Margherita Bonfrate

CAPITOLO 1

Da sempre l’alternarsi delle stagioni, con un leggero alito, soffia su di noi, come per ricordarci che nulla sfugge all’essenza dello spazio e del tempo. Sono qui, alla fine di questa vita complessa, travolgente, a tratti allegra, a volte con l’intensità emotiva di un dramma. A pensarci, sento ancora qualcosa disturbarmi fino al punto di salire a volo sul bus della memoria, alla ricerca dei giorni passati. D’istinto inserisco la retromarcia nei ricordi per chiedermi se sia colpevole il destino o la mia testa del perché io mi ritrovi sola in America, lontana dalla mia famiglia e da quello che resta di noi.

Quella notte dell’11 novembre 1940, sei corazzate inglesi, appostate nella rada di Taranto, condussero un’incursione con due attacchi di aerosiluranti. Questo provocò terrore e danni molto rilevanti all’arsenale, alla città, alla nazione che in quel particolare periodo rischiava di essere fagocitata dalla crisi d’identità ideologica. Infatti, in quel tempo la “persona” fu messa in discussione all’interno di una particolare situazione sociale. La confusione dell’io nacque dallo smarrimento di idee e valori, e messaggi malefici rifiorirono a causa del raduno di Norimberga. Quell’incontro non esitò a trasmettere e confermare il sentore di allarme: il diritto all’uguaglianza dell’essere umano cedette spazio all’alienamento dell’uomo. Il Fascismo, a sua volta, estese la sua solidarietà alla teoria nazista, lasciando trasparire le sue intenzioni bellicose, di pari passo con la Germania. Tutto ciò alimentò disordine e rappresaglie, soprattutto verso quelle famiglie poco osservanti delle disposizioni del Duce e dei suoi sudditi.

   Quella notte fu lunga: prima la sirena, poi il coprifuoco, e infine quel silenzio preceduto dalle bombe che ci terrorizzò per un lungo tempo. A distanza di tre anni, quando la paura degli aerosiluranti si allontanò, arrivò l’ordine di abbandonare la città per il pericolo di un altro attentato.

   Una mattina del lontano 1943, esattamente il quattro giugno, sulla città fu sganciata una pioggia di bombe mirate a colpire la zona portuale di Taranto. Il suono dell’allarme indusse all’evacuazione della città con urgenza. Così, con dispiacere, mamma, papà, mia sorella Lina ed io fummo costretti, con il cuore in gola, a salire su un calesse trainato da un cavallo che a tratti si arrestava con la bava e la lingua da fuori. L’animale per il disagio scalpitava, senza esitare voltava la testa e con lo sguardo cercava papà come per dire: «Se non mi dai da bere come faccio ad andare avanti?!»

   A quel tempo la mancanza d’acqua si fece sentire pesantemente anche per noi. L’acqua arrivava a orari in città. Sento ancora per le strade in riva al mare l’acquaiolo strillare per venderla, a bicchiere come una bibita rinfrescante, alla persona che si poteva permettere la moneta. Taluno, per l’arsura, attirava l’attenzione del venditore che lesto prelevava l’acqua da un secchiello di ferro e, con un bicchiere leggero destinato a tutti, porgeva da bere al cliente.

   Allora, la vivacità dei miei tredici anni non impediva il mio slancio verso la vita; inevitabili erano i commenti di chi, con la lingua lunga, non esitava a sparlare alle mie spalle.    

   Rivedo il viaggio interminabile. E, come il cavallo, io a ogni tratto di strada voltavo la testa, mentre il mio sguardo fissava le case della città che diventavano sempre più piccole, fino a scomparire. Era la prima volta che mi allontanavo da casa. Quel distacco forzato costò parecchio alla mia famiglia; lasciammo la nostra casa situata nella città vecchia sulla marina, di fronte al Mar Piccolo: un mare con due cavità circolari, simili a due seni perfetti; bello da sembrare un lago, m’invitava sempre a guardarlo.

   Sul calesse, ripensavo ai giorni passati, quando con l’arrivo della bella stagione, la mattina presto mi alzavo ansiosa ancora assonnata con gli occhi sognanti e, attraverso le imposte socchiuse del balcone della mia camera, sbirciavo il mare per assicurarmi della sua esistenza. In cucina sul tavolo mi aspettava la tazza di latte colorato con la posa del caffè. Consumata la colazione, pian piano in silenzio, con passo da pantera rosa, arrivavo nell’altra stanza, mi avvicinavo alle spalle di mamma affaccendata per circuirla con un abbraccio e per dirle sottovoce: «Ti voglio bene». Poi, raggiungevo le scale di legno per salirle a due a due fino alla terrazza di casa. Uno spazio pieno di luce: sembrava di essere in paradiso! Un paradiso di luce e di mare; osservavo il suo aspetto: calmo, mosso, azzurro, spumeggiante. Spesso al tramonto, affacciarmi era la pace mia. Mi attardavo fino al calare della sera per osservare il ritorno delle lampare e paranze in fila come una processione con a capo l’imbarcazione più grande per finire con quella più piccola. Con l’innocenza dell’età, incantata dallo scenario e decisa a non perdermi nulla, fissavo con attenzione le immagini per racchiuderle nell’archivio di quelli che sarebbero diventati i miei ricordi.

   Spesso, con gli occhi cercavo il nonno (padre di mia madre), il “tatà”: così si usava chiamare il papà. Una figura storica, patriarcale, nell’insieme caratteristica e simpatica. Io ero sempre stata legata a quell’uomo da un affetto smisurato. Il suo ricordo era ancora intatto; la sua bellezza spiccava su tutti: carnagione bianca, insolita per un uomo del Sud, occhi celesti come il cielo; i suoi capelli colorati a neve mi aiutavano a carpire quel fascino.

L’amore per la sua persona ancora adesso non mi abbandona. Ricordo i suoi pantaloni tenuti stretti con una corda al posto della cinta che mi fa ancora sorridere; sempre scalzo, poiché i suoi piedi erano le sue scarpe. Sento ancora la discussione tra lui e la mamma che lo invitava a calzare almeno un paio di sandali confortevoli, oppure un tipo di pantofola di stoffa che avrebbe custodito tutto il piede.

Lui, uomo umile, restio alle innovazioni di qualsiasi tipo, amava la semplicità di tutti i giorni, così come gli era stato trasmesso dalla famiglia che lo aveva accolto come un figlio. Le origini di nonno Tito catturavano la mia fantasia, in particolare, le origini dei suoi natali. Tutta la famiglia sapeva che il nonno discendeva da alcuni nobili, probabilmente da una casata reale di Napoli.

   Si narrava molto del suo ritrovamento in una cesta inserita nella ruota-pranzo di un convento. Probabilmente, una persona sconosciuta venuta da lontano aveva suonato furtivamente il campanello del chiostro del monastero, per catturare l’attenzione del pacco animato. E così la ruota, girando, aveva portato all’interno del convento il neonato che era stato accolto dalle suore Clarisse, e più tardi consegnato all’Istituto Orfanelli, dove era rimasto i primi anni. In seguito, il bambino era stato adottato da una signora, sposata con figli, che era divenuta sua madre; un affidamento sostenuto da un sussidio statale come sanciva un’ordinanza dell’epoca. Il piccolo era cresciuto in quella famiglia serenamente, con l’affetto e l’amore da parte di tutti. Un bel giorno, una persona che stava fremendo da tempo, aveva fermato il nonno e gli aveva sussurrato la verità riguardo la sua nascita e il suo ritrovamento nella cesta di vimini contenente anche alcuni oggetti, nomi di riferimento, indizi che portavano alle origini nobili o verosimili del nascituro. In quel modo, chi lo aveva lasciato, forse, aveva tentato di ripagare l’abbandono con una traccia che un giorno il nonno da adulto avrebbe potuto seguire… E chissà dove lo avrebbe portato!

   Sentendo quelle parole, naturalmente al nonno gli era preso un colpo; soprattutto, era stato difficile per lui accettare che non fosse uno scherzo quello delle sue nobili origini. Ciò nonostante, tatà non era ambizioso, e così tutto era rimasto come prima, nonostante l’insistenza dei familiari che spesso, scherzosamente, lo avevano invitato a partire per andare a conoscere le sue vere origini. Il nonno non si montò mai la testa sentendo che avrebbe potuto essere un nobile. Comunque, questi inviti caddero puntualmente nel vuoto; sì, perché il nonno era sempre deciso a non volerne sapere nulla ed era solito aggiungere: «Siete voi la mia famiglia», mentre con lo sguardo cercava la donna anziana eternamente occupata a ricucire le pezze d’appoggio a pantaloni e maglieria strappata. Il vicinato la indicava come “Penelope che cuce, ma non scuce”.

   Mi avevano raccontato che tatà, aveva fermato la sua mano mentre lavorava per dirle: «Tu sei mia madre. Spiegami cosa posso chiedere di più… Sto bene! Non voglio sapere nient’altro. E poi, come farei a presentarmi? Guardatemi!» diceva, «Io sono uno di voi. Dove vado in giro a chiedere cosa? Sto bene qui. Voi siete la mia famiglia… Come si fa a cambiarla? Per conoscere, poi, chi?!»

   Ringraziare il nonno per l’amore che riuscì a trasmettermi verso il mare, non basterebbe. Fin da ragazzina mi ero sentita attratta dalla pesca e da tutto quello che riguardava la vita dei pescatori.

   Avevo solo dodici anni quando, in un pomeriggio di maggio, affacciata alla terrazza di casa davanti al mare, nonno Tito con il suo fischio caratteristico – che poi a forza di esercitarmi era divenuto anche il mio – mi aveva sorpreso; avevo alzato lo sguardo verso quel suono che proveniva dal mare, per scorgere lui nella barca a motore, che segnalava e con le braccia m’invitava a raggiungerlo. Contenta, avevo acconsentito con il capo, e mi ero subito catapultata, saltando i gradini a quattro a quattro come mi aveva comandato la testa. All’udire quel fracasso, mamma dall’uscio di casa aveva allungato la testa sporgendo mezzo busto oltre la porta: «Dove stai andando?» mi aveva chiesto.

   «A calare le reti con tatà», le avevo risposto senza fermarmi. «Ci vediamo più tardi, stai tranquilla!» Avevo attraversato la marina: la strada di mezzo che divideva il mare dalle case. Il nonno con i remi si era avvicinato al pontile per facilitarmi l’imbarco, per poi avviare il motore e allontanarsi dalla costa. Raggiunto il largo mi aveva insegnato come mantenere la direzione del timone situato a poppa; usciti dal Mar Piccolo, passando sotto il ponte girevole, e con voce autorevole mi aveva comandato di andare verso la quinta boa in direzione dell’Isola di San Pietro, indicando il luogo con l’indice. Arrivati sul posto, mi aveva ordinato di abbassare il motore al minimo, mentre lui con maestria lasciava cadere dolcemente le reti in acqua. Alla fine aveva lanciato in mare un segnale di riconoscimento per l’alba del giorno dopo. Da quel giorno a ogni tramonto soleggiato mi aveva sollecitata a tenermi pronta.

   Nei lunghi pomeriggi estivi, immersa nella bellezza eterna di quel tempo, avevo modo di constatare che quando il mare era in burrasca non si lavorava. Allora, tutti si affrettavano a far asciugare le reti, simili a delle corde sottili intrecciate stese a terra.

   Spesso, mi dilettavo a osservarlo, il mio caro nonno, seduto su una sedia, di fronte al mare tra le barche rimorchiate a terra. Mi piaceva il suo carisma, mi catturava il suo sguardo; la sua autorità era gradevole per tutti. Nonno Tito era spesso intento a cucire le reti strappate; le sue mani erano svelte e sicure nell’adoperare un attrezzo di legno detto cucedda, a forma di forchetta, che lui passava sotto e sopra col filo di nylon tra le maglie della rete, ricostruendola là dove era strappata. Amava restare lì per molte ore, insieme con altri pescatori, compagni e vicini di casa. Molti di essi erano allineati alle proprie barche, con le reti distese da un capo all’altro, sollevate da supporti di legno a una certa distanza da terra.

   Spesso mi infilavo sotto le reti, e mi divertivo assieme ai miei compagni quasi tutti maschietti; per noi era un gioco nasconderci senza curarci delle bestemmie gratuite degli adulti. Terminato il lavoro di riparazione, gli uomini baciavano le reti come per ringraziare il Signore per la provvidenza concessa: rammendare per continuare a pescare.

   Persone così è difficile che rinascano! Gente povera, ma contenta perché non aveva conosciuto altro. Tutto mi appare ora come un quadro poetico: suoni, voci, mare e cielo si uniscono in un concerto corale e musicale. Ferma nel tempo, mi sembra di vedere mamma sul balcone a controllare suo