Racconti: Un giro a Benna, di Dante Paolo Ferraris

Benna

 La ghiotta occasione per fare un giro a Benna me la offre Stefano che ha organizzato la festa per il suo compleanno in un vicino paese del biellese. Raggiungo così comodamente l’altipiano della Baraggia su cui Benna si adagia percorsa dal rio Ottina e dalla roggia Marchesa, un tempo sicuro letto del torrente Cervo.

Centro molto antico, possesso dei Vescovi di Vercelli è infeudato da questi agli Avogadro di cui si originò il ramo appunto detto di Benna, estinto nel XVII secolo. Il nome del borgo pare derivi dal celtico “benna”, ossia cesta o capanna, ancora oggi nel dialetto piemontese, in alcune zone montane, mantiene lo stesso significato. Nei primi documenti del 999 il borgo è chiamato Bayna, in questo diploma di Ottone III, imperatore del Sacro Romano Impero, infeuda il luogo a Leone, Vescovo di Vercelli; diventa Benae in latino con Federico Barbarossa, la definizione viene usata alternativamente per decenni. Nel 1583 compare come Bena per diventare Benna nel 1774.

Fu una zona contesa tra molti casati, Facino Cane, nel 1402 ne distrugge il castello e il territorio nel 1404 passa in possesso di Amedeo VIII di Savoia. Il castello fu riedificato nel 1479 dalla Ferrero Fieschi che ne divennero i feudatari; ma anche di questo castello rimane poco da vedere se non un eloquente porticato a doppio ordine di archi, benché snaturato da diverse modifiche succedutesi nei secoli. Altri fabbricati del castello sono entrati a far parte di case coloniche che ne hanno pressoché modificato l’impianto originale benché presenti belle finestre incorniciate in cotto e murature romaniche con ciottoli posti a spina di pesce.

Parcheggiata l’auto nella piazzetta antistante alle Poste mi aggiro tra le antiche strade ormai asfaltate e le vecchie case, dove antiche formelle, resti di una meridiana e affreschi con immagini sacre ancora abbelliscono il borgo.

La facciata della chiesa parrocchiale sembra volersi imporre sull’intero paese. La parrocchiale del XVI – XVII secolo, ha sicuramente origini anteriori all’anno mille ed era dipendenza della Pieve di Gifflenga, tutelata sotto il congiunto patronato della Comunità e dei principi di Masserano. La nuova parrocchiale voluta da Sebastiano Ferrero vide i lavori protrarsi per quasi un secolo. La struttura architettonica è molto simile a quella biellese di San Sebastiano e fu terminata nel 1684. Una storia tragica scritta negli annali, accadde nel 1685, quando fu assassinato il parroco Michele Barbero, voluto dalla Comunità e osteggiato dal principe. Da quell’anno si accordarono di alternare il diritto di nomina. Numerose furono le aggiunte successive come l’abside poligonale che fu demolito per essere sostituito con uno barocco.

La chiesa è a tre navate, ma la cosa che apprezzo di più sono gli affreschi, databili XV – XVI secolo. Nella cappella della Madonna, con il soffitto a botte affrescato a finti cassettoni, la Madonna delle grazie, accoglie sotto il suo manto, sorretto da quattro angeli, uomini e donne in costumi dell’epoca. Nelle pareti laterali sono affrescati San Giovanni Battista, Santa Maria Maddalena, San Pietro, e in alto in abiti da guerriero, forse San Teodosio; sulla lunetta superiore alla madonna vi è dipinto Cristo morto e risorto.

In un’altra cappella dove vi è un fregio datato 1535, vi è raffigurata al centro la Santissima Trinità che nell’iconografia dell’epoca era rappresentata da Cristo ripetuto tre volte, seduto alla mensa dell’ultima cena e con una mano desta un calice, in atto benedicente, mentre la mano sinistra è appoggiata sulla bibbia.

Nella lunetta superiore una Madonna con bambino, mentre ai lati vi sono affrescati San Pietro, Sant’Antonio Abate, Santa Lucia, Santa Apollonia. Ma non sono gli unici affreschi presenti in chiesa, vi sono dipinti anche l’Annunciazione, San Nicola da Talenti o, San Rocco, San Fabiano, San Sebastiano, questi ultimi invocati dopo le epidemie.

Percorso un breve tratto di strada vi è l’Oratorio della Madonna delle Grazie. In origine, all’inizio del XVII secolo, doveva essere a pianta quadrata, successivamente ampliata assumendo forme barocche. L’oratorio voluto dalla comunità contiene anch’esso notevoli affreschi, attribuiti a Gaspare de Forneiro di Ponderano. Purtroppo gli affreschi dietro l’altare maggiore sono stati distrutti per collocare una nicchia con la statua della Madonna. Dai resti di affreschi rinvenuti con i restauri si suppone che vi fosse dipinta la nascita di Gesù. Mentre altri affreschi rappresentano San Nicola da Talentino, San Gottardo, Sant’Onofrio che come mi ha detto il mio amico Gianluca di “Viaggia e scopri”, è abbastanza raro nell’iconografia locale. Infatti il Santo è ricoperto da lunghi peli e indossa un perizoma fatto di foglie. Questa raffigurazione è presente anche al Santuario di Oropa è forse l’origine anche della leggenda dell’uomo selvatico, “l’om salve”, nelle montagne biellesi. Ma sono presenti anche le Sante Apollonia, Agata e Lucia, San Giobbe e la Madonna in Trono, di altri Santi francescani e domenicani vi sono solo tracce.

Vicino alla chiesa parrocchiale vi è una lapide proprio sull’edificio che ospita le Poste, già Palazzo Comunale, che ricorda i caduti della Prima Guerra Mondiale. Nella piazzetta restante la parrocchiale vi è una bella fontana bronzea di Mariella Perino, che ha voluto ricordare i caduti delle due guerre attraverso gli affetti lasciati a casa, una madre con un bambino, posta proprio presso il ponte sul “Roggione”.

Subito dopo vi è il Palazzo Municipale, con lo stemma della Comune dipinto sulla facciata. Già sul vecchio Palazzo Municipale del XVII secolo è presente affrescato il vecchio stemma risalente al 1701 con presente anche le Armi del Ducato di Savoia e due Leoni rampanti. Quello sul più moderno edificio comunale è tecnicamente chiamato “arma parlante”, infatti è uno scudo ove in campo blu vi è una capanna sormontata da una colomba e da tre stelle a sei raggi. Lo stemma fu concesso nel 1689 ma con le stelle male ordinate.

Lascio la piazza in auto e mi reco a vedere un altro importante edificio religioso, la chiesa di San Giovanni Evangelista. Dell’antico edificio, quello menzionato da Papa Urbano II nel 1095 come priorato benedettino di San Giovanni dipendente direttamente dall’Abbazia di Cluny, rimangono poche tracce nell’attuale muratura laterali della chiesa di San Giovanni. La chiesa fu rifatta all’inizio del XVIII secolo in un elegante barocco, mentre il campanile è del XIX secolo. L’antico priorato, molto florido per diversi secoli, agli inizi del XVI secolo risultava quasi completamente abbandonato.

Di Benna voglio ricordare un suo importante cittadino che fu Antonio Maurizio Zumaglini, natovi nel 1804, laureato in medicina fu un importante botanico, soprattutto per la flora pedemontana, tanto da aver scritto in latino un opera monumentale proprio sulla flora pedemontana. Costui fu sindaco di Viverone, dove nel 1835 ne aveva acquistato il castello dai conti Amedeo e Augusto Vialardi, facendone la propria residenza. Fu nominato Senatore del Regno di Sardegna.

Un altro importante personaggio degno di nota è il chirurgo militare Angelo Felice Crosa Galant che partecipò alla Prima Guerra d’Indipendenza e che ricevette diverse menzioni e ringraziamenti, compreso quello del Maresciallo Rodetsky.

Prima di lasciare Benna ricordo anche l’Oratorio di San Rocco, posto vicino al cimitero, un semplice edificio a pianta rettangolare, sulla pietra d’ingresso è incisa la data 1895, luogo di antiche e moderne rogatorie.

Ora la mia auto corre verso la festa dedicata al mio amico Stefano.