Mi cambio. Mi metto dei jeans sgualciti. Mi infilo la prima maglia che trovo nell’armadio. Mi metto i calzini. Mi infilo le scarpe. Me le allaccio. Vado subito in bagno. Sono tutto spettinato. Apro il rubinetto. Mi bagno le mani. Mi passo un po’ d’acqua nei capelli. Mi pettino. Mi guardo allo specchio. Osservo attentamente le mie rughe e la mia calvizie. Il mio volto è un po’ pallido. Non sono più un ragazzo: ho quarantacinque anni ormai. Mi lavo il viso. Mi guardo ancora allo specchio. Il mio volto ovale a volte mi sembra così ridicolo. Mi lavo un po’ il collo e gli orecchi. Poi prendo l’asciugamano. Ho la bocca impastata. Sputo nel lavandino. Bevo dal rubinetto. Attraverso il corridoio.  Entro in soggiorno. E’ tutto a posto. Osservo per qualche istante il lampadario e il soffitto. Quindi guardo le mattonelle polverose del pavimento. Guardo la cucina. Il tavolo è ancora apparecchiato. Ma ora non ho voglia di mettere a posto. Voglio andare a Firenze oggi. Sono pronto. E’ tutto a posto. Spengo tutte le luci e chiudo la porta di ingresso. Scendo le scale di corsa. Mi incammino verso la stazione.

Sono arrivato a Firenze. E’ una bella giornata di primavera. Sono le sei del pomeriggio. Scendo dal treno. Mi fermo un attimo e mi accendo una cicca. Devo fare il biglietto di ritorno.  Mi incammino verso la biglietteria. C’è la solita fila. I soliti turisti giapponesi e inglesi. Dopo dieci minuti ce l’ho fatta. Sono stato fortunato questa volta. Altre volte l’attesa è davvero snervante. Ci sono sempre persone che confondono lo sportello della biglietteria con l’ufficio informazioni. Mi metto il biglietto nel portafoglio. Decido di rimanere un po’ sottostazione. In fondo la galleria della stazione è da sempre una passeggiata e un luogo di ritrovo per giovani e sbandati di ogni tipo. Anche io sono un po’ fuori di testa. Vado dal tabaccaio per comprarmi un altro pacchetto di sigarette. Non voglio rimanere senza. Quindi vado verso il bar. Vado alla cassa. Mi faccio fare lo scontrino. Chiedo un caffè al banco. Poi esco fuori. Mi metto davanti alla farmacia. Mi metto ad osservare la gente che passa. Ammiro le belle fiorentine che passano. Mi fumo una sigaretta. Per un fumatore accanito come me è d’obbligo dopo un bel caffè. Non so che fare. Non so cosa inventare. Faccio qualche passo. Sono sotto la pensilina degli autobus. Potrei prendere l’autobus e fare un giretto. Ma sono troppo sovraffollati gli autobus per i miei gusti. Cammino verso piazza Santa Maria Novella. Appena uscito dalla stazione noto al primo colpo d’occhio il contrasto tra il razionalismo della stazione e il gotico della chiesa di Santa Maria Novella. Attraverso la strada. Alla mia destra ora si trovano gli avelli. Ora sono nella piazza. Mi siedo su una panchina di marmo. Davanti c’è la facciata della chiesa. Dicono che sia un capolavoro dell’architettura per le sue armonie e per le sue proporzioni. Ammiro il suo rosone e i suoi marmi policromi. Poi mi metto a osservare tutta l’umanità, che rende vitale questa piazza. Ci sono fiorentini, studenti, turisti, immigrati. Di notte si trovano anche ubriachi, drogati e tipi strani di ogni genere e di ogni risma. C’è un chiosco che vende panini, piadine e bibite. Mi compro una birra. Ho un pacchetto di sigarette appena iniziato e un pacchetto ancora da iniziare. Finisco la birra. Ritorno al chiosco per prendere del vinello. Mi viene ancora più voglia di fumare. Mi si avvicina un tipo trasandato con un cappello di paglia in testa. Mi dice che fa il custode in un cimitero nelle Marche e che è a Firenze in vacanza. Mi parla. Poi ogni tanto si assenta e si mette a leggere un libro di uno psicanalista inglese, che non ho mai sentito. Fa dei discorsi molto strani. A mio avviso talvolta sono discorsi sensati. Alle volte si perde. Quindi si mette  a recitare una poesia. Secondo lui gli uomini devono uscire dalle tombe. Devono risorgere come Cristo. Secondo questo tizio l’umanità è morta spiritualmente. Poi vuole che gli offra una birra. Io gli offro la birra. Mi dice che è da qualche giorno a Firenze. Mi dice che i primi giorni ha provato a conoscere delle ragazze fiorentine, ma dice che sono troppo difficili: troppo scostanti, a volte maleducate. Dopo due giorni ha provato con le straniere. Dice che le inglesi sono più abbordabili, più pacate, più tranquille. Io gli dico che non ho mai avuto fortuna né con le italiane né con le straniere. Poi gli dico che delle straniere mi interessa davvero poco. Non mi piace parlare inglese, forse perché ho una pessima pronuncia. Comunque potrei farmi capire, ma non ne ho davvero voglia. Parliamo ancora per mezz’ora. Mi racconta della sua vita. Mi racconta della morte di suo padre. Dice che la sua esistenza è noiosa. Dice che a forza di seppellire i morti è ossessionato dalla morte. Dice che un tempo non era così. Ci salutiamo. Devo prendere il treno del ritorno. Forse non ci rivedremo mai più in tutta la vita. Siamo stati solo due estranei, che hanno fatto due chiacchere. Nient’altro che questo. Talvolta accade.