Valentino Zeichen (Fiume 1938- Roma 2016) è stato un grande poeta italiano. Tommaso Landolfi scriveva che gli artisti dovevano stare a contatto con il popolo, dovevano quindi viaggiare in terza classe. Ma il grande Landolfi, scrittore sopraffino, fu un giocatore dissoluto, che dilapidò parte del patrimonio di famiglia: almeno nacque e visse per un certo periodo di tempo in una certa agiatezza economica. Zeichen fu anche lui un dandy ma povero scannato. Da giovane conobbe anche il  riformatorio.  Visse in una baracca lungo fiume a Roma. Zeichen visse perciò sempre in terza classe e poco mancò che lo mandassero via anche da lì. Sapeva cosa fossero gli stenti. Conosceva quanto fosse difficile mettere insieme il pranzo con la cena.   La sua arte di arrangiarsi può ricordare in piccola parte “Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi. Ma se Busi visse per alcuni anni in ristrettezze economiche invece Zeichen fece la miseria per tutta la vita con grande dignità. Se è vero che frequentava salotti della Roma bene lo faceva più per rompere la solitudine, per essere nel mondo, per aggiornarsi sulle tendenze culturali e su ciò che capitava in Italia che per vendersi al migliore offerente.  Era un autodidatta. Non aveva compiuto studi regolari. Ma non era naif. Ormai di poeti naif non ne esistono più. Conosceva a menadito la tradizione letteraria, filosofica, in senso lato tutta quella umanistica. Era un intellettuale vero e non solo a grandi linee,  onnivoro e versatile. Noi nel pisano diciamo di un cane che tutto gli fa filo, nel senso che sta attento a tutto e a tutti. Ebbene Zeichen era così, annusava tutto e tutti, bastava un piccolo spostamento d’aria per metterlo in allerta: lo incuriosivano tutto e tutti, era incuriosito da tutto e da tutti. Non era solo il grande talento o la sua biografia originale ad averlo fatto diventare un grande poeta ma una spiccata vivacità intellettuale. Ciò che colpisce di Zeichen è che nonostante la vita grama, agra (ricordando Bianciardi) sia riuscito a mantenere una grande onestà intellettuale, a coniugare coerenza e lucidità,  oltre che avere un grande senso di ironia. Sapeva anche essere autoironico,  prendersi in giro senza autocommiserarsi più di tanto su dove lo avesse portato la sua vita. Insieme a Luigi Di  Ruscio e Alda Merini il nostro fu un grande irregolare delle patrie lettere.  Rispetto alla Merini Zeichen fu più stabile psicologicamente, mentre a differenza di Di Ruscio fu consacrato poeticamente molto prima, pubblicando subito con Guanda e Mondadori. Inoltre tutti gli altri poeti, a torto o a ragione, si prendevano più sul serio o forse prendevano solo più sul serio la funzione sociale dell’artista in questa società.  Erano gli anni in cui molti si perdevano in un finto ribellismo o facevano i rivoluzionari da salotto. Il nostro invece non aveva queste illusioni, se così si possono definire. Eppure lui molto più di altri avrebbe potuto rivendicare il fatto di essere un artista non appartenente a nessuna borghesia, né per estrazione né per formazione. Molti credevano nell’impegno politico, diventavano militanti. L’unico modo che aveva il nostro di fare politica era scrivere ironicamente della sua condizione, senza atteggiarsi a maestro di vita o a grande saggio. In definitiva dopo aver fatto diversi lavori “il suo rifiuto sdegnoso del lavoro” , così descritto da Valerio  Magrelli, era anch’esso un atto politico oltre che poetico. Dario Bellezza, per quanto suo amico, gli diceva che doveva alzare l’asticella e fare più sul serio. Zeichen riusciva a scrivere tra il serio e il faceto, arrivando a fare autentica poesia da una arguta battuta di spirito; aveva questa rara qualità quando il motto di spirito spesso non raggiunge la letterarietà nei più. Non a caso il poeta pubblicò un libro di aforismi poetici. Zeichen era un grande poeta perché sapeva scrivere d’amore, cosa più unica che rara di questi tempi, ma non solo: sapeva parlare di tutto e mettere a disposizione la sua cultura a tutti, nonostante la sua poesia fosse caratterizzata da un alto coefficiente intellettuale (trattava anche  di Kafka,  Rubens, Popper, Bruno Giordano, Giotto, Duchamps,  Umberto Eco e delle bellezze artistiche di Roma). La compianta poetessa e professoressa Biancamaria Frabotta scrisse: «Chi non intende la differenza che esiste fra un poeta intelligente e un poeta dell’intelligenza, legga la raccolta completa delle poesie di Valentino Zeichen […]. Zeichen scrive come vive, e viceversa. Il che, a un secolo di distanza da D’Annunzio, può fare anche notizia. E notizie della sua insolita biografia non ne son mancate, a causa della ghiotta curiosità dei media che ancora non cessano tributare incensi al personaggio, trascurando il poeta che è oggi in Europa, io credo, uno dei più originali e duraturi». Se qualcuno, aspirante suicida, mi chiedesse se la vita vale la pena di essere vissuta oppure se mi confessasse di non saper come tirare avanti gli consiglierei di leggere le poesie di Zeichen. Aveva moltissimi motivi per farla finita, ma tirò sempre avanti. Questo non solo perché sapeva prendere la vita alla leggera secondo alcuni o così com’è secondo altri, ma perché era anche  uomo di fortemente tempra morale. Certo i suicidi sono quasi sempre depressi, ma leggere Zeichen consola, conforta e il poeta ti indica la strada maestra. La sua intera opera può essere letta anche come un manuale di sopravvivenza interiore, come un libro di istruzioni per non autodistruggersi. Zeichen non era depresso (e questo non è un merito né una virtù), ma a differenza di alcuni non era neanche deprimente (alcuni sono farraginosi, tortuosi, arzigogolati, pesanti). Nonostante mille difficoltà,  innumerevoli lavori,  Zeichen sapeva che aveva una missione nella vita: scrivere, scrivere, scrivere. Si ricordi che il poeta in “Area di rigore” scherzava addirittura sulla sua insufficienza cardiaca e con la sua poesia, per quanto elaborata e mai facilona, riusciva a fare della “metafisica tascabile”. Un altro grande merito del poeta fu quello di smarcarsi totalmente dalla tradizione lirica precedente e anche di non farsi abbindolare dalle mode letterarie, che imperversavano in quegli anni. Zeichen sapeva prendere da tutti, ma sentiva, pensava, scriveva senza rifarsi a nessuno: aveva uno stile tutto suo, inconfondibile. Nel tratteggiare la sua figura ho finito per parlare poco della sua poesia, ma quello che mi stava più a cuore era l’esempio umano e non solo quello letterario. Zeichen fu esemplare perché non si abbatteva mai;  un’altra cosa che mi piace è il suo vitalismo sereno, mai accattivante né disperato; per il resto leggendo le sue poesie ognuno può farsi  un’idea e constatare la sua bravura, almeno quella quasi universalmente riconosciuta dalla critica. Sicuramente Zeichen è importante perché pochissimi sono i poeti poveri e autodidatti. Molti autori diventano poveri, facendo i poeti. Zeichen lo fu  sempre.  Fu un’eccezione. Dispiace che sia conosciuto soltanto dalla ristretta cerchia dei letterati e della comunità poetica. Purtroppo quando cala il sipario di un protagonista della poesia contemporanea scendono sulla sua figura il silenzio e l’oblio. Eppure dimenticarlo è un piccolo torto e non conoscerlo è anche un’ingiustizia più grave, soprattutto nei confronti di sé stessi. Per come ha vissuto e per come è stato dimenticato possiamo affermare che la società civile italica, la stessa cultura italiana  hanno compiuto un’altra ingiustizia. Senza Zeichen si può vivere, ma sensibilmente peggio. Riconoscere di aver bisogno di leggerlo è un piccolo passo avanti della propria evoluzione interiore, se di evoluzione si può parlare. Non a caso quando sono un  poco giù di morale mi metto a rileggerlo. Non sono poesie che so a memoria, ma sono i suoi componimenti che mi mettono di buon umore. Talvolta mi illuminano l’esistenza. Spesso mi rispecchio nei suoi versi, talvolta mi ci ritrovo fedelmente. E lo ammiro perché nelle sue condizioni materiali ed esistenziali precarie non si è mai perso d’animo, non si è mai abbattuto, non si è mai affranto. Da Zeichen si può apprendere non solo qualche lezione di poesia ma anche molte lezioni di vita. Nonostante mille problemi non se la prendeva mai col mondo.  Forse perché Zeichen in fondo la pensava come Montale quando faceva dire a una svampita che se il mondo va male non è solo per colpa degli uomini. Ecco alcune sue poesie:

Come dirti ancora amore mio,

mia, mio, adesso

che gli aggettivi possessivi

sono istruiti di dubbi, svogliati

e disaffezionati alla proprietà

abbandonano la guardia e disertano

lasciando sguarniti i beni privati,

concedendosi solo al plurale.


*

Ero a caccia di belle vedute;

e ho visto alcuni milioni d’anni

sommarsi in un istante,

nel vento che modella ad arte

nella vertigine,

la parete rocciosa,

a strapiombo sul mare;

ma tutto quel tempo caparbio

non è bastato per imitare

il breve mestiere dell’uomo.


*

Come frecce scoccate

da un ludico arciere

che non ha sempre

per mira un bersaglio, bensì

la bellezza d’una traiettoria,

sorvoliamo lo spazio degli anni.

Nella permanenza in volo

ci viene meno l’orientamento,

siamo oggetto di lanci sbagliati

e privi di verosimile obiettivo.

Dove, dove cadremo?

così senza onore.


Semiotica

Come la spia rossa che

si accende sul cruscotto

e segnala al conducente,

che la benzina è alla fine,

così, anche il sentimento

che nutrivo per te

è ormai in riserva.


*

Mi ripeto…

Mi ripeto…

Il mio cuore è sempre stato

come la porta girevole

d’un albergo a ore

dove si poteva entrare

e pernottare a piacere;

riuscire in incognito

e senza rimpianti.

Ora, vorresti istallare

una porta nel vuoto e

mettere una serratura

di marca all’aria?


*

Sono transitati secoli

dentro i miei anni

e (io) non vi ho fatto caso.

*

Gli amori perduti evocano

gli ombrelli dimenticati,

ma dove? Sarebbe struggente

ricordarsene sotto queste

piogge incessanti.


Se la linea

della tua vita

nella mano

ti pare breve,

allungala con la matita

e chissà? che l’innesto

non riesca.