Queste righe non passeranno certo alla storia, come di certo non passerò io alla storia. I posteri, se ci saranno, avranno ben altro a cui pensare e non penseranno a  queste mie quattro sciocchezze in croce. Ne sono ben consapevole e non mi cruccio per questo. Ma poco importa.  Veniamo al dunque. Eravamo in una località imprecisata del Garda. Era molti anni fa. Un mio amico mi aveva detto da giovanissimi che in quel posto era facile conquistare ragazze. Così un anno eravamo partiti io, lui e un altro amico convinti, baldanzosi. In realtà non concludemmo niente quell’estate. Tornammo delusi e a mani vuote. Non so come  alcuni anni dopo decisi di ritornarci.   La seconda volta, da solo come un coglione, conobbi invece diverse ragazze. Forse ero più maturo, più esperto, anche se non ero ancora un uomo fatto (se si può sempre usare questa espressione perché oggi di uomini fatti e di donne fatte ce ne sono pochi/e. Siamo sempre in evoluzione, l’essere umano occidentale è un continuo work in progress). Ma veniamo a te, ragazza di allora. Cenammo insieme. Mi presentasti alcuni amici. Parlavamo dei personaggi locali, delle cose da vedere come turista, della stagione. Un tuo conoscente mi raccontava di come era facile avere avventure con ragazze straniere. Un tuo amico si avvicinò piano a me e mi sussurrò di non farti del male perché a te lui ci teneva. Tu mi raccontavi del tuo lavoro, della tua vedovanza, delle tue giornate. Io ti raccontavo della mia vita, di me, della mia città. Mi dicevi che volevi scappare. Ma io non potevo essere la meta della tua fuga. Mi dicevi che non ce la facevi più a frequentare le solite persone, che ti facevano sentire vecchia.  Solo adesso capisco meglio il senso della tua solitudine. Solo adesso che è troppo tardi.  Mi portasti davanti alla chiesa dove avevano celebrato il funerale. Piangevi a dirotto, mentre ascoltavano il rintocco delle campane che si mischiava alla musica in sottofondo di un pub vicino. Ci baciammo. Ma non volli andare oltre. Sarebbe stata una presa di giro. Non volevo approfittarmi di te. Tu mi dicevi di rimanere. Ma io in cuore mio avevo già deciso. L’indomani sarei partito. L’indomani avrei preso il battello e poi il treno. La tua bocca aveva il sapore di una vacanza finita, di un’occasione persa, sprecata. Tempo due giorni e avrei ripreso il lavoro. Anche io ero stanco di ritornare a casa: la solita routine, le solite passeggiate solitarie, le solite sigarette fumate per sfogo, per scacciare la noia, per pura evasione, per fuggire tre minuti dalla realtà per poi ripiombarci subito dopo invano a capofitto. Se fossi nato in quel posto avrei avuto una vita diversa e sarei stato molto diverso. Inutili pensieri vagavano per la mia mente. D’altro canto la metafisica è di tutti ed è gratuita. Ti accompagnai abbracciato a te e ti  lasciai davanti al tuo portone. Pioveva a dirotto, ma noi ci facevamo bagnare; non cercavamo riparo. Avevo un’altra per la testa dalle mie parti che non ne voleva sapere di me e sapevo che era dannoso per entrambi provare il chiodo scaccia chiodo. Pensavo al suono dei suoi passi. Pensavo che quella ragazza di cui mi ero invaghito faceva l’amore con mille altri ma non con me. Di me non voleva saperne assolutamente.  Avevo la morte nel cuore, ma tu mi rincuorasti. Erano state solo due birre di troppo. Non cercasti mai di impietosirmi né di essere affettivamente ricattatoria: non cercasti mai di istigare in me la lacrima facile, quasi fisiologica. Sapevi che non avremmo avuto più modo di vederci. Sapevi che ci saremmo lasciati lì definitivamente. Quella era la nostra prima e ultima volta. Ma non fu inutile. Servì in qualche modo all’anima, alla vita di entrambi.  Guardai il lago. Era notte fonda. Mi incamminai verso l’albergo. In una località imprecisata del lago di Garda ci sono sempre in un angolo di paese dimenticato da Dio ma battezzato dalla brezza e dal sole un uomo e una donna che si amano furtivamente, occasionalmente. Un uomo e una donna qualsiasi, che si tengono le mani e si raccontano rispettivamente le loro storie.  È la passione di un momento. È una cosa che accade quotidianamente. Potrà sembrare banale e sciocco,  ma quell’uomo e quella donna hanno un dannato bisogno di incontrarsi, di ritrovarsi proprio in quegli istanti e niente, nessuno li farà desistere. Quell’uomo e quella donna saranno incuranti degli sguardi incuriositi dei bambini o di quelli inaciditi di anziane signore.  Non derubricate tutto ciò come un’avventuretta estiva o una sveltina. Non è neanche questione di romanticismo, di una pennellata di sentimentalismo. È un episodio di vita, né più né meno, riportato tale e quale a come è stato vissuto, per niente enfatizzato, per niente traslato, per niente simboleggiato,  insomma riprodotto per quello che è stato per me. Non ci sono risposte, motivazioni, giustificazioni, perché.  È la fame, talvolta inaspettata, di provvisorietà dell’amore che talvolta fa breccia,  si fa luce nell’animo quando meno te lo aspetti.