MARGHERITA BONFRATE

CAPITOLO 3

La sera della cena ci disponemmo tutti attorno a un tavolo rettangolare; ogni lato fu occupato da quattro persone e a capotavola l’uno di fronte all’altro, papà e lo zio. Fu una serata bellissima, blindata, da non scordare più; e il ricordo dell’incontro attorno alla tavola imbandita è fissato nella mia memoria, dove tutto è fotografato e vivrà per l’eternità!

   Si parlò tanto della fine della guerra e della difficile ripresa, dei colori del futuro: grigio, rosa e azzurro. Joon dialogò la maggior parte del tempo con la mia famiglia, ma nello stesso momento non voleva perdersi nulla e con gli occhi cercava più volte di catturare il mio sguardo.

   Pian piano, il ritmo del mio cuore crebbe e le voci dei presenti si allontanarono. Ero emozionata per quello che sentivo: stavo vivendo un momento così bello che però non lasciava pace al pensiero fagocitato dal romanticismo e dal tormento per una situazione nuova: inaspettata oppure no? Forse, quell’amore lo cercavo da qualche tempo, e nei miei giorni migliori arrivò Joon!

   Un cenone che mise d’accordo un po’ tutti. Anche Iole sembrò rapita da Antony e fece di tutto per accattivarsi la sua attenzione; mentre papà e lo zio non smisero mai di parlare della guerra.

   Rosina invece, tutta vergognosa, aiutò Lina a sistemare le varie portate. Alla fine della cena, con un pretesto banale, ci ritrovammo sull’uscio che portava nell’orto. Joon si avvicinò, trovò la mia mano che al contatto strinse la sua.

   Galeotta fu quella stretta, assai intima da portarci l’uno all’altra in un abbraccio affettuoso, con tanto ardore. In quel momento sentimmo avvicinarsi dei passi… Era mamma che facendo rumore veniva da noi. Schiamazzando si rivolse a lui: «Tutto bene Tenente?»

   Allo stesso tempo, zia Tina spuntò dietro mamma con una espressione di rimprovero, muovendo la testa per invitarmi a rientrare.

  Joon rispose tranquillo: «Signora, Ermi mi ha chiesto il nome delle stelle, dateci il tempo necessario e rientreremo subito».

   «Okay Joon, va benissimo!» rispose mia madre allontanandosi.  Rimasti nuovamente soli, chiesi al tenente: «Cosa sai delle stelle? Conosci davvero i loro nomi?»

   «Sai Ermi, vorrei dirti tante cose… Sento ancora le parole di mio padre che m’invita a osservare in silenzio e ad ascoltare il buio stellato sussurrare a noi mortali lenti a capire il linguaggio spaziale.»

   Eravamo entrambi con il naso all’insù, e lui continuava a indicarmi: «Vedi? L’Orsa Maggiore… lì in quel punto, sopra, davanti a noi; e poco più in là c’è l’Orsa Minore con la stella più importante alla fine della coda: quella polare. La stella che segna il Nord si riesce a vedere se ti sposti più a sinistra».

   «Sì, la vedo! Anche perché è l’unica che rimane sempre fissa nel cielo», risposi, indicandogli il punto. «Vedi anche che fra i due carri ci sono delle forme strane?»

   «What are

   «Mah!», replicai con voce attraente, «ruotano delle storie attorno alle loro figure, sai di cosa si tratta?»

   «No! Che cosa vuoi dire?», mi domandò.

   «Si sussurra una leggenda che narra una storia bellissima: Callisto, una ninfa al seguito di Artemide-Diana (dea della caccia), un giorno riposava in un bosco; Zeus la vide, e senza perdere tempo la sedusse: aveva cambiato le sue sembianze con quella della dea Artemide-Diana. Callisto, vittima dell’inganno, rimase incinta per poi essere scacciata dalla dea.

   Il bambino nacque e gli fu messo il nome di Arcade. In seguito, Hera-Giunone, che fino a quel momento aveva rinviato la vendetta nei confronti della rivale, infuriata la trasformò in un’orsa.  Quindici anni dopo, Callisto riconobbe il figlio Arcade che con alcuni compagni di caccia si era addentrato nella foresta e quando cercò di avvicinarlo il figlio stava per colpirla con una freccia nel petto, ma Giove-Zeus, per evitare la tragedia corse al riparo, li fece salire nel cielo trasformandoli in costellazioni: Orsa Maggiore e Orsa Minore. Naturalmente, Giunone ebbe l’ultima parola penalizzandole a ruotare in eterno intorno alla Stella Polare.»

   «Mi lasci senza parole! È incredibile come la fantasia della donna riesca a colpire l’universo maschile. Ho pensato che tu non sapessi granché su questi discorsi, forse perché le mie conoscenze sono limitate a pochi nomi di stelle.»

   Lo guardai con tenerezza: «Non fa niente, adesso rientriamo in casa e raggiungiamo gli altri, ci aspettano per il caffè».

   Joon mi fermò, e bloccandomi con le sue braccia aperte, disse: «This starry sky will never be beautiful and bright as you. Ehi bella! Possiamo incontrarci? Passerò domani per la risposta».

   «Tu non passare», dissi contenta. «Per il ritiro delle camicie, fai venire Antony. Dirò a lui quando e dove…»

   «Okay! Queste tue parole mi fanno capire che ti piaccio!»

   «Può darsi giovanotto… È ancora tutto da vedere se mi piaci davvero o no!» replicai.

   Rientrando, a passo svelto, raggiunsi il resto della famiglia; sul loro volto si leggeva un’espressione dubbiosa, investigativa: cercavano di carpire la verità dalla mia risata.

   La serata trascorse tranquilla, poiché ognuno di noi aveva trovato pace negli occhi dell’altro.

   Quella notte, il pensiero di Joon non mi lasciò, ero combattuta se vederlo oppure aspettare che la notte portasse consiglio per decidere come comportarmi. Confesso di aver percepito la sua difficoltà a trattenersi quando mi era stato vicino, così allo stesso modo, dopo essergli stata vicino, io stessa non avevo avuto voglia di lasciarlo così presto.    

   Quella notte, nel letto condiviso con mia sorella Lina, mi girai e scalciai in continuazione. La poverina, nonostante il fastidio, non tardò ad addormentarsi. Nel silenzio udivo respiri affannosi che mi confermavano che tutti dormivano. Ogni vano ospitava il proprio nucleo familiare e le porte erano aperte. Quella notte compresi che non dovevo ragionare più. Ero spaventata per quello strano sentimento, tuttavia il pensiero di Joon non mi abbandonò e diventò una presenza costante. Quell’emozione, intrisa di fantasia, danzò in una stanza irreale della mia mente dove vedevo il suo viso vibrare come su un pentagramma e udivo una musica sconosciuta, mentre lacrime silenziose e preziose nel calar della notte brillavano come novella rugiada.

   All’alba, il sonno mi catturò, per lasciarmi a giorno inoltrato. I rumori e il vocio dei parenti, che discutevano a voce alta di qualcosa, mi riportarono alla realtà. Dalla finestra si infilarono i raggi del sole che con il suo calore mi mise di buon umore verso il prossimo. Iole entrò nella camera e si tuffò sul letto canticchiando “O surdato ‘nnammurato”, poi si fermò, dicendomi: «Cosa si fa? Oggi vediamo qualcuno?»

   Decisa la guardai in faccia: «Datti una calmata! Sei così su di giri che stai girando su te stessa». E aggiunsi che quella sera al ritiro della biancheria sarebbe andato Antony. «Ti vedrai con lui senza fare casino; non siamo più bambine, siamo cresciute e ci dobbiamo controllare.»

   «Hai detto bene! Guarda da che pulpito viene questa predica… Ieri non riuscivi a essere indifferente, simulavi di stare bene. Non è così?» rispose Iole con sarcasmo.

   Sorrisi: «Dai… vieni qua, non te la prendere. In fondo, è ora che ti mariti, cara cugina, hai l’età per farlo, e l’occasione può essere quella giusta, no?»

   Per guadagnare tempo su cosa fare, in tono scherzoso, prolungai le mie battute. Guardai Iole e mi accorsi di una nuova luce che traspariva dal suo viso carino e molto femminile.

   Iole m’interruppe: «Non correre… questi oggi sono qui e domani torneranno alle loro case. Certo, Antony non mi dispiace, e forse piaccio anch’io a lui, ma ci andrò piano, non voglio farmi male».

   «Perché? Non è detto! Si può essere innamorate senza graffiature; cosa ci importa se questi partono! Ora sono qui pieni di vita e ci onorano della loro attenzione; perché non tenerne conto?», aggiunsi.

   «Ho paura», rispose mia cugina. «Sempre uomo è! Ci possono essere guai… Hai capito di cosa parlo?»

   «Tu non essere così scema, non ti lasciare andare, cerca di capire se lui ti vuole bene davvero. Ti dico questo perché sono convinta che dove c’è il bene non può esserci il male, e l’amore se è vero ritorna», replicai.

   «Ieri sera, Antony mi ha bisbigliato l’orario per il ritiro della biancheria, e poi mi ha chiesto di potermi vedere da sola. Io ho paura!»

   «Di nuovo con questa paura!», esclamai. «Come si fa a rimanere soli in loro compagnia? Qui in casa non è possibile! Dobbiamo escogitare qualcosa che ci permetta di uscire, senza dare nell’occhio. Questi (papà, mamma, zia, tutti) stanno con il fucile spianato per ogni uscita. Domani è probabile che ci rivedremo; ieri sera ho detto a Joon che tramite Antony gli avrei fatto sapere dell’incontro; gli devo comunicare come e dove vederci.»

   «Deve essere per forza con la luce del sole, al buio non è permesso alle ragazze farsi vedere in giro, a maggior ragione con i soldati. Non è così?»

   «Sì. È vero! A pensarci bene mi ricordo che don Luigi della chiesa S.S. Medici a fine messa si è rivolto a noi fedeli per una richiesta di volontariato, di assistenza ai numerosi sfollati, rifugiati all’interno della chiesa stessa.» Continuai a osservare mia cugina con aria interrogativa e le domandai: «Beh, cosa ne pensi? Ci siamo!».

   «Che bella idea!» disse Iole. «Brava. Quando pensi di dirlo ai nostri?»

   «Penso a pranzo. Tutti a tavola devono sapere della nostra decisione. Tu inizierai il discorso e io ti seguirò. Siediti e occupa il posto di fronte al mio; in questo modo ci capiremo con lo sguardo. Mentre, i nostri piedi sotto il tavolo s’incontreranno per ogni conferma.»

   «Mia sorella Rosina… Verrà con noi? Come dobbiamo comportarci con lei?»

   «Sei pazza?!» scattai. «Non possiamo fidarci di Rosina, è meglio lasciarla fuori. Tanto lei, occupata nelle ore pomeridiane con i ragazzini della scuola di recupero, non ci penserà più di tanto. Noi faremo coincidere l’orario del volontariato con il suo impegno.»

   «Fuori anche Lina» dissi «che è occupata con la sua sartoria! Figurati se lei verrebbe! E chi la smuove dalla sua pigrizia e dalle solite cose di tutti i giorni! Poverina, mi fa un po’ pena! Comunque, questa sera dirai a Antony di riferire anche a Joon l’appuntamento per domani pomeriggio: devono farsi trovare alla fine della messa, all’uscita della chiesa, verso la stradina che porta alla campagna. L’ora del vespro sarà favorevole: le donne saranno tutte impegnate con il rosario, nel lasso di quel tempo ci sarà poca gente in giro. Ci vedremo lì… E mi raccomando, puntualità! Se per un motivo o per un altro gli americani non dovessero esserci, noi torneremo subito a casa. Spetta a loro fare i piantoni. E quando parli con Antony non farti sentire da nessuno, specialmente da mamma che ha orecchie dappertutto!»

   «Che bello! Che bello!» esultò mia cugina.

   Mamma entrò sorridente e si rivolse a Iole: «Bello chi? Che cosa?»

   Mamma e Iole si avvicinarono, così mia cugina con il braccio sinistro s’infilò in quello destro di mamma e, tutta contenta e affettuosa, le disse: «La vita è fatta per aiutare il prossimo!»

   Con aria sorpresa mamma le chiuse la bocca con l’indice: «E voi, a chi dareste il vostro aiuto? Attenzione a quello che fate!»

   Iole perse colpi, per un attimo si bloccò, poi, riprendendosi, mi chiese ad alta voce: «Chi aiuteremo noi?»

 «Nessuno! Noi non aiuteremo nessuno! Va bene?» risposi.

   Mi calmai per non insospettire mia madre, mi avvicinai baciandola sul collo; baciarla lì era il mio slancio di affetto preferito, perché le mie labbra ogni volta affondavano nella morbida pelle materna. Poi aggiunsi: «No! Non è così! Il fatto sarà detto più tardi. Approfitteremo del momento in cui ci saremo tutti per dirvi delle cose, naturalmente chiedendovi se per voi può andare bene oppure no. Noi ragazze di oggi (donne in guerra) siamo brave».

   Mamma ricambiò il bacio, bisbigliando sottovoce: «State escogitando qualcosa, lo sento. Spero di saperlo dopo con tranquillità, senza tanti misteri».

   Quel giorno, a pranzo, gli uomini di casa ragionavano ad alta voce sul problema dei profughi che tanto preoccupava il Paese.

   Zio Ciccio riferì a papà come le forze alleate per affrontare e risolvere quel problema, quello dei profughi, fin dall’inizio avevano requisito scuole, ville private, edifici pubblici che erano stati trasformati in luoghi di ricovero di massa o utilizzati come strutture militari dalle forze alleate. Non a caso nel palazzo, diversi generali e comandanti facevano il buono e il cattivo tempo.

   «Certo! Questi profughi abruzzesi scappati dal loro paese, arrivano da noi per toglierci quei pochi locali rimasti, che non bastano a far posto nemmeno a noi che siamo in un paese testimone di tanti viandanti, anche se in parte importanti!» rispose papà.

   «A cominciare da Mussolini, per tre giorni ospitato nella villa del generale Perrucci, vicino a Grottaglie», replicò zio Ciccio.

   Papà si mise a ridere: «Eh! Da noi a Taranto c’è stato Galeazzo di ritorno dall’Albania, e il nostro ospedale militare ospita tutt’oggi feriti e profughi provenienti per la maggior parte dalla Grecia».

   Gli uomini di casa erano impegnati a conversare tra di loro, mentre mamma e zia Tina erano più indaffarate a consumare il pasto che a essere attente al tema del giorno dei propri mariti.

   Invece Lina sembrava interessata ai ragionamenti, e di tanto in tanto guardava Rosina esclamando: «Ascolta! Questa è Storia, è la nostra Storia».

   Decisi di approfittare dell’argomento di discussione, mentre tra un cucchiaio e l’altro scalciavo sotto il tavolo fino ad arrivare a Iole, ansiosa che giungesse il momento giusto per il mio intervento. Così, con voce prepotente catturai l’attenzione dei presenti per informarli della decisione presa da noi ragazze.

   Espressi con determinazione che per approfondire e attivarci per una buona causa come Joon e Antony, io e Iole avevamo deciso insieme con altri fedeli, con a capo don Luigi, di offrire un aiuto ai rifugiati e ai profughi ospiti nel paese.

   Tutti risposero in coro: «Come?!»

   «Beh, occorre che nel nostro piccolo diamo il nostro aiuto a chi richiede assistenza umanitaria!» aggiunsi.

    «E quando?», domandò mia madre.

   Iole lesta mi anticipò: «Il pomeriggio al vespro, oppure di mattina, dipende da quello che dice don Luigi durante la liturgia».

   Zia Tina si rivolse a noi ragazze: «Farete tardi?»

   «State tranquille!», presi subito la parola. «Non siamo piccole, sappiamo badare a noi stesse!» Poi mi rivolsi a Lina e a Rosina: «Che fate? Vi unite a noi?»

   Entrambe scossero la testa per dire di no.

   «Non mi va di uscire e vedere feriti, preferisco rimanere qui con il mio ricamo e perché no con i miei pensieri», rispose pronta Lina.

   Anche Rosina si mise a parlare con foga inceppandosi: «Io… io non sono cap… capace di fare nulla del genere, no».

   «Se non te la senti, non preoccuparti, stai con noi, fai compagnia a Lina, così sarai utile nelle consegne», la rassicurarono zia Tina e mamma.

   «Quando inizierete?», intervenne papà.

   Iole mi fissò come per domandarmi cosa dovessimo dire.

   «Domani ci sarà il primo incontro, sarà un giorno tutto da vivere per aiutare gli altri», mi affrettai a proferire.

   «Non vi farete mica monache?!», disse zia Tina in tono ironico.

   «Mamma, tutto può succedere… o mi faccio monaca o mi sposo!» rispose Iole al mio posto.

   Zia Tina commentò qualcosa sotto voce rivolgendosi a mamma: «Tu cosa dici di questa novità di uscire di casa?»

   «Che cosa devo dire?», rispose mamma. «L’importante è che si ritorni a casa!»

   «E come tornano a casa?!»

   «Dai, non agitarti! Dopotutto la guerra è finita, si ricomincia tutto da capo, e noi siamo pronte a continuare la nostra vita», la rassicurò mia madre.

   La sera puntualmente si presentò Antony per il ritiro delle camicie. Il suono del campanello fece precipitare Iole dal retro bottega al negozio, gridando: «Ci sono! Consegno la biancheria».

Arrivata di fronte ad Antony, lo fissò parlando sotto voce in tono amichevole: «Domani alle diciotto, a fine funzione, fatevi trovare all’uscita, e riferisci a Joon che Ermi non sopporta il ritardo; cercate di essere puntuali, altrimenti non vedendovi, ci convinceremo a mettere una croce sopra».

   Il baccano accompagnato da schiamazzi che provenivano dall’orto, inerenti alle faccende domestiche, aiutò la coppia a parlarsi confidenzialmente.

   «Ringrazia gli altri a nome mio, saluti alle mamme», disse Antony prima di uscire.

   La porta si chiuse alle spalle del ragazzo.

   Subito volli assicurarmi della avvenuta ricezione dell’ambasciata e della relativa conferma.

   «Tranquilla. È fatta!», intervenne subito Iole. «Sono bravi e quindi saranno puntuali. Mi batte forte il cuore, non vorrei sbagliare. Sai, non sono sicura di poterlo tenere a distanza; che ti pare?»

   «Senti, questa è una storia passeggera destinata a finire», replicai. «Loro andranno via; okay?! Che andassero pure; a noi cosa importa? Allegra! Siamo giovani e belle, usciamo, facciamo baldoria senza esagerare.» Presi la testa di Iole per incontrare i suoi occhi: «Tu sei capace di comportarti bene e controllarti nei tuoi slanci senza andare oltre. Dopotutto la prima volta quando arriva, arriva perché lo vogliamo! Ti pare cugina?»

   «Dici bene tu che ragioni con la testa o che puoi ancora farlo. Va bene! Cercherò di ricordarmi il tuo ragionamento, sempre che si regga in piedi!» rispose mia cugina.

   «Dai! Domani ci penseremo. Andiamo ad aiutare gli altri nella raccolta degli ortaggi. Dopotutto, la nostra è una vita noiosa, non ti sembra?», aggiunsi.

   «Già! Che vita è? Bisogna cancellare la noia, cambiare di tanto in tanto per non cadere nell’abitudine.»