CARMELO ALIBERTI: un poeta,uno scrittore,un critico letterario,un raffinato esteta della cultura, di  FRANCESCA  ROMEO

Carmelo Aliberti: un poeta, un critico letterario, un raffinato esteta della cultura in quanto tale. Da “Briciole di un sogno”, suo primo romanzo, a “Il mio mondo finirà con te”, sino al recente saggio sull’universo consoliano, c’è un lungo lavoro certosino, frutto di un bagaglio culturale personale non indifferente, di esperienze e di molteplici sfaccettature, di prospettive e di ispirazioni, di radici e di sogni sognati anche ad occhi aperti. Un mondo al confine tra l’onirico e il reale, in cui tutto si mescola e si amalgama in un continuum spazio-temporale senza precedenti, e in cui “il tutto” riesce a mantenere intatta la propria identità. E il mondo è quello siciliano che si staglia in “Briciole di un sogno” e dalle cui pagine si respirano profumi, si scorgono colori, si ode il canto dello “scrusciu du mari”(cit. A. Camilleri). Pagine che però trasudano anche le vicissitudini di un popolo, quello siciliano, perennemente assolto e condannato. Storie di vita, di sofferenza, di asservimenti, di iniquità, di riscatti dal cui sfondo si apre, senza sfasature, l’ampio paesaggio storico-letterario dell’Italia tutta. Tutto inizia con un ritorno. Il ritorno alla terra natia. È il 10 agosto: giorno di San Lorenzo, notte dell’atavico “pianto delle stelle cadenti”. Un nostos stratificato nella ricerca di luoghi e figure del proprio passato, che si fa nostalgia ma che è anche peripeteia e tocca isole  drammatiche seguendo la rotta tracciata dalla bussola dei ricordi. Vita, morte, dolore, cronache, riflessioni, poesie, colte citazioni, si rincorrono dentro un calderone in cui passato, presente e futuro si decompongono e si annullano, quasi in un processo che svuota la realtà per riempirla subito dopo. Un vaso di pandora che, una volta aperto, travolge il lettore con quelle mille e una storia che Aliberti ha saputo ben cucire una accanto all’altra. Un romanzo equilibrato, composto, simmetrico scritto con un linguaggio elegante e ricercato che, con grande abilità, lo scrittore riesce a mantenere leggero e scorrevole, comprensibile e affascinante. Sulla scia di “Briciole di un sogno” si muove “Il mio mondo finirà con te”, esempio di quella grande letteratura densa di stili e di atmosfere tali da far assaporare a  ciascun lettore quell’antico sapore perduto di cose buone. Esiste una continuità di spirito e di stile tra i due romanzi. Una continuità in cui convergono, insieme alle colte citazioni storico-letterarie, tutti gli elementi tipici della narrazione di Aliberti: l’amore, le meschinità, la fatica quotidiana, le difficoltà, gli ideali, gli affetti familiari, i sogni. Protagonista è l’amore. Un amore puro, vero, delicato come i petali di una rosa. Un amore senza lieto fine e, proprio per questo, imperituro. In entrambi i romanzi troviamo delineate figure emblematiche di donne, storie di uomini e di drammi a volte narrati con la stessa crudezza con cui hanno investito la realtà. E ancora emergono figure fatte di terre, umili e ricche in dignità. Straordinari affreschi di valori sacri, di donne assurte a creature indefinite, angeliche, come Anna (Il mio mondo finirà con te), figura candida, genuina, saggia che, proprio come la Beatrice dantesca, non è fatta per vivere su questa terra. Aliberti riesce così ad incastonare nella cultura contemporanea una storia che segue i canoni di un amore cortese, rendendolo profondamente attuale e vero, senza tuttavia perdere il legame con il sublime empireo dell’amore irraggiungibile. Aulicità poetica e linguaggio cronachistico si rincorrono, si affiancano, si superano vicendevolmente, senza rotture. In “Briciole di un sogno” notiamo, infatti, un escalation di soliloqui che scavano negli abissi reconditi dell’Io e che diventano indagini sull’essere umano, intrallazzi politici, soprusi, impronte di quella sicilitudine sciasciana fatta di tormento e inquietudine interiore. Note di inquietudine e di tormento che scuotono l’intera opera e connotano quel contesto feudale in cui il potere della casta obnubila, logora, asservisce e, persino, crudelmente beffa la propria vittima. E lo vediamo in quella richiesta di un aumento del salario al vossia da parte dei pastori. E il vossia, il padrone don Giuseppe, finge un beffardo viaggio a Roma per esporre la richiesta al re, e per autorizzare, al suo atteso ritorno, una risposta a suon di schioppettate se i pecurari avessero ancora rivendicato i loro diritti. Degno erede di Sciascia e Bufalino, l’autore rende netta la dicotomia tra il profondo nero dell’Isola e la sua luce abbagliante, rendendo visibile le tante isole dell’Isola, la pluralità intrinseca, la sottomissione e il riscatto, l’inettitudine e la volontà di agire, analizzando le ragioni storiche e quelle proprie dell’essere isolani. Un variegato carosello di personaggi sale sulla scena. Si presentano a mani nude, aperte, umili. Svelano i loro sogni, la loro vita, le proprie debolezze. Approdano nel cuore del lettore che li vede sfilare davanti con la veste logora dei loro drammi. È il teatro della vita! Un immenso palcoscenico in cui, citando William Shakespeare, “ciascuno deve recitare la sua parte”. Aliberti assurge al ruolo di regista. Sceglie accuratamente i suoi personaggi: attori, prime donne e comparse. Li tira fuori dal suo cilindro magico in bilico perenne sul filo rosso della vita. Li accompagna per mano. Li presenta. Ne scolpisce i tratti. Mette a nudo la coscienza. Accende i riflettori e li punta ora al centro del palco, ora ai margini. Ora sulla scenografia. Ora sul pubblico silenzioso nella sala. Una scrittura densa di rimandi e colte citazioni, velate e palesi, a quel fitto intrigato mondo che è la storia della letteratura italiana, ma non solo, alla grande storia, alla microstoria. E così incontriamo la divina Provvidenza di manzoniana memoria, Quasimodo, Consolo, Verga, Foscolo, San Francesco d’Assisi, Neruda, Emilio Isgrò, solo per citarne alcuni. Ne “Il mio mondo finirà con te” al filone principale dell’amore puro tra Carlo e Anna, Aliberti annoda altre microstorie, crude, schiette e spesso violente dei personaggi secondari. Come quella tragica tra “Micu u suddu” e la moglie: storia di tradimenti, di vendetta, di delitto d’onore.  Come quella tra Pippo e Gina. Storie laceranti di amori malati e convulsi, incapaci di elevarsi. Descritte con carezzevoli pennellate pregne di grumi nostalgici sono invece le figure materne. Madri capaci di annullarsi del tutto per vivere in funzione del figlio. Madri protettrici, forti e fragili allo stesso tempo. Simbolo della famiglia, di quel nido cui sempre ritornare. Madri di un tempo, struggenti e belle, commoventi come la madre di Cecilia dei Promessi Sposi. Improvvisamente nella vita di Carlo appare Rosa, una “ragazza confidenziale e simpatica, spontanea e spensierata, uno sguardo limpido e saettante” come egli stesso la descrive. Ed inizia un nuovo amore, idilliaco e anch’esso, purtroppo, dal tragico epilogo: Rosa scompare inghiottita dal nulla. Emblematico il viaggio di Carlo: come Ulisse si spinge oltre simboliche colonne d’Ercole. Come Ulisse scende nell’Ade. Affronta i suoi demoni. E risorge. Significativo è l’incontro con il pastore. Carlo imprime allora una nuova direzione alla sua vita. Orienta la sua bussola sulle rotte dell’umanità, cercando di rispondere al più bello dei comandamenti cristiani: ama il prossimo tuo come te stesso.  Molteplici anche qui le trame secondarie, i racconti, i personaggi le cui vite sembrano dipanarsi sui fili tessuti dalle Moire. Macrostoria e miscrostoria si fondono. Da Pericle, alla seconda guerra mondiale, all’Afghanistan, all’11 settembre, ai drammi di una Sicilia vessata dal caporalato, ai tesori d’arte di un Isola che possiamo a ragion veduta definire patrimonio dell’umanità. Caravaggio, Guttuso, Migneco, Quasimodo, i miti di Colapesce e della fata Morgana, e molto altro ancora, brillano tra le pagine come perle preziose custodite in uno scrigno. Aliberti getta uno sguardo profondo anche alla fuga dall’isola dei tanti giovani in cerca di lavoro e affermazione, al dolore della lontananza. E la fede, coprotagonista insieme all’amore, una fede di manzoniana memoria, radicata nella famiglia, ricca di speranza in quel Dio che “provvede alle sue creature” e che muove ogni cosa. Straordinari in entrambi i romanzi gli affreschi di una Sicilia bella nei suoi colori e calori, colta nelle sue molteplici fascinazioni, depurata dagli stereotipi, tradita da quelle classi politiche impegnate solo a procacciare i propri interessi, dilaniata da quella cruda contraddittoria sicilianità. 

          Una traversata della Sicilia intera, nella sua accezione più vera, è anche il viaggio che Aliberti compie nell’universo mitopoietico di Consolo, fatto non solo di terra, ma soprattutto di sangue e anima. Sangue e anima che scorrono impetuosi impastandosi con la terra di ieri, di oggi, di domani. Caroselli di figure che si rincorrono in un teriomorfismo ancestrale. Luoghi che si sovrappongono. Anime che fuggono. Spiriti che restano. Esuli che ritornano. Aromi speziati di zolfatari, odori acri di sudore, colori, agrumi e “ombre misteriche, fantasmi innamorati scintillanti nel mattatoio delle zagare” come scrive Aliberti nelle primissime pagine. E lo fa in quel canto denominato “Il licantropo e la luna” in cui il saggista magistralmente ripone, in 165 versi di straripante bellezza, tutto lo splendore intrinseco di ciò che è il fascino e l’essenza del pensiero consoliano.  Un saggio intenso, sibillino, impregnato di sostrati mitici e iconografie del reale, che diventa quasi un dialogo velato tra Aliberti e Consolo. Tra poeta e poeta. Tra scrittore e scrittore. Tra figli di una stessa Sicilia, nutrice e matrigna, amata e rimpianta, “pietrificata” ma anche viva, nel cui passato si muovono attualità sconcertanti e viaggiano innumerevoli “Ulisse” alla ricerca della propria perduta Itaca. Aliberti, con somma duttilità, riesce a sviscerare l’interiorità velata nelle pagine dello scrittore siciliano. Ne mette a fuoco i dettagli, i rumori, i pensieri, l’epochè di husserliana memoria, il dualismo ontologico e gnoseologico in cui la separazione e la trascendenza del mondo ideale rispetto al mondo sensibile implicano anche una separazione delle forme della conoscenza. Ed è iniziando da “Nottetempo, casa per casa”, insignito del Premio Strega nel 1992, che Aliberti amalgama tutti gli ingredienti gravitanti nell’universo consoliano.     Da una dettagliata analisi narrativa a quella interpretativa Aliberti attraverso una stesura colta di rimandi e citazioni, evoca una vertiginosa pluralità di status, di immagini, di sentimenti che convivono sotto diverse forme in un’anamnesi dell’essere e dell’esistenza che afferma e nega. E ancora “il destino d’ogni ulisside di oggi” come lo definiva Consolo stesso, il rapporto con la Sicilia, la memoria, il viaggio, l’emigrazione, le devastazioni, le stragi mafiose. Impossibile a questo punto per l’autore del saggio non ottemperare “Lo Spasimo di Palermo” (1998): “È il meno lineare dei libri di Consolo nell’ossessivo affollarsi di passato e presente, nella contrapposizione di storia e memoria, nel vano bisogno di confronto che il ricordo potrebbe offrire e che suscita, invece, un bruciante sentimento di patimento, di sofferenza, di spasimo appunto” scrive Aliberti. Un linguaggio scorrevole, profondo, espressivo quello del saggista che a tratti si palesa come un’opera nell’opera, con picchi aulici di vera poesia, come accade quando apre al lettore una finestra su “Catarsi”. Linguaggio che si fa cronachistico, netto, sciabolante, come quando descrive l’atto unico intitolato “Pio La Torre, orgoglio di Sicilia” (2009) e nel cui testo Aliberti individua “la fertile eredità lasciata da Consolo ai più giovani”. Un approccio indubbiamente caratteristico quello del saggista alle opere di Consolo in grado di generare armoniose perturbazioni emotive, di approfondire e chiarificare significati e significanti. Come il saggista ricorda, Consolo più volte affermò che ciò che maggiormente gli interessava era raccontare la storia, la Sicilia. Una storia filtrata però dalla lente dei vinti, cui lo scrittore siciliano dà voce. Particolare attenzione Aliberti pone all’ulissismo intellettuale di Consolo in cui il protagonista delle vicende omeriche e il suo viaggio diventano per l’autore metafora di ricerca su più dimensioni. La Sicilia come Itaca, sospirata meta ultima, “patria-matria” cui sempre anelare, ma che “può essere paragonata alla Troia incendiata di Omero, rappresenta anche l’incupirsi della visione consoliana, che coinvolge l’intera storia italiana” sottolinea Aliberti mentre si sofferma sul “negativismo storico” e la “necessità di testimoniare” insieme al “silenzio narrativo dello scrittore”. In questo saggio l’autore migra tra gli scritti di Consolo, respirandone i temi ricorrenti, i luoghi, le atmosfere di speranza e le unzioni deluse, le voci, le urla, le infamie morali, il senso nascosto delle cose. E, ancora, Aliberti apre scenari intonsi, esplora, scandaglia, interpreta, suggerisce. Un saggio in cui echeggiano tutti i tempi di Consolo, in cui gravitano tutti suoi personaggi come isole galleggianti degli Uros. Una corsa a ritroso. Un fuga verso l’infinito. Un varco che si apre al di là e al di qua della terra, del sangue, dell’anima. Un complesso in crescendo di concezioni ispirate, devote, fondamentali, in cui il sensibile e l’intelligibile diventano punti essenziali del pensiero, delle parole. Quelle stesse parole che esistono e che Consolo definì essere “come biglie chiuse con un mistero dentro: bisogna aprirle”. Parole gravide di energia, di vibrazioni, che si manifestano in una travagliata maieutica del “dire”. Parole che Aliberti osserva, coltiva, raccoglie in una straordinaria attenta messe dell’universo consoliano: “ma solamente i poeti, ancora, posseggono l’oscuro segreto delle parole per dire, con la più alta dignità e più alta bellezza, della grande avventura dell’esistere, della vita” scrive Consolo.

dott. sa   Francesca Romeo

(giornalista e scrittrice)