tutto procedeva a colpi di insulti e di querele.  Gli intellettuali italiani servivano due padroni. A livello culturale e partitico erano legati alla sinistra, ma poi facevano ospitate nelle reti Mediaset e si facevano pubblicare dalla Mondadori.  Tenevano i piedi in due scarpe, fingendo che ciò fosse usuale, normale, insomma una cosa da nulla. Poi su tutto prevaleva, al di là delle battaglie di facciata, il solito compromesso all’italiana, come i litiganti di un talk show, che, spenti i riflettori, andavano tutti insieme a cena fuori. Io allora ero solo un ragazzo, in via di formazione, che raccoglieva gli stimoli culturali, sociali, politici da tutte le parti. Praticamente ero onnivoro.  Cercavo tra molte incertezze un’autonomia di pensiero, non sapendo che in Italia era difficile sia l’autonomia che il pensiero; figuriamoci la coesistenza di entrambe queste cose. Ma se partecipavo al movimento studentesco era solo per stare con la mia generazione o almeno con quella parte che sembrava fare una ricerca autentica di sé stessa, della verità.  Mi dissero di scegliere. Mi dissero che bisognava scegliere da che parte stare. Io trovavo difetti in ognuno e in ogni parte. Mi dissero che in ogni modo mi sarei sporcato, che dovevo scegliere non i più onesti ma i meno corrotti. Mi dissero taluni che avrei fatto carriera in un partito di padani essendo un terrone, ma declinai subito l’invito. E poi a me della politica cosa importava? Non c’era assolutamente bisogno del mio apporto infinitesimale, del mio contributo minimo. Con il senno del poi qualcuno mi potrebbe dire: “dovevi avventurarti.  Dovevi cogliere l’occasione. Opportunità come quelle non si presenteranno piu”. Io scelsi di non scegliere e ogni parte mi incolpò come vigliacco, pusillanime. Mi dissero di pensarci bene. Poi nuovi eventi e nuovi giovani li distolsero da me. Mi accorsi solo dopo anni che i partiti in mancanza di veri talenti cercavano di pescare qualsiasi giovane per poi indottrinarlo, servirsene, scaricarlo appena diventava inutile.  Fu anche per i suddetti motivi oltre che per il destino  che mi ritrovai solo.

Mio padre è molto raffreddato. Mia madre ha la diarrea. Sono entrambi senza febbre. Mia madre ha la tosse. Mio padre sta molto tempo a dormire. Io mi domandavo se e quando ne usciremo. Io poi pensavo che ero stato un commerciante anni fa, che non aveva avuto un Amore amaro, neanche come quello di Bernari (ma in fondo ci si innamora sempre di sé stessi, l’innamoramento è proiezione, è gioco di specchi prima che gioco di sponda). E pensavo che quei due soldarelli di numero (tanto per campare un minimo) non me li sarei portati nella tomba (la roba di Verga) né avrei potuto fare un affare dell’anima, come un racconto di Fenoglio, il cui protagonista si salvava l’anima lasciando tutto alla parrocchia: io ho una sorella minore a cui lasciare i pochi spiccioli, se mi resteranno. Insomma comunque la si guardi io sono fregato. Ma questo guardando in là, se le cose andranno secondo natura. Ora si spera che questo guaio del Covid ai miei passi. Intanto sarebbe già da accontentarsi di questo. Speriamo che passi quanto prima la buriana.

Sono ritornato più volte non solo sui miei passi, ma sulle vecchie strade. Sono ritornato davanti a quel portone. Sono tornato davanti a quell’appartamento al primo piano e ho scorto le sagome di giovani studenti e studentesse (conservo ancora in qualche agenda il numero di telefono fisso di quella casa). Certo ricordo quei giorni. Sono lì in un angolo qualsiasi della memoria, un poco polveroso e molto datato. Ogni luogo può essere ameno in compagnia delle persone giuste, ma c’è sempre qualche inghippo, qualche noia, qualche inganno o lo stesso “anello che non tiene” che non lo rendono ideale. L’idillio perfetto non esiste. Ce lo dice anche il Manzoni alla fine del suo celeberrimo romanzo.  Anche noi avevamo piccole liti, piccoli screzi, piccole incomprensioni.  Un tempo ci vedevamo in luoghi fisici. Ricordo aule, piazze, vie, gli scalini dove ci sedevamo sempre,  il prato su cui fumavamo davanti alla Cappella degli Scrovegni.  Le immagini di voi e quelle di Padova diventano un tutt’uno, si amalgamano, si fondono. Era Padova, eravate voi, era la mia e la vostra gioventù! E poi ricordo gli amici scomparsi, quelli andati per un incidente, chi per un malore, chi per un tumore. Non c’è stata una data definitiva in cui ci siamo congedati, in cui ci siamo detti addio. Pensavamo sempre che ci saremmo rivisti, ma poi le cose della vita, la pigrizia o solo l’inerzia dell’esistenza ci hanno fatto desistere. Oggi vi ritrovo solo nella mia memoria, ma tant’è! Così stanno le cose! Così va questa vita! Qualsiasi rimembranza, qualsiasi esercizio di memoria adesso non dico che sia nocivo ma è inutile. A quale pro? L’oggi sembra ricalcare l’ieri. Voi immagini lontane, quasi arcaiche, siete ormai il passato remoto. Si ha un bel dire “la giovinezza”! Ora ci sono problemi maggiori: l’ansia per il futuro proprio e di quello dell’umanità, insomma il combattimento in me e la guerra nel mondo. Nessuno conosce a menadito il sillabario e la simbologia del cuore umano. Io non so delle vostre avversità, delle vostre ipotesi, congetture né dei vostri dubbi. Un tempo appena ti sentivi solo ecco subito che invocavi aiuto e qualcuno veniva in soccorso. Ora dovrei essere troppo vecchio per dire che mi sento solo, ma se ne avessi troppo pudore della mia solitudine essa esploderebbe in tutta la sua desolazione.  Oggi ogni manifestazione di affetto è di troppo, anche gli abbracci sono vietati o malvisti ai tempi del Covid. Ci eravamo ripromessi che ci saremmo rivisti, ma poi le circostanze esterne, gli accadimenti fortuiti hanno fatto in modo che rimandassimo continuamente fino a perderci di vista. Un tempo il 31 dicembre lo passavamo insieme e brindavamo all’anno venturo. Ora non siamo più così carichi di ottimismo, di speranza. Oggi personalmente non sono più entusiasta. È cambiato non l’osservatore ma il luogo di osservazione. È come se si fosse verificata una sorta di parallasse temporale. Oh voi che siete immagini care, presenze fantasmatiche allettanti nell’animo! Le nostre strade, cari amici, si sono separate e forse non si congiungeranno più, nonostante avremmo molte cose da dirci, magari seduti al tavolino di un bar. Francamente non ho capito se ognuno sia artefice della sua sorte o se la sorte sia artefice delle nostre vite, ma forse, pensandoci e ripensandoci, capirò qualcosa, alla fine con sicumera plasmerò anche io delle certezze scontate e una visione del mondo netta, categorica. Non so sinceramente se serva o meno a noi stessi riflettere sulla vita: forse è la vita stessa che riflette noi stessi, ci rimanda un’immagine di noi stessi che talvolta ci pare deformata o distorta. I ricordi che ho di voi fanno parte del mio patrimonio umano, ma sono cose di cui andare poco fieri; gli aneddoti, le storie, le disavventure non sono cose da tramandare ai vostri figli. Nessuno di noi è famoso da dire in un futuro indefinito: “io l’ho conosciuto”. Né rimarranno le tante discussioni intavolate le sere dopocena. Sono, saranno tutte parole perse. Rimangono per ora  pochi frammenti delle nostre conversazioni nella mente di ognuno perché vivere è andare sempre oltre, non fermarsi all’immagine dei nostri volti di una pozzanghera, tralasciare molto, dimenticarsi spesso per non avere un fardello troppo ingombrante sulle spalle. Qualcuno dirà che è inutile farsi le pippe coi ricordi, ma è ben più deleterio farsi le pippe per una rivoluzione mancata o per una palingenesi della società che non si verificherà mai. Il potere non ha un volto, il potere ha infiniti volti. Il potere per comandare e per manipolarci omette, nasconde, inganna tutti noi, anche i più scaltri. A cosa affidarci? Al pensiero forse? Ma il pensiero scaturisce sempre dal caos e da conoscenze, esperienze limitate e provvisorie. Alla cultura? Ma anche essa è un compendio di pensieri. La cultura? Cioran scrive: “La storia delle idee è la storia del rancore dei solitari”. Tutto si fonda sul nulla o se non vogliamo essere totalmente nichilisti su fondamenta instabili. E poi ognuno a onor del vero più passano gli anni e più è preso dei ricordi. Ricordo la sete di giustizia di alcuni di voi, ma ora che avete lavoro, moglie e figli non volete che nessuno rinfacci voi le utopie giovanili. Sarebbe bello poter affermare con certezza, con un ardire incosciente, noi siamo questo e quello, noi non siamo questo e quello. Innanzitutto come scriveva Montale nemmeno siamo certi di esistere. Poi è difficile stabilire cosa siamo. Lasciamoli ad altri più baldanzosi e più avventati questi bilanci esistenziali, sempre provvisori e talvolta truccati. Per fare i bilanci esistenziali le bocce dovrebbero essere ferme e poi solo Dio si occupa egregiamente di queste cose. Il modo con cui l’Onnipotente farà i consuntivi e le voci che metterà in bilancio ci sfuggono. Di questo e di molto altro siamo totalmente ignari.