Attilio Lolini (1939-2017) è stato un ottimo poeta, sconosciuto ai più, mai presenzialista, sempre in disparte, appartato. Eppure con il suo libro “Notizie dalla necropoli” aveva vinto il premio Viareggio, era un autore Einaudi, aveva scritto un libro epistolare con Sebastiano Vassalli. Si era fatto conoscere pubblicando con “Salvo imprevisti”, rivista fondata dalla poetessa Mariella Bettarini. Poi aveva pubblicato alcune sillogi con la piccola casa editrice indipendente ma di qualità  “L’obliquo” di Brescia. Era una persona schiva, ieratica. Non cercava la fama a tutti i costi, il successo nazionalpopolare. Da questo punto di vista si può fare un’analogia con il poeta Roberto Roversi,  che nonostante la popolarità ottenuta per la collaborazione con Lucio Dalla, collaborava anche a riviste letterarie non sempre rinomate. È stato scritto dalla critica che la poesia loliniana era caratterizzata dalla rabbia e da un maledettismo toscano, che affondava le sue radici nell’anarchismo. Ma questo maledettismo non era mai autocompiacimento né gesto di arruffianamento per compiacere i suoi corregionali; non era mai una politica grezza da abbracciare (come invece certi comici, molto guitti) per piacere ai toscani, che non lo conoscevano. In Lolini non c’era servilismo di nessun tipo nei confronti di nessuno. Sapeva sempre mantenere la sua dignità. C’è chi ha definito la sua poesia come “tragicomica”. Vassalli l’aveva definita come “un frizzante antidoto alla trombonaggine diffusa nel piccolo mondo antico delle patrie lettere” e sempre Vassalli aveva scritto che Lolini non voleva fare nessuna carriera letteraria. Un’altra sua caratteristica era il suo realismo disincantato.   Il poeta non frapponeva veli lui e la realtà,  ma neanche tra la realtà e il lettore. Era come si suol dire molto diretto e senza filtri. Si può leggere tutto d’un fiato Lolini per poi ritornare  a rileggerlo e riflettere sulle sue piccole amare verità. Se è vero che il mondo è fatto di frammenti eterogenei Lolini aveva una certa omogeneità stilistica (che in letteratura si chiama coerenza interna) e prendeva in rassegna molti aspetti della realtà,  pur rimanendo fedele a sé stesso. Eppure il poeta si è rinnovato col tempo, ha tradotto nella sua poesia la maturità e la consapevolezza acquisite. Croce o delizia, questo non lo so, ma in “Carte da sandwich” rispetto a “Notizie dalla necropoli” si potevano notare molto meno invettive e più rassegnazione. Per capire Lolini e i suoi versi spesso senza punteggiatura bisogna ricordarsi uno degli Shorts di Auden: “I suoi pensieri vagavano dal sesso a Dio senza punteggiatura” e però considerare che il nostro trattava di tutto, omettendo il sesso (forse perché pudico, forse perché poteva fuorviarlo dalla sua denuncia sociale, dal suo impegno civile, a cui era spesso  teso). Uno dei suoi obiettivi era “strapazzare, maltrattare Madame la poesia”. Nei suoi componimenti troviamo barboni, alienati, poveri ed emarginati di ogni risma. Lolini pone l’accento sulle contraddizioni effettive del capitalismo. Il poeta denuncia l'(in)civiltà dei consumi. Qualche piccola contraddizione era insita anche in lui: per esempio era contro i poeti laureati come Montale e pur tuttavia anche lui nelle sue clausole finali dispensava sentenze, piccoli giudizi epigrammatici come il grande poeta ligure negli ultimi anni. Chi vuole fare poesia aforistica in Italia non può prescindere da Lolini. Le sue liriche sono immediate, leggibili, comprensibili, non artefatte, prive di richiami intertestuali, di citazioni colte, di rimandi, di descrizioni prolisse, con cui molti pensano di impreziosire i loro scritti, senza pensare che li appesantiscono e che così facendo allontanano sempre più i lettori. Leggendo Lolini mi chiedo di che cosa è fatto un pensiero umano, di quante sinapsi chimiche ed elettriche, di quante aree cerebrali ci vogliono per una sintesi poetica come la sua, di quale qualità di circuiti neuronali necessitano certe espressioni verbali, certe sequenze rapide di versicoli,  certe immagini mentali così limpide e apparentemente semplici. Eppure nonostante questo talento Lolini è vissuto quasi nell’anonimato, senza che nessuno lo lodasse,  gli chiedesse un autografo al bar. È la testimonianza più pura che si può vivere senza cercare a tutti i costi un passaggio televisivo né senza stare a idolatrare chi lo ha ottenuto. Inutile sognare la rivoluzione se poi siamo i primi a subire le dinamiche ricattatorie e gli specchietti delle allodole  dello show business! Leggendo Lolini si ha modo di riflettere anche su questo. La sua poesia era contrassegnata, nonostante la leggerezza che la pervadeva,  da un certo spessore culturale. Non a caso si rifaceva ai libri sapienziali dell’Antico Testamento,  come l’Ecclesiaste. Forse non aveva mai cercato la gloria perché sapeva che era tutto vanità di vanità.  In fondo sembra dirci Lolini con i suoi versi, con un ghigno beffardo,  con un sorriso malcelato che tanto perdere o vincere è uguale, che tanto alla fine saremo tutti sconfitti. Il poeta in questo senso adotta un pessimismo lucido, visto come vanno la vita e il mondo, senza però mai sconfinare nel nichilismo totale. Se tutti sono d’accordo nel constatare che i soldi sono importanti nella vita e fanno la corsa all’oro, il nostro, che esercitò il mestiere di giornalista,  ci rammenta che si può anche vivere senza cercare a tutti i costi le comodità del benessere,  ma che si può anche vivere all’insegna del minimalismo esistenziale. In un’epoca di crisi economica e di impoverimento generale Lolini ci descrive una vita qualsiasi, senza grandi amori e senza soldi, fatta soprattutto di tanto grigiore, ma ci ricorda, senza atteggiarsi a eroe quotidiano, che non è affatto disdicevole viverla, rifuggendo i mille canti delle sirene. Lolini ci racconta della noia della provincia, di una non vita perlopiù, fatta di giorni sempre uguali e dove non succede mai niente. A che pro viene da chiedersi darsi tanto da fare? In questo senso mi sembra proprio  che il vero maledettismo di Lolini sia rintracciabile in quella “indolenza astiosa” di cui parla egregiamente la filosofa Ilaria Gaspari nel suo primo libro “L’etica dell’acquario”, senza scordarsi che in Lolini, essendo senese c’è più gentilezza e meno rissosità e meno rozzezza di un pisano tipico (cosa già notata da Curzio Malaparte). In fondo un toscano molto pigro come Belacqua aveva incantato prima Dante e poi Beckett. Quindi perché un poeta come il nostro non deve incantarci con i suoi flash, i suoi personaggi, la sua solitudine, che non si incaglia mai nel Nulla assoluto? C’è sempre il salvagente dell’ironia a cui si aggrappa. C’è sempre un quid imprecisato e indefinibile che salva Lolini dal Vuoto e dall’abisso. Il poeta non enfatizza mai le debolezze della carne né le vette dello spirito. Dà per scontato che siamo tutti deboli e peccatori, che pochissimi sono i santi e che bisogna avere comprensione per questa povera umanità. C’è nel nostro una grande pietà cristiana, mai manifestata ma sempre implicita, sottintesa, quasi messa tra parentesi. Lolini non prendeva da De André,  né viceversa, ma viene spontaneo un accostamento tra i due. Infatti il celebre cantautore scriveva: 

“…Se tu penserai e giudicherai

Da buon borghese

Li condannerai a cinquemila anni

Più le spese,

Ma se capirai, se li cercherai

Fino in fondo,

Se non sono gigli son pur sempre figli

Vittime di questo mondo.”

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Ma entrambi avevano avuto un esemplare maestro in Umberto Saba, che molto tempo prima di loro in “Città vecchia” scriveva: 

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“Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un’oscura via di città vecchia.

Giallo in qualche pozzanghera si specchia

qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va

dall’osteria alla casa o al lupanare

dove son merci ed uomini il detrito

di un gran porto di mare,

io ritrovo, passando, l’infinito

nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio

che bestemmia, la femmina che bega,

il dragone che siede alla bottega

del friggitore.

la tumultuante giovane impazzita

d’amore,

sono tutte creature della vita

e del dolore;

s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia

il mio pensiero farsi

più puro dove più turpe è la via.”

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In  definitiva Lolini si salva dal precipizio, dopo averlo scrutato per un periodo di  tempo indefinito. Ma in lui prevale sempre l’istinto di autoconservazione. Il vero enigma riguardo a Lolini è proprio perché l’impulso vitale avesse la meglio su Thanatos. Forse non c’era un motivo plausibile,  una spiegazione logica. A volte la vita va vissuta e amata senza pensarci su e senza chiedersi la ragione. Anche per questo a mio modesto avviso va letto. Ecco alcune sue poesie:

Zapping

Quelli che stanno

di là dallo schermo

mi guardano strani

quando di notte

alzo le mani

a tutti sparando

col telecomando

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Il vento

Il vento fuori dalle persiane

muta rapidamente voce

ora un canto sinistro

ora un’aria sospirosa

se apri la finestra

cade l’intonaco dai muri

il vento aspira le cicche

del portacenere ricolmo

le cose le persone

badano a trasformarsi

a prendere altre forme

prima di scordarsi


Limoni

Quando arriva il mattino

non guardarti attorno

sono giorni strani

che separano le parole

sfumano l’oro dei limoni.

Alzarsi non conviene

meglio starsene a letto

oppure andare a spasso

senza muovere passo.


Stampante

In questo museo

di porcherie

che visito (occidente)

peccatore redento

del passato mi pento

inneggio al cicaleggio

volteggio davanti

al babbeo

magnifico rettore

dell’ateneo

ho una crisi mistica

dico bene della saggistica

e non mi pare male

il poeta montale

mi metto in pista

per diventare giornalista

per far le recensioni

ai poeti babbioni

senza vergogna

son diventato carogna.


Destriero

Cantano le ore

con voce afona

e stonata

cantano alla luna

arrotolata

il pianeta s’è fatto trasparente

dentro non c’era niente

se ne va il pensiero

sopra un macilento destriero

porta da qualche parte

la nostra inutile arte.


In queste strade

In queste strade

mentre fingiamo un gruppo

unito almeno

nelle illusioni

almanacco chissaché

specie di mattina

mi ripiglia

la chiacchierina

riparto con la solfa

rievoco, ironizzo

accade sempre più spesso

che uno incontri

il proprio cadavere

ci vada a letto

e lo tenga

ben stretto

al calduccio.


C’erano le luci accese

Partito c’erano le luci accese

ma non la notte, il vento questo sì

ricordo, copriti bene, dicesti

è appena passato un noioso raffreddore

nella strada volano carte

tutti gli oggetti tendono a librarsi

ti telefono, ho detto, appena arrivo

poche persone, questa luce

non crepuscolo né alba

entri improvvisamente

in uno spazio oscuro

mitigato appena

dai primi bar aperti

da edicole incorniciate

un alto mattino come una folata

circonda noi poveri indecisi

che avanziamo come rami recisi

verso occupazioni insensate

verso tappe già segnate

di un percorso dove alla fine

giaceremo stravolti, stremati

dal riflesso dei vitrei palazzi.


Se bussano alla porta

Se bussano alla porta

non aprire, in questo tempo

separato, diviso

che esiste solo

per se stesso

se dicono: alzati!

cacciati sotto le lenzuola

rientra nelle trasparenze

di pareti nude dove sconfitti

stanno i desideri

esile il filo della vita

non alzarti

non mettere dischi

alla tentazione

di leggere resisti

anche le stagioni

non danno doni

non chiedere perché

siamo qui

senza conoscere alcunché

carichi del peso

di cose senza nome.