Buongiorno al mondo di Alessandria Today.
Chi ha un animale spesso si domanda se ha un anima, cosa gli succederà dopo la morte,
gli animali hanno un anima?
Secondo la tradizione cristiana ed ebraica l’unico essere sacro, nonostante tutto, è l’uomo.
Scusate e qui rabbrividisco sul serio!
Nell’antico Israele esisteva una distinzione riguardo gli esseri viventi.
Corpo, composto dai muscoli, ossa, organi.
Nephesh, vita in sè, comune agli uomini e animali, e cessa di esistere al momento della

morte.
Ruach, lo spirito, soffio vitale divino, concesso solo agli uomini.
Il cristianesimo riprende questa teoria negando l’immortalità dell’anima degli animali.
Giovanni Paolo II affermava – c’è nell’uomo un soffio, uno spirito che assomiglia al soffio ed
allo spirito di Dio. Gli animali non ne sono privi.
San Francesco amava gli animali – fratello lupo-
Paolo VI, parecchi anni prima aveva detto- gli animali sono la parte più piccola della divina creazione, ma noi un giorno li rivedremo nel mistero di Cristo.
Questa prefazione perchè oggi presento un racconto dello scrittore Ugo Nasi, una personalità che presenterò più avanti, perchè i primi di giugno credo, mi farà
l’onore di una sua intervista. Uno scrittore di romanzi storici e legal thriller, una mente
prolifica e inesauribile, Il suo stile è scorrevole, travolgente come un onda e ha la caratteristica, che una volta che cominci a leggere, lo fai tutto di un fiato.

Ugo Nasi, semplicemente.

A quel tempo non avevo ancora ben compreso cosa fosse “l’anima”.

Certo, qualcuno si era persino preso la briga di volermelo spiegare a tutti i costi, cercando di convincermi dell’esistenza di uno spirito staccato dal corpo. Qualcosa di immateriale ma di immortale.

Ed io a fingere di crederci. Si insomma a burlarmi di loro – soprattutto di quei pretacci – che credevano così di infinocchiarmi. Di tirarmi dalla loro parte.

Però era la condizione che mi era imposta se volevo arruolarmi nell’esercito sabaudo.

E allora giù a dichiararmi “devoto cattolico e umile servo di santa Romana Chiesa” e a spergiurar con ambedue le mani sul petto d’esser come loro. Quando se solo m’avessero letto il sorriso che avevo sulle labbra…

Avrebbero inteso il mio gioco.

Ma solo professandomi fedele al Papa potevo entrare nell’esercito del Regno di Sardegna di Vittorio Amedeo III e andar a combattere quel bastardo di Napoleone Bonaparte.

Sapete che l’ho visto? Avete capito bene.

Diamine, se l’ho visto! Per un solo istante ma è così. Quando con la mia squadra, immersi nella nebbia del fumo dei cannoni che ci nascondeva, ci avvicinammo a non più di cento passi da lui. E quel nanerottolo francese era lì che si stava mettendo la cipria sul volto. Come una damigella. Proprio così signor mio, la cipria. Ve lo posso giurare! Quanto è vero che…

Se ci penso, ancora mi ribolle il sangue. Avrei potuto centrare quella specie di topo con una palla in mezzo agli occhi. Era con il suo binocolo fuori da una tenda da campo vicino ad un braciere. Ed io lì, sotto la collina, silenzioso come una vipera ad armare il moschetto… e una volta per tutte mandarlo al creatore.

Quando la sua Guardia si accorse di noi e quel codardo se la diede a gambe, con tutti quei suoi damerini impomatati a reggergli la fuga.

I francesi… che brutta razza, amico mio!

Che le uniche cose che ci han portato di buono son la ghigliottina per i nostri traditori, e le leggi che vietano la sepoltura dei cadaveri nelle chiese.

Già… l’anima. Forse ne vidi molte, ma nel momento del trapasso, quando una granata o un mortaio francese spegnevano la vita dei miei soldati. Parlare con un fante o un attendente per impartirgli un ordine e vedertelo un istante dopo cadere come un birillo o un’oggetto inanimato, non è gran cosa credetemi. Perché poi, dopo la battaglia, ti macera dentro, ti scava nel cervello come un trapano, e non si ferma più.

Ma l’anima, quella no. A quel tempo non ebbi mai a vederla, a riconoscerla.

Eppure l’anima, ora ve lo posso confermare signor mio, esiste.

Credetemi, ve lo giuro. Potessi morire ora, qui.

Ma non è come voi pensate.

Sedete vicino a me, ve ne prego. E ordinate quello che vi aggrada. Offro io.

Nell’accampamento, in battaglia, in qualità di ufficiale principale della seconda brigata ero diverso da ora come mi vedete. Ero tutto pulito e profumato, senza questa barba che ho fatto crescere per nascondere…

D’altronde da piccolo la mia governante era severa come neppur io da ufficiale sono mai stato con i miei soldati. Tutte baggianate imposte dalla mia famiglia, sapete?

Ma seppur sia nobile, ero più avvezzo al puzzo del sudore del mio cavallo o dei miei cani da caccia che alla tinozza del bagno.

Già, i cavalli…

Me ne furono assegnati due. D’altronde come ufficiale quella era la dotazione prevista dal regolamento.

Una frisona da battaglia, nera come la notte, splendida e potente come il tuono.

Che se fosse stata una donna, anziché una cavalla… me ne sarei persino innamorato.

In un’occasione mi salvò la vita scalciando come una diavola contro dei fanti francesi che mi avevano accerchiato, e che avevano tentato di infilzarmi come un tordo con le loro baionette.

Scusatemi se mi si inumidiscono gli occhi signore ma… è il fumo di questa lurida bettola.

E poi in dotazione avevo suo figlio, un puledrotto color del mogano.

Quando quei “senza vergogna” di italiani passati col francese ebbero la meglio sulla mia brigata, e ci nascondemmo in una foresta nell’entroterra di Genova, e non c’era di che sfamarsi, decisi di uccidere la mia cavalla. Non m’importava nulla di lei, per me era solo una “bestia”.

Non era certo una donna, giusto?

Caricai la mia pistola, risparmiando sulla polvere da sparo e persino sulla stoppa, tanto dovevo colpirla da vicino.

E feci fuoco.

Eppure quegli occhi, un istante prima…

Come è vera la madre che mi ha partorito signore, quello sguardo non me lo dimenticherò più.

Non era codardia la sua, che di buffoni ed imbelli ne ho conosciuti molti.… ma era il senso di un essere indifeso che ora io avevo deciso di sopprimere. Un essere che mi aveva salvato la vita. Capite fino a qual punto ero arrivato?

Scusate se mi si inumidiscono gli occhi, ma questo fumo…

Eppure la mia razionalità mi spingeva a dire che era solo un cavallo, maledizione.

Un “inanimato” mezzo di trasporto, e nulla di più.

Inanimato, si.

Intendete bene amico mio.

Cioè senz’anima.

Risparmiai invece il puledro ma solo per assicurarmi la fuga in caso di bisogno.

Bello lo sono sempre stato. E se conosceste le dame con cui mi sono accompagnato quando il loro consorte non si trovava in casa rimarreste stupefatto. Ma non me ne faccio vanto, né me ne compiaccio, che a correr dietro le gonne stanca. E comunque non mi creo affanni del mio viso, anche ora che questa cicatrice sulla guancia e sulla fronte mi rende l’espressione “ragionevole”.

Guardate qui amico mio, sotto la mia cute.

Manca un pezzo d’osso, vero? Guardate bene…

Una sottana c’entra sempre in questi affari. E anche il mio pezzo d’osso che reclama il mio cranio é per causa di una donna.

E quando il marito seppe di me e di lei e mi sfidò a duello, io che avevo appena ottenuto una licenza per meriti di guerra ed ero tornato a Moncalieri, non mi tirai indietro.

Vi voglio svelare un segreto…

Quando i padrini decisero che foss’io a tirar per primo, fu come se nel mio intimo avessi già vinto la guerra contro i francesi. Perché sparar per primo a quel buffone, con tutta la calma di questo mondo, e a venti passi da lui, era come bere tutto d’un fiato un calice di questo vino novello che vedete qui, sul tavolo.

E invece il colpo non l’ebbe neppure a sfiorarlo.

Fu allora che rividi anche se per un solo istante quegli occhi della mia cavalla, quella che avevo fatto fuori senza pensarci neanche per un momento. E provai la stessa sensazione che lei – immagino – provò quando io…

Cambiai il mio piglio… perché certo il sottoscritto, marchese Rodrigo Castiglioni, non poteva morire come una bestia con lo stesso sguardo implorante della sua frisona. E attesi che quel villano sparasse a sua volta. Rimasi fermo, impassibile come un albero.

Il segreto che volevo confessarvi?

Gli è che me la feci addosso!

Mi inzuppai ben bene le mutande tutte e le braghe dell’esercito, di urina.

E se non mi muovevo era per non cader nel ridicolo negli ultimi momenti della mia vita.

Che aspettar d’essere ammazzato non è gran cosa per nessuno credetemi, neanche per Gesù Cristo.

Quando vidi balenare la canna della pistola di quel cornuto e sentii la palla colpirmi la testa, e frantumarsi l’una e l’altra, ebbi ancor più la sensazione che l’anima… si insomma quella cosa di cui discorrevano quei pretacci, in realtà non esistesse.

I padrini – che parevan corvi – e quel buffone che quasi mi aveva centrato sul viso mi lasciarono lì, sprofondato nella neve, che parevo morto, e anch’io pensavo d’esserlo.

Ad ogni buon conto, la mia anima? Non sò se esista, non ne son certo. Ma gli occhi del mio puledro, figlio di quella frisona che avevo ucciso, quelli me li ricordo bene.

Rimase lì a leccarmi fino allo sfinimento a che mi risvegliassi. E quando ci riuscì, ed io malconcio come uno spaventapasseri, insanguinato e fradicio di neve mi rimisi in piedi, attese pazientemente nel freddo della notte che riuscissi a ritrovar l’equilibrio per montarlo.

E mi portò a casa. Mi salvò la vita.

Proprio a me, che gli avevo ucciso la madre, maledizione!

L’anima? Ancor non l’avete capito? Vi ripeto che non so se le bestie ce l’hanno…

Ma parlo degli uomini amico mio, s’intende.

Le bestie son loro.

Che gli animali invece si, ce l’hanno un’anima… ormai m’è chiaro.

(dedicato a Sereno)

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