“E gira tutto intorno alla stanza, mentre si danza” (Franco Battiato)

Il terzo anno di università fu meno divertente del secondo. Non fece l’occupazione. Era sempre innamorato perso della ragazza molto carina. Ma la delusione fu enorme quando davanti alla facoltà in piazza Capitaniato allora la vide baciarsi con il suo ex e nemmeno lo degnò di uno sguardo, nemmeno lo salutò con un cenno o un sorriso. Era talmente avvinghiata e talmente presa dalle effusioni, che niente e nessuno sembrava distoglierla. Allora si recò in casa di Annachiara e Luca (suoi grandi amici),  che era la più vicina; disse che doveva andare in bagno per un bisogno fisiologico e lì invece si sfogò piangendo a dirotto, mentre l’acqua del rubinetto scorreva per non far sentire i suoi singhiozzi. Poi si riprese, si lavò per bene gli occhi lucidi, quindi se li asciugò per bene e ritornò tra gli amici. Aveva appena realizzato che per lui la ragazza molto carina era importante,  mentre a lei non gliene importava assolutamente niente, anzi si divertiva a farlo soffrire. Il ragazzo frequentava anche il centro sociale Pedro. Erano bravi ragazzi. Nessuno si atteggiava a grande intellettuale senza esserlo. Le ore in loro compagnia volavano via leggere. Si parlava di tutto e di niente, di questioni internazionali come anche di sciocchezze. Era l’età. Erano anche anni di grandi letture private, al di là dei testi di studio imposti dai professori. Più tardi il ragazzo avrebbe ritenuto che quelle letture private, anche disordinate, lo avrebbero più formato dei libri studiati all’università.  Quell’anno aveva letto quasi tutto Bukowski. Ma che ne poteva sapere, che ne poteva capire il ragazzo di quella vita così disperata? Una volta un tale gli disse che lui voleva imitare Bukowski, ma era una scimmiottatura troppo goffa perché lo scrittore americano i suoi sbagli li pagava tutti di persona, a differenza sua che aveva la famiglia alle spalle, che era una garanzia. Un’altra volta comunque vide la ragazza molto carina, che amoreggiava con un certo Antonello, ragazzo siciliano di un anno più giovane di lui, mentre c’era il concerto dei 99 Posse, che cantavano “Curri curri quaglió ” (che era diventata il loro cavallo di battaglia dopo essere stata la colonna sonora del film “Sud” di Salvatores).  Il ragazzo era affranto. Non aveva speranze. Il suo coinquilino Simone era un ottimo amico. Era uno a cui poteva raccontare le sue sfighe. Ma certe cose bisognava provarle sulla propria pelle e Simone invece piaceva molto alle ragazze, pur mettendoci tutta l’empatia e la sensibilità possibile per capirlo. Simone cercava di aprirgli gli occhi sulla ragazza molto carina, dicendogli che non era questo granché,  che era una tipa normale, che non valeva la pena soffrire così per una ragazzotta narcisista e sempre sfuggente, che non lo considerava nel modo più assoluto. Quell’anno lui e Simone avevano cambiato appartamento, ma erano rimasti sempre nello stesso condominio. Non erano piaciuti certi atteggiamenti e comportamenti dell’altro ex coinquilino. Erano piccoli screzi, cose da nulla, però ingigantite a dismisura dalla giovane età:  un’età in cui tutto era bianco o nero, dove tutti loro erano molto più categorici. Un’altra cosa era che il ragazzo era diventato un fumatore e la cosa dispiaceva al loro ex coinquilino.  Insomma inezie, quisquilie, cose di poco o nessun conto. Lui e Simone si erano trasferiti in un appartamento al terzo piano, mentre un anno prima stavano al primo. Avevano passato in rassegna diversi candidati. Alla fine avevano trovato un perito di Belluno, che si era iscritto a ingegneria. Tutto sembrava procedere normalmente,  ma un giorno il ragazzo partì per casa e si dimenticò di riordinare il soggiorno, sul cui tavolo erano rimasti i cartoni unti delle pizze mangiate il giorno prima. A onor del vero si era anche dimenticato di spazzare per terra in cucina. Quando entrarono la proprietaria dell’appartamento e il padre di questo nuovo coinquilino videro il disordine; quest’ultimo era molto arrabbiato, andò su tutte le furie  perché disse che quella casa era un porcile. Quando il padre del nuovo coinquilino trovò Simone per poco non gli mise le mani addosso, incolpandolo dell’accaduto. Il padre aveva una stazza fisica notevole; era molto robusto e corpulento. Almeno così gli raccontò Simone perché il ragazzo non ebbe mai la sfortuna di incontrarlo. Il nuovo coinquilino dopo un anno smise perché non dette alcun esame. Naturalmente la sua famiglia dette la colpa al terrone con cui aveva convissuto. È vero che a volte il ragazzo faceva le ore piccole andando a un circolo Arci il venerdì, ma quando rincasava non si cambiava e non andava in camera. Invece dormiva vestito sul divano per non disturbare e poi non andava tutti i venerdì sera. Per quanto riguarda le sigarette fumava sempre fuori sul terrazzo. La verità è che il giovane bellunese non studiava. Frequentava soltanto distrattamente le lezioni senza toccare mai libro. Neanche Einstein si sarebbe laureato in ingegneria con un simile comportamento fancazzista.  Ma il capro espiatorio era servito sul piatto d’argento da Bossi, Miglio e la loro propaganda.  Comunque almeno le forme erano salvate. I rapporti tra il ragazzo e il suo coinquilino rimasero sempre cordiali. A onor del vero il concetto di terrone non remava contro il ragazzo. Molti lo sbeffeggiavano o ironizzavano sul fatto che fosse nato più giù del Po, ma alcune ragazze erano incuriosite, volevano provare se era vero che i terroni erano meglio a letto. Insomma non tutto veniva per nuocere. Fatto sta che il ragazzo in Veneto dove era considerato terrone aveva delle avventurette, mentre in Toscana dove tutti lo rispettavano non aveva neanche un’unghia di ragazza disponibile. A volte pensava che la cosa migliore sarebbe stata portare in Toscana una ragazza veneta con cui convivere. Ma non era facile. Per il resto la vita procedeva tranquilla. Una cosa strana era che un signore sessantenne ogni sera alle 7 metteva a volume alto la canzone “Storia d’amore” di Adriano Calenzano e anche il ragazzo la sentiva in sottofondo e si rispecchiava in quelle parole, canticchiando sottovoce “sembrava un angelo”. A volte si chiedeva che ne sarebbe stato di lui se fosse andato a studiare a Roma o a Cesena. Una volta trovò sul treno una ex compagna di scuola, che era andata a studiare a Cesena. Ci aveva scambiato quattro chiacchiere. Aveva avuto il sentore che Cesena avrebbe avuto poco da offrire come vita e come relazioni. Forse era solo un piccolo mondo chiuso. Se fosse andato a Roma forse si sarebbe perso perché Roma era troppo caotica, troppo dispersiva. Forse non avrebbe studiato. A ogni modo si potevano fare solo congetture perché non era dato a nessuno cosa sarebbe successo se avesse preso un’altra strada o fosse andato in un’altra città. Quell’anno ci fu un’altra sfiga che si abbattè tra capo e collo sul ragazzo. Frequentava le lezioni di un professore psicanalista. Una volta il ragazzo chiese al professore se si potesse sognare di stare facendo qualcosa nella stessa stanza in cui si dormiva. Il professore rispose che solo un genio ci sarebbe riuscito.  Il ragazzo capì che la risposta non era una vera risposta perché quel professore non sapeva cosa dire. A quel corso aveva conosciuto una ragazza milanese. Sembrava una tipa alla mano. Non era la tipica milanese che se la tirava. Una volta aveva rischiato grosso per difenderla o così sembrava di primo acchito. Era al bar con lei. Erano seduti a un tavolino. Vennero all’improvviso due studenti, due cugini siciliani. Uno di loro le faceva una corte spietata. Si misero a parlare. Lo spasimante non vedeva di buon occhio il ragazzo. Lo considerava a tutti gli effetti un rivale. La situazione degenerò quando lo spasimante disse che la professoressa di biologia del primo anno era una nota razzista. Il ragazzo e la ragazza risposero che era solo esigente, magari troppo severa. Allora lo spasimante incominciò a inveire, alzò i toni, chiese al ragazzo di uscire fuori per regolare i conti, lo minacciò. Ma lo spasimante,  come seppe dopo, aveva solo perso le staffe. Non era un tipo pericoloso e la settimana dopo si riappacificarono per non vedersi più. Ma anche quella ragazza milanese fu un’altra delusione. Sembrava ben disposta nei suoi confronti. Invece niente da fare anche in questo caso. Lo aveva intuito una volta che la portò a casa e una volta presentatole Simone, vide che perse ogni interesse per lui e fece per tutto il tempo gli occhi dolci al suo amico. Ma la riprova la ebbe quella sera che la vide seduta sui divanetti del circolo Arci con un altro studente di psicologia, intenta a limonare. La salutò, ma lei era in altre faccende affaccendata e non ricambiò il saluto. Il ragazzo aveva il suo numero di telefono. Alcune volte si sentiva solo e le telefonava. Le bastava solo sentire la sua voce e poi riagganciava. Allora nessuno aveva il cellulare. Tutti avevano il fisso. Il ragazzo sapeva che le telefonate anonime erano scorrette e delinquenziali, ma era più forte di lui: certe volte la sera aveva bisogno di sentire la sua voce. Così deluso sentimentalmente si era rifugiato in avventurette di poco conto. Come quella fiorentina bella e bionda con cui l’aveva fatto davanti all’ingresso di una pensione, non trovandovi posto perché era tutto occupato. Aveva poi scoperto che la fiorentina era cocainomane e lui aveva avuto un diverbio col suo spacciatore, che lo aveva minacciato. La fiorentina troppo dipendente dalla droga aveva preso le difese dello spacciatore e si era messa dalla sua parte. Oppure come quella shampista milanese, turista occasionale a Padova, conosciuta casualmente alla fermata dell’autobus, e a cui aveva fatto da cicerone in modo alquanto cialtronesco.  Lei lo aveva ripagato facendo sesso su una panchina di un parco a sera inoltrata. L’atmosfera era da film dell’orrore, ma la compagnia era stata piacevole. La milanese gli aveva detto che preferiva i ragazzi africani, ma che con lui aveva fatto un’eccezione perché parlava come Benigni e per questo le stava simpatico. Oppure aveva avuto una piccola storiella con un’impiegata padovana, conquistata dopo averle declamato a mente con la luce soffusa nella stanza di lei alcune sue acerbe poesiole. Quell’impiegata l’aveva conosciuta in un pub in una sera di pioggia battente, in cui nel tragitto a piedi  addirittura una macchina era passata sopra una pozzanghera e l’aveva sporcato tutto di fango. Oppure aveva avuto un incontro furtivo con due casalinghe, conosciute in un locale vicino all’obitorio. Non lo aveva mai fatto prima con due donne assieme. Lui quella volta era sbronzo e piangeva per tutte le due delusioni sentimentali, mentre faceva sesso con le due.  Per lui era una sciocca rivalsa, quasi una questione di vita o di morte fare l’amore con quelle due donne non piacenti e molto più deluse dalla vita di lui. Loro avevano cercato di rincuorarlo.  Lui sessualmente aveva fatto una brutta figura perché per la trasgressione e l’emozione era venuto subito. Insomma aveva fatto cilecca e pur con tutta la comprensione umana possibile quelle due donne decisero di non rivederlo. Ma erano avventurette stupide di uno sfigato qualsiasi. Il ragazzo aveva sfruttato in questi casi il fatto che era molto giovane e certe quarantenni volevano, come si suol dire in maniera brutale,  la carne fresca. Poi il ragazzo era così disperato che ci provava con tutte e dopo tanto darsi da fare qualcuna ci stava, per il semplice calcolo delle probabilità.  Ma erano vittorie di Pirro. E poi perché raccontarle a distanza di decenni? E poi perché non raccontarle? In ogni caso il ragazzo, ormai fattosi uomo, avrebbe sbagliato. Nella sua cittadina qualcuno, anzi molti, non gli avrebbero creduto, avrebbero detto che era solo un contaballe perché non l’avevano mai visto con nessuna. A lui questo non importava per niente perché non voleva essere credibile di fronte a certi suoi detrattori né voleva la loro stima. Erano insomma avventurette da poco. Guccini forse li avrebbe definiti “amori ancillari”. Non c’era ancora l’emancipazione sessuale femminile di oggi, ma al contempo allora le ragazze erano meno esigenti sotto il punto di vista dell’aspetto fisico. Le ragazze di cui si era innamorato erano andate via con altri. Il ragazzo era quindi solo. Quelle sciocche avventurette erano un modo per sentirsi un poco vivo. Niente altro. Lasciavano il tempo che trovavano. Erano un modo per sentirsi contemporaneo,  per sentirsi parte della sua generazione.  Era anche naturalmente un modo per sentirsi appagato sessualmente. Ma il cuore? Ma lo spirito? Ma la mente? Lui confondeva tutto nel grande calderone della sua esistenza: le ragazze demoniache che non c’erano state le considerava mitiche, angeliche, mentre le ragazze dolcissime che c’erano state diventavano delle ragazze facili, demoniache per quella sua mentalità retrograda e provinciale che si portava ancora dietro e a cui rimaneva aggrappato nel modo più atavico e ancestrale possibile. Però in fondo nessuna era demoniaca o angelica. Piuttosto era lui che era un’anima sempre in pena. Aveva comunque capito che con le donne non c’era niente da capire, che l’importante era provarci sempre, non rinunciare mai, che poi qualcuna prima o poi sarebbe toccata, sarebbe arrivata. Il ragazzo pensava  sempre alle ragazze desiderate, che poi aveva perso di vista e non avrebbe mai più rivisto in vita sua. Queste erano le grandi sfighe e le piccole sciocche avventurette, riassunte qui per sommi capi, di uno sfigato qualsiasi al terzo anno di università.