Stavo camminando sulla strada che porta a casa quando all’improvviso ecco il colpo della strega. La vita è fatta anche di piccoli contrattempi, di piccole contrarietà. Non ho più provato a passeggiare. Niente di grave ma è noioso. È da tre giorni che sono fermo. Una volta mi addormentai con la finestra aperta. Ebbi il mal di schiena per due mesi. Mi feci anche le lastre. Per non deprimermi cerco di pensare il meno possibile alla gente che in questo momento sta facendo all’amore. Penso invece alla gente che sta soffrendo. Penso a questo mondo come immenso “ostello di dolore”. Basta pensare all’immagine biblica della valle di lacrime. Non ho altro da aggiungere né da fare. Ho preso la caffettiera. L’ho pulita. Ho messo l’acqua e il caffè macinato. Adesso sale su. È pronto. È decaffeinato. Chiedo a mio padre se ne vuole un poco. Glielo lascio lì in bella mostra sopra il marmo. Qualcuno ha lasciato aperta un’anta. Per poco non ci picchio. Vado avanti a tramezzini in questi giorni. È più sbrigativo mangiare così. Poi siamo in emergenza. Mangiamo a turni. Mangiamo scaglionati. Prima noi, i negativi. Dopo i miei genitori, col Covid. Mi guardo allo specchio. Sono trasandato. Ho i capelli scarruffati. Me li pettino. È da quattro giorni che non mi faccio la barba. Attendiamo un cenno, un segnale, un messaggio dai vicini. A volte vado vicino al cancellino oppure in prossimità del reticolato. Qualche volta sento le loro voci ma sto in silenzio. Non voglio disturbare. Ogni tanto facevamo due chiacchiere prima. Siamo tutti sul chi va là. Questo maledetto virus colpirà tutti prima o poi. Guardo fuori. Ci sono sempre le solite macchine a quest’ora bruciata del giorno. Alcuni/e lavoratori/rici si riposano dopo pranzo. Stanno sdraiati in macchina. La gente va e viene per fare la spesa, per caricare la roba comprata in bauliera. Alcuni si riposano in macchina. L’auto diventa la loro seconda casa, anzi lo strato più profondo della loro epidermide. In macchina ci lavorano e ci fanno all’amore, ci mangiano, sonnecchiano, soffrono, gioiscono. In questo momento prende loro l’abbiocco alla cosiddetta controra. Il mio lagotto è lì che se la dorme. Si sdraia sopra il tappetino. Si stira più volte. Poi gira e si rigira più volte, cambiando posizione. Ora che lo noto bene mi sembra magro e oblungo. Ma forse è solo una mia impressione momentanea. Raggi di sole scendono in picchiata dalla finestra. Sono i primi caldi. Ogni giorno sembra uguale, ma sta a noi saper cogliere le differenze, anche quelle minime. Accendo per qualche attimo la televisione del soggiorno. Levo la voce. Faccio un poco di zapping. La mia mente assorbe alcune immagini consuete del pomeriggio televisivo. Poi la spengo subito. La finestra di cucina è aperta. Arrivano delle voci in lontananza, giungono degli echi. Salgo su. Aspetto nel silenzio di camera mia una telefonata, che forse non arriverà. I parenti sono stati tutti avvertiti che i miei hanno il Covid. Nessuno verrà a fare visite. Per oggi e i prossimi giorni non attendiamo visite.
Nelle immediate vicinanze di casa mia c’è un orto e un pensionato che lo cura con abnegazione. Alcuni pensionati vanno fieri del loro orto. Gli appezzamenti di terra concessi dal comune sono pieni di pensionati che fanno a gara a chi ha l’orto più bello. Non ho la stessa dedizione né la stessa cura per i miei pensieri. Sono costretto ad ammetterlo e ad abdicare. La costanza non è il mio forte. Il mio unico impegno è quello del disimpegno. Prendo nota. Scrivo sul tablet. Fermo le mie ideuzze, ma niente di più. Invece come dichiarava Moravia bisognerebbe stare ore e ore al tavolino a scrivere senza aspettare l’ispirazione. La cosa migliore sarebbe essere ispirati senza scrivere. Ma ciò non conta. Altrove ecco le atrocità della guerra. Non si può rimanere indifferenti. Eppure questo continuo bombardamento di notizie che si susseguono ci porta a essere incuranti degli eventi o almeno ci porta all’assuefazione. Che cosa siamo diventati? Che cosa siamo ora? Siamo esseri umani disumani! Che cosa dovremmo inventarci per continuare ad avere un cuore? Continuiamo la nostra vita, come se niente fosse. Tutto nella scatola cranica è pieno e vuoto. Quanti sinapsi chimiche ed elettriche ci vogliono per fare questo pensiero? Quale attivazione di circonvoluzioni ci vuole per fare questa prosa? Noi diamo tutto per scontato, anche quello che non lo è affatto. Non sapevo dove andare. Perciò non sono andato. Non sapevo a chi chiedere. Perciò non ho chiesto. Ma poi mi sono ricreduto: sono andato di nuovo e ho chiesto nuovamente. Non voglio parlare di etica. Etica laica occidentale e etica cristiana sono un intreccio inestricabile. Kant senza il pietismo non sarebbe Kant. Un tale in TV cercando l’anima gemella o facendo finta dichiara: “io cerco la felicità mia e cerco di non causare l’infelicità altrui”: parole giuste e sacrosante dette nel contesto sbagliato diventano inappropriate, totalmente fuori luogo. Era un concetto importante. Nessuno ha applaudito. È scivolato subito nel dimenticatoio. Conta ben altro al mondo d’oggi. Le persone hanno bisogno di banalità, vengono rassicurate da esse; tutto va bene, pur di non pensare. Meglio la coscienza della morte che la morte della coscienza. Lo vedi, lo sai io sono un essere che si nutre di noia, di assenze, di solitudine, ma anche di una voce amica, di uno sguardo non ostile, di due parole dette per convenienza. I film porno mi fanno sentire ancora più solo. Ma ormai riesco a convivere bene con tutto ciò. Mi basta poco per tollerare il tollerabile. Non sono queste le grandi ingiustizie della Terra, ma la sommatoria di tutte le solitudini, di tutte le alienazioni è essa stessa un’ingiustizia, a cui nessuno sembra voler porre rimedio perché considerata fisiologica, irreparabile, facente parte del prezzo da pagare nel vivere in questo mondo. Inoltre la solitudine se è rotta con le persone sbagliate diventa solitudine mischiata all’incomprensione, alla tristezza. Diventa quindi solitudine elevata all’ennesima potenza. E poi ritornando all’alienazione intesa in senso marxiano se essa è espropriazione del proprio lavoro e quindi di sé stessi, ebbene la solitudine è espropriazione degli altri, dell’amore degli altri. No. Non sono d’accordo. La solitudine non è sempre una scelta. La solitudine non sempre è una colpa. Piuttosto un triste sorteggio. Non ho mai creduto in W. Reich. C’è qualcosa di buono ma tira molti sfondoni. Non bisogna lasciarsi trarre in inganno. Più parole difficili usi, più sei contorto, farraginoso e più sono propensi a rilasciare il patentino di intellettuale. D’altronde gli intellettualismi sono fatti per gli intellettuali e non ci sono intellettuali degni di tale nome senza intellettualismi. D’altronde anche le persone pratiche hanno i loro pragmatismi. Non se ne esce. Importante è citare. Citare, citare, citare. Fare riferimenti colti. Bisogna riscrivere più che scrivere perché a scrivere ormai pochissimi sono buoni. Invece io ho bisogno di mettere ordine. Cerco di ridurre tutto all’essenziale. Ho bisogno di cose e pensieri semplici. Alcuni fanno tanto i sostenuti, gli snob per darsi un tono. Ma ognuno faccia ciò che meglio crede. Non vorrei spingermi oltre e forzare troppo la mano. Alcuni aspirano all’Assoluto, all’infinito e poi finiscono per non avere niente. Io non aspiro che a tirare a campare e non avrò così che piccole delusioni. Io aspiro solo all’aspirina quando sto male e in vecchiaia, se tutto va bene, alla mia aspirinetta quotidiana. Lo so che la vita ad alcuni promette e non mantiene. Difficilmente si fa pari. Ho imparato a cercare e trovare il nulla. Così faccio spesso pari. Non si può tradurre tutto in parole né in equazioni. Oggi faccio riposo e lascio vincere in me l’inespresso, il non detto. Che poi a una certa età la ricerca spasmodica dell’orgasmo è più un’ossessione psichica che un’esigenza fisiologica; è un modo per ritrovare la giovinezza che altro. È un modo per affermarsi, per rompere la solitudine che altro. Forse un insieme di tutte queste cose, ma il rischio di diventare patetici a sé stessi, di farsi prendere in giro da sé stessi oltre che dagli altri c’è sempre. Ho giocato con un arancio amaro in giardino. Il cane mi guardava. Basta poco per rendere una scena familiare e farla diventare apatica. Dovremo andare a Pisa una di queste sera ora che è primavera e goderci il vento nei pochi capelli rimasti lì sui lungarni. A Pisa è difficile trovare un parcheggio. Mi ricordo ancora le mie scorribande pisane. Sono passati molti anni. Io non sono più quello di una volta. Lo dico francamente. Ma nemmeno Pisa è più quella di una volta. Chissà che fine hanno fatto quegli amici e quelle studentesse? Persi/e di vista, persi/e per sempre. Ma inutile fare recriminazioni. Ognuno ha la sua vita. È solo il tempo che passa. Eppure mi piacerebbe una sera fermare la macchina alle Piagge per frescheggiare un poco vicino a quegli alberi secolari. Le cose che un tempo ritenevo banali, scontate oggi mi sembrano traguardi quasi irraggiungibili, inarrivabili. Un tempo non davo importanza a un’uscita, a una serata tra amici. Ora sono costretto giocoforza a rivalutare davvero tutto. Pisa è sempre lì che ci aspetta. Non dobbiamo rimandare. Siamo vecchi ragazzi, siamo old boys, come dici tu. Dobbiamo andare a fare un giro notturno in quel bar. Dobbiamo vedere chi lo frequenta. Lo faremo per la stessa curiosità da soddisfare o per fare qualcosa di nuovo. Le cose per noi non cambiano. Le cose invece cambiano. Noi sembriamo essere gli stessi o almeno abbiamo le nostre identiche dinamiche psicologiche. Le circostanze, il mondo là fuori cambia e non cambia. Tutto cambia. Tutto passa. Tutto il bene e tutto il male. Tutto col passare del tempo è destinato a cambiare in peggio. Così si dice. Meglio prepararsi a tale evenienza. Penso spesso alla storia. Pochi uomini hanno sempre deciso la sorte dei popoli. Speriamo che ora un pazzo non decida la sorte del mondo. Tutti hanno ragione. Nessuno ha ragione. La ragione e il torto sono la stessa identica cosa. Col tempo tutto si tramuta. Difficile stabilire un confine tra essere dementi ed essere demenziali. Basta la cattiva fede di qualcuno e uno si presta a essere frainteso per sempre. Quanto io c’è nel mondo? Quanto mondo c’è nell’io? Difficile dirlo perché anche qui non c’è confine tra io e mondo. Scadenza improrogabile oppure rinviamo tutto a data da destinarsi? Ah questo terribile mal di schiena! Queste mie parole passeranno, questi pensieri domani li avrò dimenticati; andrò a caccia di altro domani, se ci sarà domani. Lo so, lo sappiamo che c’è gente che muore di fame e noi occidentali rimaniamo inermi a guardarci l’ombelico. Per alcuni Dio è morto. E se non esistesse? Per alcuni Cristo è morto inutilmente. E se non fosse mai sceso sulla Terra? Forse Dio mette continuamente alla prova la fede. Avremo sicuramente delle colpe noi umani, anche se le nostre colpe saranno peccati di omissione. A questo mondo dalla cacciata dal paradiso siamo colpevoli senza colpe. Ma purtroppo viceversa non è ammissibile: non esistono colpe senza colpevoli. Come la cicatrice che mi porto sotto l’occhio destro. Me la feci da bambino tentando incoscientemente di andare in bicicletta. Era una colpa minima, una responsabilità molto limitata, ma pur sempre una colpa.