4/ Potrei anche viaggiare all’infinito, ma non capirei mai le luci di altre città, di altri paesi. Io capisco solo le luci del mio paese. Sono convinto che, giunti ad una certa età, si capisce ormai solo le luci del proprio paese. E’ qui che sono nato e quasi certamente è qui che morirò. Ormai sono vecchio. Qui i volti degli abitanti hanno un  senso. Qui ormai le strade e le case hanno una loro ragione. E poi non sono mica un ventenne, che parte pieno di entusiasmo!!! Sarebbe bello trovare una donna: una donna da sposare. Ma non ho mai trovato la donna giusta qui. Allora certe volte mi deprimo e penso che forse nella nebbia di Milano avrei più probabilità di trovare la donna giusta. Ma forse ormai è troppo tardi. Ormai sono abituato alla mia solitudine. Gradualmente la solitudine diventa una seconda pelle. Gli alberi hanno la loro scorza: io ho la mia solitudine. Ma è inutile arrovellarsi. Continuo come sempre la mia esistenza. D’inverno aspetto sempre la primavera con i suoi mandorli in fiore: la primavera, che accende negli animi delle donne la passione. E’ andata così, perché doveva andare così. Io credo nel Fato, nel destino. E poi cosa dovevo fare? Accontentarmi? Sposarmi con una che non mi piaceva? Un’unione forzata sarebbe stata peggio delle magagne della mia solitudine!!! Al Nord mi hanno detto che c’è più lavoro e che le donne sono più evolute. Chissà chi sarei stato se fossi nato e vissuto nel Nord? Ma forse le donne sono difficili da tutte le parti. Forse sono volubili di natura. Io penso che sia meglio non muoversi da qui. Se si parte allora si finisce per sentire la nostalgia, anche delle cose che odi di più o che ti sembrava di odiare di più. Finisci anche per avere nostalgia degli attaccabrighe, dei balordi di quartiere, delle beghine pettegole. Il mio paese si può girare in mezz’ora. Dopo averlo visitato una volta lo sai già a mente. C’è il corso con i suoi negozi. Una chiesa. Un bar. Una scuola per gli alunni delle elementari e delle medie inferiori. Per andare alle superiori i ragazzi devono alzarsi presto la mattina e prendere l’autobus per recarsi nella cittadina più vicina. C’è anche una pizzeria qui da noi. Quest’ultima è fuori dal centro. Ha un ampio parcheggio. E’ molto frequentata dai giovani. In paese ci si conosce tutti. Quando succede qualcosa di grave accorrono tutti. C’è molta solidarietà. In fondo siamo una piccola comunità. Ma basta andare al bar o dalla parrucchiera per sentire pettegolezzi di ogni tipo. Il sabato sera i ragazzi prendono l’autobus e vanno nella cittadina più vicina. Ci sono più negozi; c’è più gente; c’è più vita. Il paese si è ingrandito rispetto ad un tempo. Da qualche anno molti cittadini, stanchi del traffico della città, cercano una casa in posti sperduti come questo per vivere più tranquilli. Un tempo c’erano davvero tre case.

Ormai sono un vecchio signore, che vive di ricordi. Spesso i ricordi riaffiorano sul far della sera. Ritorno spesso con la mente alla guerra. Allora io ero un bambino. Alloggiavamo in una casa di un contadino nel cuore di una vallata. Dormivamo in una stalla. Mi ricordo quella casa colonica. Mi ricordo che l’edera si attorcigliava, si abbarbicava sui muriccioli di quelle terrazze. Una volta arrivarono i tedeschi e dopo aver saccheggiato la casa volevano portarsi via mia sorella. Mia madre riuscì a farla scappare e i tedeschi le puntarono una pistola alla tempia e le dissero: “la prossima volta sparare”. La presero a schiaffi. Poi se ne andarono. Mia sorella ritornò a casa e non dormì tutta la notte. Le venne anche la febbre alta. Se non ricordo male le venne la febbre a quaranta. La guerra era arrivata dappertutto. Era arrivata anche nel mio paese. Un giorno fu una tragedia per una coppia di giovani. Stavano insieme da poco tempo. Lui lavorava in fabbrica ed era il bello del paese. Lei lavorava da un finanziere. Con il cannocchiale si misero a guardare dal terrazzo della chiesa i colli ed il mare. Quando iniziarono i bombardamenti si rifugiarono in chiesa e si nascosero dietro l’altare. Non c’era nemmeno il prete, che era sfollato in uno scantinato. Si nascosero in chiesa, sperando che almeno lasciassero in pace i luoghi dove raccogliersi e pregare. Ma avvenne il sacrilegio: anche lì giunse una bomba e per loro non vi fu niente da fare. A quei tempi non si sapeva tutto come oggi. Non si poteva neanche ascoltare la radio: era vietato. Non volevano che si sapessero le notizie del fronte. Ma c’era chi, nonostante tutto, passava notti insonni ad ascoltare la radio. Io allora ero solo un bambino. Ma l’orrore della guerra era evidente: la barbarie dei bombardamenti a tappeto, le case sventrate, lo strazio dei corpi mutilati, le stragi di civili. Una volta venne ucciso un tedesco. Un colpo alla nuca nel bosco. Il colpevole non fu mai trovato. Fucilarono dieci italiani. In paese per qualche anno alcuni si guardarono in cagnesco, si accusarono a vicenda. I sospetti della comunità ricaddero prima su un facinoroso e poi sul pazzo del paese. Poi finì la guerra. Finirono i rancori. Ma nessuno seppe mai chi era stato. Tutto cambiò con la fine della guerra. Molti cambiarono casacca e idee dall’oggi al domani. Anche quelle donne, che si erano concesse ai tedeschi nei loro accampamenti, trovarono marito. Ma chi è nato dopo non può giudicare. Chi è nato dopo non può sapere e non può immaginare la nostra meraviglia per il sapore della carne e per l’odore del pane. Non so nemmeno perché ho scritto queste righe. Forse perché ogni tanto ripenso a mio padre, che si sparò alla testa con la sua pistola: la sua pistola, che un giorno gli avevo rubato per andare a sparare nel bosco. Mio padre sapeva. Mio padre aveva capito tutto.