Cucina estrema – Un garbuglio  di stagione servito in “pinzim-odio”

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Dario Fornaro

Qualcuno  – più d’uno in effetti – tra la vasta schiera di commentatori da scrivania, cioè vocati  ai collegamenti e alle interpretazione dei fatti e delle premesse (mentre gli inviati  inseguono  per professione gli avvenimenti, la cronaca, ora  per ora sul terreno) l’aveva intravisto e suggerito per tempo. Vediamo; cominciando a chiedere venia per un titolo vagamente surreale laddove nel seguito  non c’è alcunché di surreale, anzi.

Cento giorni e passa della guerra guerreggiata, tripartibili come segue.

Il primo terzo, si fa per dire, dedicato a capire un po’ più a fondo gli obiettivi del blitz, così sembrava, e immaginare  i termini, ovviamente diseguali in costi e benefici, di un possibile, ineluttabile – date le forze in campo – cessate il fuoco. Un primo inciampo interpretativo riguardava proprio, settimana dopo settimana, l’evanescenza, da ambo le parti, di ogni possibile tregua.

Gli “oggetti del desiderio” di Mosca riguardavano comunque, la riappropriazione in grande stile, definitiva  de territori confinanti ad Est/sud est con la Russia , il Donbass e dintorni, cosiddetti “russofoni”, qualunque cosa questo termine dovesse giustificare, e comunque già con un piede di qua e uno di là rispetto ai confini statuali accreditati. Insomma una “operazione speciale” già vista con  la Crimea (2014 )  in modalità passeggiata rispetto alla nuova spallata in atto. Imprecisata, sempre all’inizio, la capacità  dell’Ucraina (governo, esercito, popolazione e sodali esterni) di opporsi alla ultimativa pretesa militare del nuovo Zar.

Il secondo “terzo” – in presenza ormai endemica di orrori e distruzioni d’ogni genere – riguardava che cosa non funzionasse , almeno apparentemente in tempi e modi, nelle rispettive strategie (aggressore, resistente – con Paesi solidali in ordine sparso) e negli squallidi tentativi di negoziato tra le parti.

Il tutto in presenza di una ferrea intransigenza putiniana che lasciava dubitare del solo appetito territoriale, risarcitorio della vecchia decomposizione sovietica o difensivo dal cd. accerchiamento Nato.

Nei presupposti di tale intransigenza cominciavano a comparire robusti argomenti di tipo  storico-politico a scala continentale e secolare: c’è  ben altro – messaggio sotteso – che il povero Donbass e dintorni, tritati a ferro e a fuoco. Per non dire del presumibilmente inatteso vigore della resistenza ucraina, ufficiale e ufficiosa, comprensiva di un contrattacco navale di grande scalpore.

Il terzo tempo, che sconfina nei nostri giorni, può essere intitolato, pur mantenendo connotati dei due precedenti, al parossismo e personalismo motivazionali dell’aggressione russa (possiamo ancora nella confusione attuale chiamarla così?) all’Ucraina.

Concorrono a questa diciamo così evoluzione, l’impressione che le operazioni belliche si siano in qualche modo “impantanate”in un tira-molla sempre ferocemente distruttivo a carico dei distretti sud-orientali ma ancora inconcludente ai fini di una tregua negoziale, anche se da ultimo la fibra ucraina comincerebbe a sfiancarsi rispetto alla cieca insistenza degli invasori.

 L’opinione pubblica internazionale , a sua volta, comincia ad assuefarsi alle notizie e alle tremende immagini provenienti quotidianamente dal terreno di scontro e questo preoccupa gli occhiuti attori della guerra mediatica che affianca, come abbiamo re-imparato, la guerra sul campo.

La questione delle sanzioni alla Russia contribuisce poi, indipendentemente dai costi e dall’efficacia sui due fronti delle medesime, a distrarre l’attenzione dal piano politico-militare a quello economico-finanziario. Occorre, secondo  Putin, ri-drammatizzare lo scontro con l’Occidente per tenerlo attonito e possibilmente incerto sul da farsi.

Viene bene  il problema del grano ucraino imbottigliato rispetto alle attese di mezzo mondo e così pure la “lagna” largamente irrisolta (o alla rovescia) sui corridoi umanitari.

Ma il vero colpo di teatro di Zar Putin e dei suoi accoliti consiste nel ricordare in tono sostenuto all’Europa, agli USA e ad altri eventuali interessati che in Ucraina si gioca una partita  di media tacca mentre la missione storica che la Russia si è data , e non da oggi, è quella di restaurare poteri e riconosciuto prestigio della Grande Madre Russia, ovviamente pre-Rivoluzione d’ottobre: chi vuol capire, capisca in fretta, cominciando a ripassarsi l’epopea di Pietro il Grande e la funzione della Chiesa ortodossa.

Corollario attualizzante: in questo ampliamento di confini conflittuali, la lotta permanente, senza possibile quartiere, si svolge, come da insistente messaggio del Cremlino, tra un Paese sano nei principi,  fin nelle più intime fibre, e coeso nell’azione, la Russia, e un Occidente Euroamericano depravato nei riferimenti vitali e sbrindellato in tutto tranne che nella religione del profitto.

Un Occidente non solo da contenere e contrastare in tutti i modi, ma da (sic!) odiare , in sentimento e fatti, come da esplicito, incredibile invito dei vertici putiniani. Un odio peraltro salvifico  che assolve da ogni nequizia di percorso, a cominciare dal confronto armato, in atto, e dalle ventilate minacce atomiche di contorno.

Hai voglia di trasferire questo linguaggio  dal piano programmatico di un grande paese a quello delle turbe psichiche ravvisabili nei suoi vertici di potere: un brivido corre lo stesso.