Don Aurelio dormiva nella camera accanto alla mia nel collegio dove lavoravo. Sembrava di primo acchito un uomo molto severo e austero. Ma non era propriamente così.  Aveva allora 87 anni.  Camminava con il bastone. Lo vedevo in refettorio e poi a giro per i corridoi. Veniva anche di tanto in tanto in portineria a darmi il buongiorno. Era sempre gentile e cordiale. A volte mi chiedevo cosa c’entrava lui con la mia vita. Mi dicevo che eravamo distanti anni luce, come mentalità,  storia di vita. Io scrivevo i miei versicoli, li annotavo in un quaderno a quadretti. Li correggevo,  li rivedevo continuamente, non ero mai soddisfatto. Sapevo che lui era stato il primo insegnante di storia dell’arte di Vittorio Sgarbi. Ma con don Aurelio non avevo grande modo di parlare, di andare oltre i convenevoli: era sordo ormai, faticava a parlare, sebbene fosse ancora molto lucido. Difficilmente andava fuori dal collegio. Sempre più raramente guidava una Cinquecento rossa. Io allora fumavo. Inizialmente disse che gli dava noia sentire il fumo di sigarette nel corridoio. Non voleva che fumassi nella mia stanza. Poi cominciò a lasciar fare. Mi diede il permesso. Io comunque aprivo sempre la mia finestra, la spalancavo per far cambiare completamente l’aria dopo aver fumato. Mi chiedevo in che fossimo uguali e mi rispondevo in niente o quasi. L’unica cosa che ci accomunava era l’umano per così dire astorico perché per il resto appartenevamo a due mondi, due realtà,  due generazioni, due epoche totalmente diverse. E però il dubbio restava. Cosa ne sapevo io della sua solitudine di prete anziano? Cosa ne poteva sapere lui della mia insoddisfazione, della mia lontananza da casa, delle mie delusioni sentimentali? Chi ero io per giudicare la sua vita? Chi era lui per giudicare la mia vita? Ma a onor del vero nessuno giudicava nessuno e ci limitavano al quieto vivere, ai rapporti di pura cordialità. Eppure forse qualcosa del mio animo più  profondo giungeva al suo animo più profondo e viceversa.  Lui mi aveva addirittura simpatico perché io ero uno appassionato di poesia e filosofia. In realtà ero un lettore attento. Soltanto. Niente più. Mi aveva dato il permesso di prendere tutti i libri in prestito che volevo dalla biblioteca attigua della scuola. Leggevo così manuali di letteratura, libri di poesia, di filosofia cattolica, di morale sessuale cattolica, qualche cosa di mistica cristiana, scansando come la peste le agiografie dei santi.  Poi aveva iniziato a fidarsi e quando qualche studioso veniva per visitare degli affreschi storici della villa voleva che lo portassi io. Continuavo a vivere la mia vita. Sentivo i suoi rumori, i suoi colpi di tosse filtrare dalla parete, giungere fino a me. Che cosa voleva dire tutto ciò? Aveva un senso? Di che cosa era simbolo o quantomeno testimonianza? Seppi anche che era stato fatto commendatore perché in tempi di guerra si era sacrificato. Aveva chiesto a dei tedeschi di essere giustiziato al posto di alcuni partigiani. I tedeschi non avevano accolto la richiesta, ma si erano fatti impietosire e avevano liberato tutti. Don Aurelio con la sua proposta eroica aveva salvato delle vite. Eppure questo non lo rammentava mai. Non lo ricordava a nessuno. Quante cose avrebbe potuto raccontarmi e non ne aveva più la forza o la voglia? Il passaggio del testimone non avveniva. Eppure forse un poco della sua esperienza, della sua cultura, della sua vita riusciva a trasmettermela,  anche con la sua stessa semplice presenza. Certo lui era un uomo di chiesa e io mi ero allontanato dalla chiesa. Ma questo non me lo rinfacciava mai. Non entrò mai nei convincimenti più intimi. A volte mi chiedevo come aveva fatto a resistere una vita senza una donna in perfetta solitudine.  Anche quello in fondo era un atto eroico, seppur di minor peso etico rispetto alle vite dei partigiani salvate. Ogni tanto qualcuno, qualche suo ex allievo chiedeva di lui per salutarlo, per fargli una visita. Dopo che me ne andai dal collegio chiedevo a un mio amico del posto notizie dei salesiani, soprattutto quelli più vecchi. Chiedevo naturalmente anche notizie di Don Aurelio e seppi che era morto di vecchiaia senza soffrire. Sempre qualche anno fa feci una ricerca del web, digitando le sue generalità,  facendo surfing su di lui.  Vidi che una sua ex allieva aveva fatto un sito web e aveva messo in rete tutte le poesie che Don Aurelio aveva scritto. Mi piacevano le sue poesie. Passai delle ore a leggerle. Qualcosa era rimasto per chi l’aveva conosciuto, ma anche per chi ne aveva sentito solo parlare e voleva conoscerlo meglio. Ecco buona parte della sua testimonianza. Quando era in vita non aveva mai voluto far partecipe nessuno dei suoi versi. Non si era mai atteggiato a poeta. Non aveva mai cercato gloria. Non aveva mai pubblicato niente. Pochi sapevano della sua passione. Forse solo poche persone care e fidate. Per tutta la vita aveva lasciato nel cassetto della scrivania i suoi versi con una discrezione che noi più giovani ormai non conoscevamo più.  Questo doveva essere da monito per i poeti e le poetesse in erba, che vogliono pubblicare le loro liriche acerbe subito e a tutti i costi. Don Aurelio probabilmente ebbe dei ripensamenti per tutta la vita e poi pensò “non expedit”. Pochi giorni fa ho fatto delle ricerche su di lui e non c’è più traccia nel web delle sue poesie. Sono scomparse. È come se un pezzo della sua vita e della sua storia non esistesse più o quantomeno non venisse più messo a disposizione degli altri, fedeli o no. Quell’anziano salesiano era comunque più simile a me di quanto immaginassi. C’era qualcosa di profondo che ci accomunava: l’amore per la poesia. E poco importava se i nostri versi sarebbero caduti nel dimenticatoio. In fondo come scriveva Mario Tobino molti amano la poesia, ma sono pochi coloro che vengono contraccambiati. Ma Don Aurelio era stato sopratutto poeta della vita e poeta in vita. Questo era ciò che contava.