3/ Dicevano che ero pazzo e non so bene per quali motivi. Forse perché certe sere ero troppo su di giri; forse perché avevano notato i miei umori altalenanti. Non so bene. Ma forse un po’ di ragione ce l’avevano. Gianni mi chiedeva sempre: “Andrea quando metterai la testa a posto?”. Ma certe sere io avevo voglia di strafare. Non potevo non viverle pienamente. E anche a Giann i- tutto sommato – piaceva questo mio modo di prendere la vita: questo mio corpo a corpo continuo con la vita. Era un faccia a faccia infinito. Correvamo come matti, andavamo a cercare ragazze. Ma le ragazze alla fine non ci stavano. Ci rispondevano male; alcune facevano le sciantose. Le ragazze erano sempre degli altri. Tempo addietro stavamo a perdere tempo con loro. Diventavamo loro amici – io e Gianni- e perfino si confidavano con noi. Ci raccontavano i loro amori; alcune addirittura le loro avventure, le loro acrobazie sessuali con questo o quel tipo aitante e muscoloso. Ma noi eravamo stanchi. Stanchi di sentire parlare degli altri amori, degli amori degli altri. Certe sere io e Gianni, mezzi ubriachi, uscivamo fuori dal locale e guardavamo la luna e ci dicevamo che gli astronauti, che erano saliti sulla luna, avevano attentato alla fantasia del genere umano. La luna a nostro avviso avrebbe dovuto rimanere dei poeti, degli innamorati e di quelli soli come noi: tutta gente  che aveva bisogno di attingere dalla sua luce per sapere se era ancora capace di meravigliarsi e di stupirsi. Per noi ignoranti quel satellite, così smorto di giorno, simboleggiava davvero qualcosa di importante: la sua faccia oscura, quella parte della luna che non puoi vedere con gli occhi, sarebbe rimasta sempre fonte di mistero. Certe sere la luna, le stelle, l’intero cielo sembrava che ci scrutassero, che fossero degli spettatori delle nostre vite. Sembrava che sapessero tutto di noi e delle nostre grame esistenze. Ma in fondo era solo un’impressione che durava qualche attimo. Ma in fondo cosa importava al cielo delle vicissitudini di due giovinastri di provincia? Gianni allora mi diceva che il cielo e gli astri ci guardavano nello stesso modo con cui noi esseri umani guardavamo gli insetti. Io gli rispondevo che era un casino capire la vita e che noi esseri umani si era come sospesi tra il micro e il macro, tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Gianni mi raccontava anche dei suoi problemi in famiglia. Mi raccontava di sua sorella, che si era divorziata e svolazzava di letto in letto. Io gli dicevo che non era un problema. Gli dicevo che erano cambiati i tempi, che c’era stata l’evoluzione dei costumi. Tutto era cambiato radicalmente e non era più come ai tempi dei nostri nonni quando addirittura la masturbazione era considerata un peccato. Gli dicevo che la nostra ormai era una società post-industriale e non più una civiltà contadina e mi mettevo a citargli Freud alla rinfusa e disquisivo sulla pornografia di massa e sui varietà televisivi, che ormai erano tutti pornosoft.  Gli dicevo che la smettesse e che la piantasse di fare il moralista con sua sorella. Io e Gianni comunque non ci perdevamo mai in discorsi intellettuali. Della cultura ce ne fregavamo totalmente.  Mica volevamo ammuffirci e diventare dei mosconi altezzosi!!! Ogni giorno leggevamo il giornale. Ogni tanto leggevamo qualche romanzo (ma mica roba impegnata). Volevamo la testa sgombra. Dovevamo pensare alle donne, anche se loro mica ci stavano!!! Nessuno aveva più difetti fisici ormai. Tutti ormai si erano rifatti tranne noi. Come potevo piacere io con il mio naso aquilino, i miei occhi troppo a mandorla e la mia altezza non eccelsa? E Gianni che oltre ad essere basso era anche già stempiato? Avremmo potuto trovare una ragazza negli anni’70 quando l’aspetto fisico contava molto meno. A quei tempi contavano altre cose: avere gli stessi interessi in comune oppure la simpatia. Ma in seguito che cosa era successo? La civiltà dell’immagine aveva preso il sopravvento. Non potevi discostarti da modelli e mode imposte dalla televisione. Se non ti adattavi eri un diverso, non esistevi, non ti prendevano nemmeno in considerazione. A noi le discoteche non piacevano, ma era ormai l’unico momento di aggregazione giovanile. I sabati sera non uscivamo mai. C’era troppa gente in giro. I locali erano sovraffollati.  Non ti potevi rigirare. Avevamo provato alcune volte, ma era snervante. Passavi troppo tempo a fare la fila per lasciare il giubbotto a quelli del guardaroba. Passavi troppo tempo per andare a prendere una consumazione. Così uscivamo il venerdì. Il venerdì c’era anche gente più grande. Il nostro sogno era di trovare qualcuna più matura e più esperta. La vita era sempre quella.  Il mondo ci remava contro, ma noi avevamo un rimedio: bevevamo alcolici fino a notte inoltrata. Le solite magagne, la solita noia e noi ci ubriacavamo!!!

Le ragazze non ci stavano e allora noi cercavamo di consolarci con la bellezza della nostra Toscana: gli oliveti, i vigneti, i filari di cipressi che costeggiavano certe strade di campagna, le distese sterminate di spighe di grano, i girasoli che rivolgevano continuamente i loro capolini al sole. Certi sabati io e Gianni prendevamo la macchina e andavamo a fare dei giri nelle colline del Chianti oppure prendevamo la strada per Volterra, perché – nonostante fosse tortuosa – lì era pieno di balze. A forza di girovagare per la Toscana alle volte ci imbattevamo in paesi che avevano qualche centinaio di persone e allora ci chiedevamo se ci avremmo mai abitato. Ci chiedevamo quanto era lontano l’ospedale e ci dicevamo che era meglio stare nella nostra cittadina, perché in paesi sperduti come quelli l’aria sarà pure più salubre…ma l’ambulanza arriva sempre troppo tardi. Eppure c’era gente che ci viveva e che forse viveva più serena di noi, che stavamo sempre in giro a cercare. Ma in fin dei conti anche questi abitanti di paesi apparentemente desolati erano a contatto col mondo. Molti di loro lavoravano negli agriturismi e conoscevano le lingue e parlavano con gente di tutti i paesi del mondo: tedeschi, giapponesi, americani, inglesi. In quelle gite noi abbassavamo i finestrini e accendevamo una cicca dopo l’altra. Si susseguivano le immagini nei nostri occhi e nelle nostre menti. Non ci saremmo trasferiti mai in un altro luogo io perché oltre ai bei paesaggi ci piaceva molto anche la cucina toscana. La cucina di altre regioni non ci piaceva tanto. La cucina emiliana la trovavo troppo corposa. Quei ragù di carne erano troppo pesanti, anche se i tortellini erano stati una grande invenzione. Le piadine le avrei potute mangiare solo nel caso in cui avessi avuto dei crampi allo stomaco dalla fame. Della cucina umbra mi piaceva solo la porchetta. Non parliamo poi della cucina delle regioni del Nord perché là non avevano mica l’olio così buono come dalle nostre parti. Loro erano già crucchi. Avevano già la cultura del burro. I lombardi e i veneti quando venivano in Toscana non vedevano l’ora di mangiare la bistecca alla fiorentina, la ribollita, il cacciucco. E poi gli asparagi bianchi li trovavo insipidi e il radicchio trevigiano troppo amaro e troppo caro. La cucina del Sud era già più decente. Alcuni piatti tipici mi piacevano. Mi piacevano anche alcune insalate romane. Ma la cucina toscana non l’avrei barattata con nessuna altra cucina.

Altre volte invece Gianni e io andavamo sul corso e ci mettevamo seduti ad un tavolino di un bar e guardavamo passare le belle ragazze. Ci sentivamo vivi. Ci sentivamo pulsare le vene, anche se quelle ragazze intrecciavano relazioni con altri tipi. Ascoltavamo lo scalpiccio dei passi sul suolo, i rumori dei clacson lontani, le canzonette che passava la radio del bar, i rintocchi delle campane del duomo, il brusio dei passanti. La curiosità dei nostri sguardi non aveva limiti. Spesso ci interessavamo delle scollature e degli orli delle gonne delle passanti. Ci guardavamo sempre intorno. Ogni tanto cercavamo di intuire la vita degli inquilini di quei palazzi. C’era sempre qualche finestra aperta da cui potevamo osservare gli arredi, i quadri, le pareti, i soffitti. Quindi rincuorati da sorsi di birra e avvolti da spirali di fumo continuavamo ad osservare il ritmo e la vita del corso. Un gomito appoggiato ad un bracciolo e l’altro impegnato a tenere il boccale di birra. E noi continuavamo a bere, a guardare, ad annusare i profumi delle ragazze. In fondo noi amavamo la nostra cittadina: amavamo le facciate dei palazzi, i lastricati delle strade, i marciapiedi dissestati come non mai. Però bisognava viaggiare. Firenze ad esempio ci aveva sempre affascinato. Tempo addietro avevamo cercato di vedere come era la situazione a Firenze. Eravamo andati lì qualche sera. Ma non avevamo mai concluso nulla. Anche le ragazze fiorentine non ci stavano e per noi non era una novità. Firenze era una città immensa: era un intrecciarsi di microcosmi totalmente diversi. C’era la Firenze dell’Accademia delle Belle Arti; quella aristocratica, che abitava nelle ville sui colli e che viveva con le rendite dei fondi di via Tornabuoni; quella da cartolina illustrata; quella da gita turistica; quella dei visitatori degli Uffizi; quella delle discoteche alla moda; quella della buona borghesia, che nel chiuso delle sue stanze sniffava coca; quella nostalgica di La Pira; quella del Caffè delle Giubbe Rosse; quella degli stilisti; quella dei fast food; quella dei barboni, che dormivano sottostazione; quella che palpeggiava le signore sugli autobus sovraffollati; quella degli ultrà viola; quella dei punk a bestia; quella operaia; quella degli industriali; quella del passeggio dopocena a Piazzale Michelangelo per cercare di cuccare; quella di chi si riuniva all’anfiteatro delle Cascine per fumarsi le canne; quella dei taxisti; quella dei ritrattisti; quella dei giornalisti; quella degli artigiani; quella di chi vendeva quadri; quella di chi vendeva il corpo a ore; quella dei comici toscani; quella delle biciclette messe in ogni posto; quella delle belle commesse; quella dei lavavetri. Firenze comunque ci guardava sempre dall’alto. Noi eravamo dei provinciali. Addirittura eravamo dei pisani.  Non riuscivamo mai ad entrare in un gruppo di coetanei, in una comitiva. Ce lo rinfacciavano continuamente che eravamo dei pisani e ci schernivano dicendoci: “meglio un morto un casa che un pisano all’uscio”. Quel detto era dovuto al fatto che anticamente molti pisani erano degli esattori delle tasse. Nel medioevo c’era molta povertà e gli esattori delle tasse erano odiati e temuti al tempo stesso. Comunque a Firenze si poteva fare un giro ogni tanto, ma niente più. Era inutile cercare di andare a cercare ragazze o amicizie a Firenze. Eravamo dei giovani disperati io e Gianni, nonostante la nostra vitalità. Anche dal punto di vista lavorativo. Io ero alla continua ricerca di un lavoro stabile e mi toccava fare dei lavori part-time. Ma un vero e proprio stipendio non ce l’avevo. Al massimo potevo portarmi a casa qualche centinaio di euro al mese. Per qualche tempo avevo lavorato in un call-center. Poi come rappresentante. Ma non riuscivo a mettermi dei soldi in tasca. Facevo parte di quei lavoratori, che non erano nemmeno tutelati dai sindacati. Gianni invece faceva l’operaio. Almeno lui aveva un lavoro fisso. Si portava uno stipendio a casa. Poteva dire di essere indipendente economicamente. Però mi diceva che il suo lavoro era monotono, ripetitivo, alienante. Mi diceva che certi lavoratori cinquantenni, suoi colleghi, avevano tutti dei tic dovuti alle proprie mansioni lavorative. Gianni mi diceva che durante l’orario di lavoro si sentiva come sdoppiato. Una parte di sé controllava le mani e un’altra parte vagava da un pensiero all’altro. Ormai certi gesti erano diventati degli automatismi. Io e Gianni non eravamo mai soddisfatti, ma qualcosa alla fin fine si salvava: ad esempio la nostra era una bella amicizia, che durava da molto tempo ormai. Avevamo dato i primi calci ad un pallone insieme. Da bambini eravamo sempre dediti agli scherzi e agli schiamazzi notturni nel nostro quartiere. Andavamo sempre a giocare in un campetto pieno di buche. Oltre quel campetto era aperta campagna. Alcuni viottoli sterrati portavano agli argini, agli orti, al fiume. Ora hanno costruito anche lì. Ci hanno costruito delle villette a schiera. Da bambini camminavamo tra pungitopi e forasacchi, tra sterpaglie e rovi, tra fogliame e rami franti. Aprire un varco nella rete per entrare negli orti del fiume era la nostra arte. Io glielo dicevo a Gianni che nella vita bisognava aprirsi un varco, anche se non c’era nessuno che ci indicava in quale rete. Ma forse le nostre lame non erano sufficientemente affilate. Forse non erano come il filo diamantato, che può tagliare le maglie di ogni rete.