Posted on 

Agostino Pietrasanta

Prima di ricevere la terna, trasmessa dalla CEI per al nomina del nuovo presidente, Francesco aveva chiesto “un bel cambiamento”; la pronta risposta e la conseguente nomina di Matteo Zuppi mi pare un segnale significativo della soddisfazione del papa. Come dire che le prospettive di un cambiamento e di svolta sarebbero state accolte: un nuovo e diverso presidente nel segno della discontinuità, tanto da ridursi alle prassi di normale formalismo i diversi richiami al rispetto delle tradizioni sia di metodo sia di contenute poste in essere dai predecessori del neo presidente e dunque di un età contrassegnata dall’indubbia personalità di Camillo Ruini, per molti aspetti declinazione italiana del secondo periodo del pontificato Wojtyla. Concordo ovviamente e di conseguenza con chi ritiene che la nomina si ponga decisamente nel segno della discontinuità, fatti salvi gli scontati e doverosi ringraziamenti per le precedenti esperienze connotate di due caratteri di approccio dottrinale e pastorale: l’insistenza sui principi o valori non negoziabili e la scelta di una presenza attivistica richiesta alle istituzioni civili con presa diretta senza mediazioni culturali e politiche venute meno col crollo dei partiti politici, soprattutto, ma non solo, di ispirazione cristiana.

In parole povere, la scelta di un ritentato criterio di regime di cristianità: assicurare il valore cristiano in forza della legge e delle istituzioni. Tutto questo ritenuto possibile da Ruini (presidente CEI dal n1991 al 2007) e accettato come eredità indiscussa da Bagnasco (dal 2007 al 2017) ha marcato un evidente quanto inevitabile fallimento. La presidenza Bassetti è riuscita a decantare lo spirito “pugnace” della presenza invadente e ingombrante di Ruini e la passiva continuità di Bagnasco, ma non ancora a cambiare passo su due direttrici costitutive della presenza Cei nella società scristianizzata del Paese.

La prima direttrice attiene la sostanza dal momento che si è presentata una Chiesa in difesa (qui c’è anche del metodo su cui riprenderò brevemente tra poco) di alcuni valori parziali, soprattutto in merito alla morale sessuale o a essa riferiti e al rispetto della vita anche indipendentemente dalla sua dignitosa espressione e concreta esperienza. Valori sacrosanti, ma per l’appunto parziali almeno per due motivi: intanto perché ne dimentica ben altri che potremmo trovare, per farla breve nel capitolo 25 di Matteo; inoltre perché valutati con un metro ideologico di parte, come se quelli richiamati dal succitato passaggio di Matteo ( da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere gli stranieri e via di seguito) fossero da considerarsi in ambito sociale o semplicemente filantropico e non una conseguenza della comune fraternità (“Fratelli Tutti”) in realizzazione dell’universale paternità di Dio. Certamente il tutto in perfetta buona fede, ma con risultati fuorvianti per le convinzioni che ne sono conseguite in gran parte del popolo cristiano.

La seconda direttrice attiene il metodo. Da tempo, almeno dal Concilio e subito dopo si è fatta strada una convinzione che purtroppo, nel periodo del pontificato Wojtyla e soprattutto nella declinazione italiana del periodo Ruini è sembrata impraticabile da alcuni movimenti connotati di attivismo e presenzialismo a prescindere. Si tratta della convinzione di un necessario discernimento nelle realtà del mondo così come le conosciamo. Certo non per accettarle passivamente, ma per accompagnarle nella ricerca di un percorso in cui le orme di bene non possono mancare. Oggi più che mai non si impone nulla e soprattutto non si discrimina nessuno a meno non si vogliano raccogliere macerie. Purtroppo la tentazione di accompagnarsi ai “buoni” rispunta nelle nostre Chiese con troppe esperienze; anche quando si vogliono raccogliere esperienze per intervenire, magari anche solo sul versante organizzativo, ci si limita all’orticello di casa. E tutti gli altri? Il 90% che non frequenta mai il Tempio?

Speriamo che un presidente CEI che ha sempre camminato con tutti e, in particolare con gli ultimi, convinca parecchi anche nelle nostre Chiese locali. Il modo migliore per riconoscere che sarà un buon presidente potrebbe essere seguine l’esempio: farsi costruttori di ponti e non di muri, magari proprio, ma non solo, tra gli stessi sacerdoti.