NOI SIAMO CAMPO DI BATTAGLIA, di Nicoletta Vallorani

NOI SIAMO CAMPO DI BATTAGLIA

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di Nicoletta Vallorani

[Esce oggi per Zona 42 Noi siamo campo di battaglia, di Nicoletta Vallorani. Ne presentiamo un estratto] 

Han

Oriente è un ricordo inventato e un’aspirazione, una realtà solubile tinta di azzurro. Azzurro è il colore dei bambini, mentre il rosa è per le bambine. Io sono verde, la creatura nel mezzo. Io sono carminio, che si sporca di bianco. Quello che dipingo parla per me.

Copiavo le opere degli artisti sui muri. Cambiando qualcosa.

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, coi cigni al posto dei vecchi ghignanti.

E una Gioconda vestita da geisha e con il sorriso cucito.

L’Annunciata di Palermo col velo azzurro e nella mano un telefonino. Ho visto una foto così, e l’ho copiata facendone un quadro.

Poi Los fusilamientos con colombe che si levavano dai fucili.

Un toro di Picasso inginocchiato sulle zampe davanti, quasi a chiedere perdono di essersi reso responsabile, come Zeus, di tanti stupri. Chiedere perdono alle vittime. Come se bastasse a cancellare l’obbrobrio.

Gli orrori della guerra trasformati nei patimenti della pace. Questa pace che non è, e ci schiaccia tutti. Un’onda dopo l’altra dopo l’altra.

Avevo sei sorelle, nessuna che mi somigliasse. Un po’ le amavo, ma mi piacciono di più quelle che ho ora e che non hanno il mio stesso sangue.

Che è misto e bastardo, meticcio come i miei disegni.

Avevo sei sorelle di padri diversi. Mia madre era una donna libera che ha pagato per la sua libertà: si è trovata sola a crescerci tutte. Dipingeva anche lei nello stesso modo in cui si prendeva cura di noi. Distrattamente.

Così mi sono immaginata una sorella in più nello specchio, di sesso misto anche lei. Una creatura creata da me.

Creatura è una bella parola: è al femminile, ma non dice un sesso. Io sono una creatura.

La mia sorella nello specchio lo è anche lei, ma è più libera e capace di vivere in un mondo diverso. Per questo mi piace, anche se non esiste. Mi dà tanti consigli. Mi ha mostrato la strada per il Vivaio e ora vive oltre la breccia. Ci vediamo nello specchio anche adesso. Sempre.

Prima di capire che sono una creatura, stavo sempre nel mezzo, indecisa su quello che volevo essere. Ma poi dicono che è normale purché poi passi: diventare grandi significa essere qualcosa per sempre. Diventare per stare infine nei modelli. Le caselle funzionano così, e per chi non ha fantasia, le caselle sono perfette: geometrie senza arte.

Quando sono arrivata alle medie, avevo già deciso che ero una creatura. Il Vivaio è stato il primo posto dove non mi hanno considerata matta o svitata. Ho imbrogliato per essere ammessa: non ero proprio un’appassionata di musica, però avevo qualche talento, e ho provato a spiegarlo dicendo che ero un po’ oriente e un po’ mista, perché mio padre e mia madre mi avevano dipinta così, da creatura di mezzo. Non gli ero riuscita benissimo, ma del resto le creature fanno questi scherzi e sfuggono di mano: non sono necessariamente femmine, anche quando gli aggettivi che le riguardano si declinano al femminile. È stato un bel problema provare a spiegarlo davanti ai prof che dovevano decidere se andavo bene per la scuola o no. Per me, nessuno ha capito niente, tranne la prof. Non avevano chiaro che cosa fare di me, ma ormai ero lì, e il dipinto che ho fatto sul muro dell’aula di artistica, quando ero stanca di parole, è piaciuto tantissimo.

Così, sono entrata.

Per me quella era casa. Casa è il posto dove scegli di stare, e io ho scelto lì. Non fosse stato che poi crescendo ho dovuto cambiare scuola, ci sarei rimasta per sempre. Nessuno conosce il dolore di nascondere quel che è finché non lo prova. Di lì in avanti, dopo le medie e prima delle comuni, mi sono sempre nascosta perché non mi insultassero e non mi picchiassero. Non sono mai riuscita a capire perché tutti abbiano bisogno di caselle nelle quali infilare le persone. Essere imprigionati non è piacevole per nessuno. Perché gli altri si trovano bene nelle gabbie e io no? Devo ancora capirlo.

In ogni caso, non è stato bello questo sopportare per sempre e per sempre il tentativo di imprigionarmi in una immagine di me che non era vera. Pietrificata dentro un involucro immobile, che tutti sanno come leggere. Da nuda mi si riconosce come femmina. Ma il mio corpo non è solo pelle. Non sono una statua, eppure lo sguardo del mondo mi pietrifica.

Medusa era la donna con serpenti al posto dei capelli. È stata dipinta da molti artisti, sempre arcigna e crudele.

Medusa si avvolgeva i capelli-serpenti in un telo azzurro, sistemato a turbante, così a guardarla gli uomini non diventavano pietra. Mi piace pensare che non fosse cattiva. Aveva un corpo pericoloso, e chi non lo ha?

La prof amava raccontarci la storia di Medusa, e secondo lei non era un mostro e non voleva davvero distruggere il genere umano. A quello ci pensiamo senza aiuti.

Ci estinguiamo indipendentemente dai miti.

Medusa era bellissima, irresistibile e sola. Trasformava i suoi amanti in oggetti per tenerli per sé, sperando che le fossero compagni. Ma l’amore degli uomini è un imbroglio. Il sesso è un inganno. Lo so ben io, che non ho genere.

E che non sono né oriente né occidente.

Mio padre voleva una femmina, mia madre un maschio. Li accontento entrambi nel mio non saper essere né l’una né l’altro.

Mio padre era occidente.

Occidente è uno sbaglio consolidato e una storia da maschi. Spero che l’oriente sia diverso, per quello ho cominciato a studiarlo. Senza trovare risposte, tuttavia.

I miei genitori odiavano la mia arte. Era sporca e popolare, e non mi avrebbe resa celebre. Odiavano il fatto che fossi una sognatrice e mi avrebbero preferita manager (era la fase razionale di mia madre, che è durata il tempo di mettermi al mondo). Mi hanno concepita su un foglio Excel, ma gli sono uscita come un quadro di Van Gogh. Il che dimostra che la biologia non è un teorema e che il sesso è una scelta.

Anche la vita che vuoi fare, e pazienza se ti porta in un posto che non è né oriente né occidente.

L’appartenenza è solubile. Non ti ci puoi aggrappare perché alla prima pioggia si scioglie.

Che non è poi un male. Quando si scioglie scopri che forse puoi fare senza.

La prof non è d’accordo, lo so.

Forse dovrei darle ragione, adesso.

Penso che in fondo i miei genitori abbiano voluto proteggermi, per un po’. Sapevano che cosa mi sarebbe capitato se mi fossi ostinata a stare nel mezzo.

«Scegli, bambina, perché bambina sei».

«Smettila con queste stranezze. E smetti anche di dipingere questi mostri».

«Se torni normale, vedrai che i tuoi dipinti saranno anche più belli».

«Alla gente piaceranno di più».

Non ho mai trovato il modo giusto per rispondere, anche se ce lo avevo chiaro in mente.

Caravaggio era un pittore assassino, un’artista straordinario e delinquente che lavorava per la Chiesa. Un peccatore che ha dipinto i più bei quadri sacri che si ricordino.

Caravaggio, per me, era una persona che ha scelto di non scegliere ed è stato quello che voleva fino alla fine dei tempi. Del suo tempo, cioè.

«È morto presto e male» direbbe mia madre

«Meglio che vivere a lungo e in prigione» risponderei io. Ma poi non credo che mia madre capirebbe. Neanche mio padre, mi sa.

Così a un certo punto me ne sono andata a vivere per strada. Nel mezzo delle onde, nessuno se n’è accorto.

Casa è dove scegli di stare.

Famiglia è tutte le persone che ami, che magari non sono parenti, e va bene lo stesso.

Non penso che vorrei avere figli: l’esperienza di famiglia che ho avuto mi è bastata. Mi sono sempre pensata sola e unica perché i prof delle superiori mi dicevano così. Anche alla scuola materna, a dire il vero, si arrabbiavano molto quando da piccola disegnavo dei pupazzetti col pisello e le tette. A me sembravano completi e a loro dei mostri. Ho capito che il concetto di mostro dipende da quello che molti pensano che sia normale. È una questione di quantità. Per me è la qualità che conta.

La qualità del futuro, anche.

Io penso che posso costruire un mondo migliore di quello di adesso. Non so ancora come fare, ma intanto dipingo i muri della città e delle comuni con le mie visioni bislacche. Non mi disturba che non siano originali, o lo siano solo un po’. Facciamo parte tutti della stessa storia. Se a un certo punto ce ne rendessimo conto, magari sarebbe anche meglio. E sarebbe una buona cosa smetterla di perdere tempo con tutte le stupidaggini che ci passano per la testa.

Tipo stabilire quali generi sono meglio e quali no.

Io non lo so chi sono. Però ho imparato chi siamo noi del Vivaio.

Siamo famiglia.

Ho imparato a stare in equilibrio. Per chi non è questo né quello è importante. Ho camminato sul filo tra le culture e i sessi. Sono la persona bambina che non ha ancora deciso che cosa vuole fare da grande.

Io divento nelle cose che disegno. Qualcuno potrebbe dire che non sono un’artista davvero, perché non invento niente. Solo, prendo gli artisti bravi e li trasformo in qualcosa di diverso. Per me questa è arte.

O comunque non importa come la chiamano. Questo è l’atto che mi fa sentire viva. Mi dà la sensazione di resistere al tempo.

Il tempo, dice la prof, è una cipolla. È da stupidi rimanere sempre nello stesso strato e muoversi in linea retta. Sarebbe più furbo attraversare gli strati uno dopo l’altro e scegliersi dove stare.

Per un po’, non fino alla fine del mondo.

Ho pensato spesso a questa cosa. Non so se sia vera o no. Però posso dire che nel Vivaio abbiamo cominciato a trovare delle risposte. Ci dobbiamo ricordare che non sono definitive. Si aggiustano col divenire delle cose.

Così ogni creatura sta sempre in mezzo, che è una posizione bellissima. Da sopra il confine si vedono tutti e due i mondi invece di uno solo.

L’albero non è maschio né femmina. Per questo lo amo. L’albero si è dipinto da solo nel cortile della scuola. Noi lo amiamo. E lo proteggeremo.

Per sempre e per sempre.

Noi siamo la generazione compost.

Noi siamo quelli destinati a preparare un mondo che non vedremo. Ci avete sacrificati pensando di amarci.

Fertilizziamo il futuro.