FREDRIC JAMESON

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di Marco Gatto

[E’ uscito da poco per Futura Fredric Jameson di Marco Gatto, con una prefazione di F. Jameson. Pubblichiamo un estratto].

La fotografia di una realtà leggera, estetizzata, spazializzata, che si presenta come un testo di immagini prive di spessore, pone non pochi problemi a chi la osserva con lenti teoriche schiettamente moderne. Non già perché il diagnosta sia giocoforza inserito nel quadro che intende ritrarre, quanto per il fatto che il quadro stesso trovi un suo paradossale fondamento nella destituzione di un soggetto giudicante. In altri termini, il postmoderno, traendo linfa dall’estensione generalizzata del concetto di “cultura”, mette in crisi l’istanza basilare del gesto critico, che è appunto quella del distanziamento, pur strategico e in un certo senso provvisorio, dall’oggetto di analisi. Siamo, al contrario, talmente avvolti dal sistema culturale – dall’ipertrofia di parole, immagini, simboli propria del network postmoderno – che pensare di liberarsene, o di istituire zone franche, appare come una fin troppo banale illusione, al pari delle subdole rinunce al compromesso (sempre convertite in sterili pose anti-realistiche). La crisi della critica è, per usare un’espressione di Jameson, il «“momento di verità” del postmodernismo» (Jameson, 2007: 64), ossia il banco di prova di una trasformazione molto più ampia dovuta alle variazioni sistemiche del tardo capitalismo. Quest’ultimo sembra opporre un’intensa resistenza alla sua comprensione. Raggiunge questo scopo con un’astuzia senza precedenti: mistificando i presupposti che rendono possibile la sua egemonia, e tuttavia aggiungendovi una compensazione edonistica, che consiste in una nuova (e contraddittoria) idea di libertà, fondata su un’accettata costrizione a esprimersi, esporsi, rappresentarsi. Una tale gratificazione è assicurata dal modo di produzione culturale che il tardo capitalismo promuove: una cultura che, dietro la facies democratica della libera diffusione, diventa strumento e veicolo del disorientamento di cui abbiamo discusso.

Bisogna però accogliere, a questo punto, un’indicazione pedagogica di Jameson: evitare una lettura moralistica del postmoderno e tenersi lontani da ogni genere di complottismo o dalla surrettizia amplificazione di un qualche inganno malevolo da portare allo scoperto. Al contrario, occorre insistere sul nodo politico che l’iperspazio del tardo capitalismo pone: la sostanziale «resistenza ideologica nei confronti del concetto di totalità» (Jameson, 2007: 331) e i decisivi ostacoli che l’analisi incontra nel rappresentare (termine importante, come vedremo) filosoficamente la realtà postmoderna in modo sistematico. Se è vero che il punto di partenza può essere tradizionalmente dialettico – mostrare come la gabbia d’acciaio del capitalismo multinazionale e la sua cultura onnipervasiva siano processi egemonici (per dirla con Gramsci), ossia “totalizzazioni in corso” (per dirla invece con Sartre) –, bisogna tuttavia spingersi più in là, per ragioni di sano realismo, e accettare che «un modello di cultura politica adeguato alla nostra situazione dovrà necessariamente avere quale fondamentale interesse organizzativo le questioni di ordine spaziale» (ivi: 66). Prendere sul serio la postmodernità e la sua dominante culturale significa fare i conti con l’immane cambio di paradigma che investe le capacità di analisi e di rappresentazione. L’adesione passiva o il rifiuto integrale sono opzioni che si annullano reciprocamente, dal momento che non riescono a tematizzare in modo adeguato le innumerevoli ricadute, sul piano teorico e concettuale, della transizione in atto, alcune delle quali presentano problemi nuovi e apparentemente irrisolvibili. Ecco un primo punto di arrivo (o di partenza):

[l’]ultima mutazione dello spazio – dell’iperspazio postmoderno – è riuscita […] a trascendere le capacità di orientarsi del singolo corpo umano, di organizzare percettivamente l’ambiente circostante e, cognitivamente, di tracciare una mappa della propria posizione in un mondo esterno cartografabile. Si può dire ormai che questo allarmante punto di separazione tra il corpo e l’ambiente edificato – che sta all’iniziale disorientamento del modernismo come la velocità dell’astronave a quella dell’automobile – possa a sua volta configurarsi quale simbolo e analogo di quel dilemma ancor più spinoso che è l’incapacità delle nostre menti, almeno al presente, di tracciare una mappa della grande rete comunicazionale, globale, multinazionale e decentrata, nella quale ci troviamo impigliati in quanto soggetti individuali (Jameson, 2007: 60).

L’impasse appena descritta è dovuta, del resto, all’inevitabile sfida posta dalla velocità della transizione – un altro aspetto da considerare con cura, non necessariamente cedendo alle lusinghe del concetto di “accelerazione”, ma guardando storicamente alla nostra esperienza (i lettori italiani potranno proficuamente pensare alla modernizzazione, per certi versi violentemente rapida, del Paese nei primi anni Sessanta, e, sul piano culturale, alla penetrazione capillare dell’american way of life) –, velocità che produce una sfasatura pericolosa e gravida di implicazioni: «noi stessi, i soggetti umani che irrompono in questo nuovo spazio, non abbiamo tenuto il passo con questa evoluzione»; poiché «la mutazione nell’oggetto non è stata accompagnata da alcuna mutazione equivalente nel soggetto», «non possediamo il corredo percettivo per armonizzarci» (Jameson, 2007: 54) con la nuova dimensione iperspaziale e superficiale della postmodernità. La risposta che l’intellettuale americano elabora tiene conto di questo particolare deficit sensoriale. L’estetica della cartografia cognitiva – l’espressione con cui Jameson indica un vero e proprio programma teorico – presuppone la ricerca di un modo nuovo e più consono di rappresentare l’incongruenza percettiva appena evocata. Partendo dalla necessità di una mappa che «tenti di dotare il soggetto individuale di una nuova, accresciuta consapevolezza della sua posizione nel sistema globale» (ivi: 69). La sua funzione è, dunque, orientativa e pedagogica a un tempo: simultaneamente produce e indica forme di coscienza e di possibile prassi politica. Il suo fine, potremmo riassumere, è la riconquista della «capacità di agire e lottare», in larga parte «neutralizzata dalla nostra confusione spaziale e sociale» (ib.). Il problema teorico, successivo a qualsivoglia decodifica ideologica della realtà circostante, coincide con la ricerca di modalità concettuali di rappresentazione della nuova fase storica. Daniele Giglioli ha con acume osservato che nel primo capitolo di Postmodernismo «ci troviamo effettivamente di fronte a una mappa» (Giglioli, 2007: 427). La sintesi dei caratteri principali della postmodernità produce nel lettore una temporanea soddisfazione che dipende dalla possibilità di orientarsi e di ricevere indicazioni.

La mappa risponde al desiderio di totalità che il patrimonio dialettico e marxista contribuisce ad alimentare. Del resto, una delle acquisizioni più rilevanti del volume consiste nel palesare i percorsi – forse oggi avvertibili con più nettezza – di un’ideologia in tutto e per tutto pluralistica e frammentaria, il cui esito è senza dubbio la pervasiva disgregazione delle forme collettive e condivise di vita sociale e culturale. Il postmoderno è, a conti fatti, il tempo della detotalizzazione. Ma – avverte Jameson – si tratta di un processo di «differenziazione, specializzazione o semiautonomizzazione» che non ha più a che vedere – come ai tempi del Lukács di Teoria del romanzo – con la perdita di una «totalità organica preesistente», quanto con l’irruzione «del molteplice secondo modalità nuove e inattese» (Jameson, 2007: 371). Ciò permette di cogliere il valore strategico del passaggio a una condizione epocale in cui l’Uno si disarticola nell’infinita messe dei Molti, dando così vita alle difficoltà di ricostruzione dell’interezza cui si accennava. In tal senso, la mappa cognitiva prova a formulare una risposta alla domanda “come posso totalizzare ciò che stabilmente si detotalizza?”. E il quesito, come detto, riguarda i modi in cui il pensiero elabora una rappresentazione il più possibile valida dell’iperspazio postmoderno.

Dicevamo, nondimeno, che l’emersione di tali caratteri possiede una ragione ideologica e un valore strategico. Obbedisce, cioè, a una costruzione. Il terzo orizzonte di analisi de L’inconscio politico contribuisce a chiarire che la superficializzazione del reale, l’estetizzazione della vita e la cancellazione della storia reale, insieme agli altri fenomeni messi in rilievo dalla mappa, dipendono dal modo di produzione capitalistico nella sua fase più aggiornata. Ne sono, cioè, la forma. Siamo pertanto in grado di azzardare l’ipotesi per cui dietro la frammentazione e il decentramento, dietro la manomissione della temporalità a beneficio della spazialità, dietro la valorizzazione del superficiale a detrimento del profondo, dietro l’istanza di detotalizzazione, vi sia una totalità concreta e attiva che, mirando a occultarsi, fino a scomparire in una paradossale onnipresenza, rafforza la sua signoria o, per meglio dire, la sua egemonia. È forse seguendo questa strada che la mappa cognitiva riesce a raccogliere il testimone filosofico del pensiero dialettico, candidandosi a essere, in sintesi, la versione più aggiornata (ma non per questo postmoderna) della coscienza di classe. Il richiamo alla prassi che chiude il primo capitolo di Postmodernismo, ma che ritorna, in vario modo, anche nelle Elaborazioni secondarie, suggerisce alla ricostruzione orientativa delle ideologie un necessario approdo materialista. Il quale, d’altra parte, risponde ancora all’esigenza di storicizzare e totalizzare.

Indubbiamente, l’analisi di Jameson ha un carattere aperto. Invoca una verifica. Ed è lecito raccoglierne l’eredità forzando le sue ipotesi, trascinando dialetticamente le sue tesi su nuovi piani di analisi. Resta tuttavia imprescindibile il valore di un’intuizione che ancora oggi appare valida e costruttiva: l’evidenza con cui il teorico americano associa la postmodernità a un processo di superficializzazione derealizzante e di potenziale scomparsa del concreto. In termini più nettamente marxiani, Roberto Finelli, nel suo cinquantennale lavoro di ricostruzione filosofica dei nessi principali del pensiero dialettico, legge l’innovativa capacità del tardo capitalismo di coprire l’intero campo del sociale nei termini di uno «svuotamento del concreto da parte dell’astratto», ossia come il totalizzarsi di un «soggetto astratto», il capitale, «quale ricchezza non antropomorfa», bensì solo quantitativa, «che ha come proprio fine costitutivo l’espansione tendenzialmente inesauribile e non limitabile della sua quantità: come cioè ricchezza che piega alla sua accumulazione l’intero mondo qualitativo dei valori d’uso e dei bisogni umani». Mettendo così a tema l’espansione di un soggetto (e non di un processo senza soggetto, per distinguere tale proposta da quella di Althusser) che, per imporre il suo dominio, espropria il contenuto di realtà nello stesso tempo dandogli una nuova vita, del tutto svuotata e superficiale, collocata su uno spazio fatto di forme, rappresentazioni, silhouettes prive di spessore. Per mantenere la sua egemonia, l’astrazione capitalistica produce ideologicamente una cultura feticistica della visione e del simulacro capace di manomettere le usuali dicotomie della modernità e di imporre una «colonizzazione dell’intero ambito del concreto» (Finelli, 2005: 213, 213-214 e 234) attuata non per mezzo di una manifesta imposizione, ma tramite una sottile interiorizzazione di tale svuotamento, che prevede un compenso soddisfacente: la liberazione euforica del soggetto sul terreno della rappresentazione esteriore. […] Non siamo pertanto lontani dalla lezione di Jameson (e un confronto ulteriore tra i due pensatori potrebbe essere fruttuoso, anzitutto per un rilancio dell’ottica materialistica: vedi Finelli, 2018 e Gatto, 2018). Per entrambi, possiamo concludere, la postmodernità capitalistica si muove su un registro di apparenza superficiale che garantisce frammentazione, disgregazione e disorientamento, dietro il quale però occorre vedere un piano essenziale di totalizzazione in corso. L’astuzia del sistema sta però nella capacità di dissimularsi nella superficie luccicante delle sue manifestazioni, la cui accesa ed esibita visibilità è meno trasparente di quanto si vorrebbe. Si palesa, pertanto, un problema estetico e politico di vasta portata: come rappresentare (e portare a conoscenza) ciò che si manifesta, nella sua evanescenza, come irrappresentabile per statuto? Come rappresentare, in altri termini, l’astrazione capitalistica? Come dare consistenza all’immateriale, alla solidità che si dissolve nell’aria, che “si svapora”, per evocare un luogo classico del Manifesto?

Riferimenti

Finelli R. (2005), Tra moderno e postmoderno. Saggi di filosofia sociale e di etica del riconoscimento, Lecce, Pensa.

Finelli R. (2018), Per un nuovo materialismo. Presupposti antropologici ed etico-politici, Ronserberg&Sellier, Torino

Gatto M. (2018), Resistenze dialettiche. Saggi di teoria della critica e della cultura, manifestolibri, Roma.

Giglioli, D. (2007), Postfazione a Fredric Jameson, Postmodernismo. Ovvero, la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi, Roma, pp. 419-434.

Jameson F. (2007), Postmodernismo. Ovvero la logica cultural del tardo capitalismo, Fazi, Roma (ed or. Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism, Duke University Press, Durham, 1991).