MARGHERITA BONFRATE

CAP. 2

padre per ritrovare me; certamente si chiedeva dove fossi andata a finire. In un’occasione mi era piaciuto nascondermi dietro le barche, per poter osservare il suo volto interrogativo. E poi, avevo placato la sua ansia imitando il fischio del nonno, che mi era divenuto così familiare da non poterne più fare a meno.

   Fa male risvegliare il dolore per la perdita del nonno: fu una mancanza devastante come un fiume in piena, una lacerazione che ancora oggi, nonostante gli anni, mi fa stare male. Lui è ancora in me e a volte mi sorprendo a dirgli: «Nonno ti voglio bene! Vorrei tanto vederti per poterti dire che nulla è cambiato, tutto è uguale, come prima, quando c’eri tu». A queste parole mi scappa una lacrima di nostalgia. Forse da lontano, nel sentirmi, risponderesti: «Tutto è cambiato! Anche tu non sei più una bambina. Perché dici che nulla è cambiato?»

   Ti risponderei: «Dico questo per non spaventarti nel caso in cui volessi venire a trovarmi. Tu stai sempre con me, non ti perdi se mi resti vicino. Sai, anche la mamma ti nomina sempre; ad alta voce chiama: “Tatà, dove sei?”».

CAPITOLO 2

Le voci familiari mi riportarono dai ricordi alla realtà.

   Chissà se gli altri si erano accorti della mia lunga distrazione. Boh! Quanto tempo ero stata assorta nei miei pensieri?! Tanto… da non accorgermi che dalla città natia si era arrivati a un paesino della provincia di Brindisi: Francavilla Fontana.

   L’ospitalità la ricevemmo da parte della zia Tina (sorella di mamma), sposata con due figlie. Le sorelle (mamma e zia) si erano sempre cercate; in loro traspariva la gioia del ritrovarsi, anche se in quella circostanza, l’occasione era forzata dagli eventi bellici che avevano travolto la vita delle persone, in nome di quale inspiegabile ragione, non si sa!

   La casa era situata al pianoterra, in una strada principale del paese, dove si affacciava la prima stanza. Quella camera serviva da negozio di merceria e cose varie. Alle spalle dell’esercizio, due stanze erano collocate in un corridoio che portava fuori, nell’orto di circa mille metri quadri utilizzato per la coltivazione di ortaggi e agrumi. A quel tempo, la guerra, che incuteva una paura che lievitava giorno dopo giorno assieme alla sofferenza causata dalla prigionia, impediva al pensiero di volare verso il domani. La mente era catturata dal dolore, provocato da una ferita, quella della mancanza di libertà, restia a cicatrizzarsi, perché l’amore nell’uomo era soffocato dalla crudele realtà. La libertà fece fatica a emergere dal fango della guerra che era la manifestazione dell’odio, colmo di prepotenza e fattore scatenante di tante tragedie, e della volgarità di quelle persone arroganti che obbligavano a rispettare e seguire determinate leggi emanate da uomini fanatici di una rivoluzione ideologica, dove il super io fermentava fino a straboccare come uno spumante maltrattato.

   Quanti ragazzi, in guerra, tentarono e lottarono con fatica per trattenere le lacrime. Un pianto orfano, senza consolazione perché la “ninnananna” dei proiettili diventò per i soldati lo spettro della morte. Da parte nostra, pensare più in là di quello che succedeva, ci procurava solo preoccupazione che non tardò a trasparire sui visi malinconici della gente. Il nostro sguardo spesso si perdeva nel vuoto. A quel tempo, l’ignoto era lo sconosciuto che spadroneggiava nella nostra quotidianità senza riguardi.

   Così, per volontà di Dio, l’armistizio non tardò ad arrivare. Quel giorno, l’8 settembre del 1943, ascoltando la radio sentii il capo del governo, Badoglio, chiedere l’armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La proclamazione fu accolta con gioia. In paese si udì un boato, e rumori e voci provenire da tutte le direzioni. Noi, giubilanti e increduli allo stesso tempo, ridemmo e piangemmo per quella proclamazione di cui il Maresciallo si fece portavoce.

   All’indomani da quella data non tardò la risposta del nemico per quel cambiamento di fronte. La Germania, offesa per il tradimento, promise azioni di vendetta, di rappresaglie nei confronti del popolo italiano. Infatti, non perse tempo a catturare i nostri soldati per trasportarli in campi di prigionia. Hitler, infuriato, ordinò che gli italiani fossero considerati “internati” e non prigionieri di guerra.

   Tutto ciò fu detto alla radio da una emittente radiofonica pirata. Vivere fu ancora più difficile di prima per i timori e le conseguenze che sarebbero avvenute e per le perplessità della nostra mente. Provai a ragionare e mi chiesi: “Ora i nemici, cioè gli anglo-americani, sono amici e gli amici, viceversa, sono nemici?! I tedeschi traditi, esaltati da una demagogia senza freni, coprivano di vergogna la popolazione ebraica, sottoposta a persecuzioni, a torture… In nome di chi?! Troppi scheletri soffocati, condannati nel silenzio assassino, e noi impotenti davanti alle esecuzioni di tanti innocenti baciati dalla morte; voluta, in nome di chi?”. Questo pensiero mi tormentava nel silenzio del terrore, incessantemente, fino ad allontanare la pace dalla mia mente.

   È difficile non ricordare l’amore dei nostri cari, attenti e premurosi, per noi ragazze in quel periodo più che in ogni altro.

   Ricordo le attenzioni materne, generate dall’apprensione, e giustificate dall’affetto. La mia anima ribelle lottava, si ostinava a non chiudersi in una prigionia forzata. Andavo spesso con passo svelto e furtivo verso la finestra per spiare la vita attraverso l’imposta socchiusa: la strada era percorsa da carrozze e carretti occupati da persone che si erano improvvisate per andare chissà dove.

   A quel tempo, la voglia di leggerezza tipica della gioventù mi catturava per ridarmi la voglia di vivere; al contrario di mia sorella Lina, che era bella sì, però, pia e lenta come una tartaruga paurosa, pronta a ritirare la testa nel proprio guscio, per poi affacciarsi al momento opportuno. Io, invece, mi sentivo piuttosto una giraffa pronta ad allungare il collo pur di arrivare dove gli altri non osavano. Il carpe diem liceale s’insinuava nella mia mente per suggerirmi cosa dovevo fare per sdrammatizzare la situazione. Alcune volte il pensiero oraziano era vincente, altre volte la mente avvilita s’impigliava nelle maglie della crisi mondiale che era simile a una rete a strascico che alla fine catturava tutti.

   Passarono due anni di stenti, di sacrifici e di lutti. Impazienti si aspettava una bella notizia per esultare, e poter gridare a tutta voce: è finita! Un giorno, finalmente, la radio trasmise l’annuncio della liberazione del paese per merito degli alleati inglesi e americani. L’energia per questo evento mi causò una certa inclinazione a disubbidire. Spesso, repentina, mi sporgevo sull’uscio del negozio, e fu così anche quel giorno, quando i nostri occhi si sorpresero a incontrarsi.

   Ricordo ancora adesso quella sensazione strana, il suo sguardo entrarmi come una puntura… e per non continuare a sentirlo stavo per staccarlo, quando lui si avvicinò e allungò la mano: «Tenente Joon Zizzo», disse.

   Vidi un ragazzo di circa ventisette anni, alto poco più di uno e ottanta, con la carnagione scura e un particolare interessante: lo sguardo profondo con l’aria da “bel dannato”.       

   «Posso conoscere il suo nome?», mi chiese.

   Non so perché, ma una corrente magnetica invase la mia persona, e con entusiasmo risposi: «Ermi, per tutti sono Ermi».

   Per distrarmi dall’imbarazzo guardai l’altro ragazzo in sua compagnia che non esitò a sorridermi, Antony. Anche lui interessante per il suo essere biondo, molto biondo! Non era uno di noi, lui con la pelle bianca come la luna d’inverno, mi sembrò un soldato impavido. Senza perdere tempo, insieme, si rivolsero alle donne di casa ringraziandole per la riparazione di pantaloni e camicie.

   Il tenente Joon, istintivo, con tono premuroso disse a mia madre: «Signora, anche noi siamo come voi, il nostro sangue è italiano, ma siamo in guerra. I miei genitori lasciarono la Sicilia per l’America prima che scoppiasse la Grande guerra. Quanta sofferenza c’era nei miei che lasciavano il loro paese, i nostri parenti, il mare color del vino… Così me lo descrisse il granfather documentando tutto nelle lettere spedite dalla Sicilia.

   I remember my mother talking to my father: “Che sarà? E se il work non c’è?” Meno male che con il passare del tempo la preoccupazione pian piano cominciò a lasciarci, grazie alla buona stella. We are four in my family: father, mother, sister and me».

   Mamma mi chiese cosa Joon volesse, perché lei non riusciva a capirlo.

   «Sta parlando della sua famiglia italiana», risposi. «Lui invece è nato a New York. Stai tranquilla, non ci faranno del male.»

   Con sfrontatezza dissi a Joon il tenente: «L’inglese è americanizzato, la pronuncia è poco chiara, ci sono accenti tra il dialetto calabrese e il siculo». Lo pregai così con tono scherzoso di parlare in italiano.

   Joon incalzò: «Ora mi trovo in Puglia, un’altra beautiful land, ma sempre Italia è! Sono contento di conoscere la patria dei miei genitori! Anche se avrei preferito conoscerla in circostanze diverse, senza la guerra».

   Sorrise con spontaneità a mamma come solo un figlio sa fare. E poi continuò: «Signora, le chiedo umilmente anche in nome del my friend Antony (che annuì con il capo), se una sera le andrebbe di cucinare qualcosa anche per noi. Se permette, portiamo tutto noi, senza impegno. Fareste questo? Sa’, così per una volta, stando insieme a voi, ci sembrerà di essere a casa nostra».

   Queste frasi entrarono nel cuore di mamma e della zia Tina.  Quest’ultima, commossa, non esitò a rivolgersi alla sorella per aggiungere: «Sono bravi ragazzi, educati e riguardosi nei nostri confronti, diciamo di sì; dopotutto, potrebbero essere i nostri figli. Cosa ne dici sorella?»

   Subito zia Tina chiese il permesso ai rispettivi marito e cognato, entrati nel negozio da pochi istanti; lo zio e mio padre non nascosero la loro sorpresa quando videro parlare le donne con i soldati. Alla fine della conoscenza, allargarono le braccia come a dire: Quello che fate è già stato deciso.

   Mamma, che con aria interrogativa fece un giro attorno a papà per annusare meglio il suo assenso, disse: «Siete i benvenuti, anche se mia sorella e suo marito sono i padroni di questa casa e spetta a loro l’ultima parola».

   Nello stesso istante zia Tina e le figlie con espressione compiaciuta dissero di sì con la testa. Mamma, con una mano sulla spalla di Joon, aggiunse: «L’importante è che alla fine “non ci date il resto da sopra”. Okay Joon?!».

   La risata generale mi coinvolse, per quanto si potesse vedere, ma oltre alla risata c’era di più. Non nascondo che in conseguenza all’evento, la mia fantasia fu coinvolta nel pensiero, e sembrava comporre e scomporre teoremi per la cena programmata. Gli americani non mancarono di fissare la data, e di lì a poco portarono scatolette di carne e di pesce, cioccolato, caffè e biscotti (i famosi galletti). Anche la zia e la mamma, d’accordo, anticiparono il menù composto da manicaretti e orecchiette con farina integrale, amalgamate con pomodoro fatto in casa per conserva. Quel giorno tutti erano allegri, persino papà e lo zio comparvero felici per dirigere come in una regia. Nacque una nuova e insolita amicizia a sipario già aperto.

   Ricordo ancora ora, come papà prima della cena, con l’indice puntato, si rivolse a noi ragazze: «State al vostro posto, nessuna confidenza, massima educazione con gli ospiti, in modo che comprendano l’integrità della nostra famiglia». Poi l’indice di papà si fermò su di me: «Noi siamo meridionali e l’onore viene prima di tutto. Nessuno, e ripeto nessuno, dovrà permettersi di additarci al nostro passaggio. Il paese parla, parla e sparla. Ci siamo capiti?».

   Anche zio Ciccio con un’occhiata che la diceva lunga, rivolto alle figlie disse: «Avete sentito?».

   L’assenso non tardò ad arrivare unanime.

   Mamma con occhi lucidi disse: «Credo di essere allergica a qualcosa che mi sfugge! È possibile che ogni anno di questo periodo il fastidio si presenti puntuale?!».

   Zia Tina con tono confortante e scherzoso le rispose osservandola: «Dai, che sei contenta, quando tu non ce l’hai più, viene a me! Non è così?!».

   «Be’, si accetta pure questo», disse mamma, ironica.

   Le mie cugine erano turbate, ansiose per quell’evento così insolito, curioso, per essere alla fine di una guerra. Tra queste, c’era Rosina: semplice, bellina, introversa e timida per i suoi vent’anni trascorsi tra le mura di casa in un paese agricolo, restio alle innovazioni e alle sollecitazioni dell’esterno. Non riusciva a spiccicare una parola senza arrossire, però quella volta riuscì a chiedermi senza interruzione: «A te quel Joon piace?».

   Quel “piace” lo ripeté due volte come per assicurarsi che avessi capito.

   Intervenne mia sorella Lina, una ragazza di ventisei anni, con la carnagione chiara, alta, portamento fine, senza grilli per la testa.

   Il suo ragazzo era stato un pilota militare, reclutato in aviazione. Un giorno accadde una disgrazia: durante le manovre, perse il controllo, precipitando in picchiata sopra una montagna. E da quel giorno anche la vita di Lina era precipitata; sembrava che la ragazza non volesse guarire, non volesse uscire da quel dolore.

   Intervenendo mia sorella, stranamente d’istinto, mi prese il braccio facendomi girare di fronte a lei e con una tenerezza infinita mi sussurrò: «Se t’innamori, fallo con discrezione; sai cosa significa ferire una persona se poi amore non è?!»

   Le risposi ironicamente in inglese: «Does love exist?»   Abbozzai mezzo sorriso, mentre cercavo di svincolarmi dalla stretta, e replicai: «Voglio sapere perché quando sta per succedere qualcosa vi rivolgete sempre alla sottoscritta!». La frecciata era riferita alle mie cugine. «Che cosa avete da dire? Chiacchiere, chiacchiere, piuttosto pensa per te!» dissi rivolgendomi con tono civettuolo a Iole, una ragazza carina, alta, capelli color mogano. «Che cosa credi che non si veda che tu e Antony…?»

   «Non cominciamo con queste novelle», rispose lesta Iole… «E anche se fosse?!»

   Alzò il sopracciglio in segno di menefreghismo, mentre Lina lasciò con entrambe le mani il cucito sul tavolo: «Se ci tenete alla cena… calma! Cercate di stare calme!»

   In quel momento entrò mamma e, con aria sospetta, sbirciò tutte noi: «Cos’è questo vociare? Si può sapere cosa vi prende?!»

   Io, Iole e Rosa, scaltre, ci mettemmo subito a fare trenino e a rincorrerci. Mamma continuò a guardarci perplessa; poi si rivolse a Lina per sapere a che punto fosse la consegna del cucito.

   «Giovedì a cena sarà tutto pronto», rispose.

   «Spero che domani possa essere bello per tutti, e dopo il dolore, spunti la voglia di sorridere, di vivere il giorno con l’uscio di casa aperto, senza timore che entrino i nemici per umiliarci e castigarci come solo loro sanno fare», aggiunse la mamma.

   Con gioia la interruppi: «Ehi! Cosa ti prende, come ragioni… Il nemico?! Ma di quale nemico parli? Lascia questi pensieri. Io penso positivo, la vita si fa bella per quella persona che prende a volo le cose liete. Lasciamo i ricordi tristi nei loro cassetti, in fondo siamo ancora vivi, cosa aspettiamo a riprenderci?» Tutti i presenti annuirono con la testa, dandomi ragione.