Ho cinquanta anni e sono un fallito. L’ho sempre saputo che la vita non era rose e fiori. Ma non pensavo che sarei rimasto così solo e il guaio è che io non riesco a capire ancora se ho scelto la solitudine o se mi hanno gradualmente lasciato solo. Sono sottostazione. Sto scrivendo su un taccuino con una biro rossa. La biro me l’ha regalata un ragazzo, che aspettava il suo treno facendo cruciverba. Il taccuino sono riuscito a racimolarlo rovistando tra i rifiuti. Ormai sono un barbone. Ho la barba incolta, i capelli pieni di forfora, le unghie troppo lunghe e troppo sporche. Non sono riuscito a trovare un lavoro e così mi sono messo a sopravvivere sottostazione. Non vivo più: sopravvivo. Ho fatto anche amicizie qui. Ogni giorno ci sono difficoltà, che inizialmente mi sembravano insormontabili: trovare un pasto, ripararmi dal freddo, riuscire a dormire, lavarmi, trovare qualcuno a cui scroccare delle cicche. La vita è molto dura, ma riesco ancora a resistere nonostante tutto. Magari ora che sono un barbone troverò il tempo, il modo e gli stimoli per scrivere un romanzo. Prima scrivevo solo racconti, che non ho mai pubblicato perché mia moglie non voleva. Ma in fondo che differenza c’è tra una raccolta di racconti ed un romanzo? Un racconto può essere un romanzo bonsai; può essere il capitolo iniziale o finale di un romanzo; un racconto può essere un romanzo in miniatura. E allora mi faccio coraggio e ripeto continuamente a me stesso che devo scrivere. Devo annotare tutto ciò che ho attorno; devo annotare tutto ciò che annuso e che sento. Scriverò anche sui rotoli di carta igienica presi dai cessi della stazione. Vorrei scrivere un romanzo, che non subisca l’influsso dei mali che hanno sempre afflitto la cultura italiana: il formalismo e l’idealismo. Se riesco a scrivere un romanzo fatto di storie e personaggi stravaganti potrei avere anche successo. Potrebbe avvenire il mio riscatto. So bene comunque che sento la necessità di scrivere un romanzo per ragioni esclusivamente compensatorie. Ma l’unico modo che ho per salvarmi è quello di scrivere un romanzo. Non ci sono altre  strade.

Ora sono un barbone, ma prima non andavo poi molto meglio. Prima ero un disoccupato mantenuto da mia moglie. Poi mi ha lasciato. Io me la tenevo buona: era lei che, essendo insegnante e avendo qualche rendita portava i soldi a casa. Lei era benestante. Apparteneva alla buona borghesia. Mio suocero era un imprenditore. Vivevamo in un appartamento in centro. In casa c’erano le pareti rivestite di carta da parati, la biblioteca, i vassoi d’argento, le doppie tende di raso, le poltrone rivestite di seta, il balcone fiorito. In alcune stanze avevamo la moquette, in altre alcuni tappeti orientali. Avevamo il forno a microonde, la televisione satellitare, il videoregistratore, lo stereo, il computer, la connessione a Internet. Avevamo qualsiasi cosa. Mia moglie però non si limitava a portare soldi a casa. A dire il vero si portava anche gli amanti a casa. A volte si portava gruppi di militari; a volte gruppi di ragazzi nordafricani. Io e lei ormai da anni dormivamo in camere separate. La mia camera confinava con la sua. I gemiti filtravano dalla parete. Io sentivo mia moglie che godeva con altri. Ma lasciavo fare. Lei voleva la sua libertà e naturalmente voleva anche la sua privacy. Ogni tanto uscivo fuori dalla mia stanza e andavo in bagno a fumare. Nel corridoio a volte mi mettevo a parlare con alcuni amanti di mia moglie, che avevano già finito ed aspettavano che anche i loro amici finissero. Con alcuni di loro ero diventato anche amico. Davanti a loro le piaceva umiliarmi dicendo che ero un cornuto impotente e che lei invece aveva bisogno di veri stalloni. Alcuni dei suoi amanti mi avevano chiesto come mai non la lasciassi; altri mi chiedevano perché anche io non partecipassi alle orge. Io rispondevo che non me ne importava più niente di mia moglie: poteva fare tutto quello che voleva, io stavo con lei per interesse economico. Una volta ho sentito alcune grida provenienti dalla camera di mia moglie. Non sapevo se erano grida di dolore o di piacere. La porta era socchiusa. Non sapevo se mia moglie si era data al sadomaso o meno. Ho aperto la porta e ho visto che si faceva frustare da un tale. Lei ha detto al tizio di fermarsi e ha iniziato ad inveire e ad insultarmi. Mi ha detto che la sua privacy era sacra ed inviolabile. Mi ha detto che quel che faceva nella sua camera non doveva assolutamente riguardarmi. Io non ho avuto nemmeno il tempo per giustificarmi e per spiegare le mie ragioni: in fondo avevo aperto perché avevo paura che si sentisse male. Ma non mi ha lasciato il tempo di scusarmi e è subito andata in cucina e mi ha lanciato addosso piatti, scodelle e tutto quello che le capitava a tiro. Siamo rimasti per giorni senza parlare. Poi mi ha detto che io ormai in quella casa ero inutile. Mi ha spiegato che fino ad allora non mi aveva lasciato perché le facevo pena. Ma ha aggiunto che si era definitivamente stufata della mia presenza. Ero inutile. Ero diventato ormai un soprammobile in quell’appartamento. Quel giorno mi ha dato cento euro e ha ordinato di andarmene. Io sono andato in un pub ad ubriacarmi. Ho mangiato una pizza e poi sono andato sottostazione. Un tempo ho letto su un muro che ogni persona incontrata nella vita ci lascia qualcosa di sé. Ad onor del vero io non so cosa ha  lasciato in me la mia ex-moglie. Ma adesso devo smettere di scrivere perché arrivano i poliziotti. Di solito mi trattano bene. Forse gli faccio pena. Molti di loro sono stati o sono amanti della mia ex-moglie.