Sono a letto in pigiama. Sono le 7 di sera. Mi rigiro. Non trovo posa. Poi uno squillo, un trillo. Prendo il telefonino dal comodino. È Lele. Mi dice che è in bicicletta e sta arrivando a casa mia. Sta passando il ponte della ferrovia. Attacco il telefono. Mi vesto. Mi pettino. Mi sciacquo il viso. Sono quasi pronto. La maglia è un poco grinzosa.  Mi do una sistemata alla meglio peggio. Ora sono davvero pronto. Guardo allo specchio se ho della forfora sulla maglia. Assolutamente no. Scendo le scale di corsa. Mia madre mi dice di prendere il telefonino, ma io le rispondo che sto qui vicino insieme a Lele. Esco fuori. Chiudo il cancello. Mi guardo attorno. C’è una brezza leggera. Attraverso la strada. Attendo cinque minuti nel parcheggio. Quindi arriva Lele. Mi dice che ha sofferto molto il caldo, che di giorno sta sempre con i finestrini aperti,  che la notte fatica a dormire. Rispondo che siamo solo agli inizi e che il caldo vero deve ancora venire. Mi dà dei volantini del nightclub.  Me li metto in tasca. Mi incita. Bisogna andarci. Io gli dico che lo so come va a finire, finisce come quando dovevamo andare a Lunata a vedere Valentina Nappi ed è finita che non è neanche iniziata. Ci spostiamo perché le zanzare lo pungono. È venuto con le scarpe ma senza calzini. Gli dico che mi è passata la crisi. Volevo andare con una donna a tutti i costi. Ma poi ci ho ripensato. Lui sostiene che la miglior cosa sarebbero delle avventure senza complicazioni sentimentali. Ma lui aggiunge che è difficile in questa Italia. Io sostengo che le italiane vogliono condire sempre il sesso con il sentimento. E poi aggiungo che ora sono emancipate ma anche molto più esigenti degli anni ’90, che erano i miei anni, gli anni della  mia gioventù,  delle mie scorribande notturne. Lele a questo punto afferma che io non mi propongo nemmeno, non esco nei locali, non vado in centro. Mi dice che le ragazze non vengono a cercarmi a casa. Io gli rispondo che ormai la nostra ultima spiaggia sarebbe andare a ballare il liscio, visto che non abbiamo più un’età decente, accettabile per la discoteca. La cosa migliore  – mi dice lui – è che dovrei pagarmi una donna, una cosa da un quarto d’ora, una botta e via. Io allora gli chiedo chi mi dà i soldi. Non ho una paga settimanale.  Ho solo i soldi per un caffè ogni giorno. Niente di più. I soldi li vedo col lumicino. Non ho la disponibilità economica per andare a prostitute, a parte che ho delle remore e sono vecchio per fare appunto delle puttanate.  Poi mi dice che a parole è facile, ma anche lui si è sempre tirato indietro. Una volta da ragazzo un suo amico industriale gli aveva offerto una escort, ma Lele all’ultimo aveva rinunciato. Un piccolo aneddoto, ormai di trenta anni fa. Succede che giochiamo con la memoria episodica, siamo equilibristi sul filo del ricordo. Ogni volta che ci troviamo spunta fuori qualche ricordo molto sbiadito, qualche vecchia storia che sembrava sepolta e dimenticata. Ma è un film in bianco e nero la memoria. Solo pochi riescono a ricordare a colori, neurologicamente e metaforicamente.  Entriamo nella Coop. C’è l’aria condizionata. Compra delle fette di popone.  Le paga. Mentre esco suona il meccanismo infernale. Mi suona tutte le volte e non so il motivo. Non ho neanche degli spiccioli nelle tasche. È il beep solito che mi infastidisce – affermo io – sorridendo. La cassiera mi lascia andare. Siamo dietro la Coop. Il sole sta tramontando.  C’è un viavai di auto che ritornano a casa con la spesa nel bagagliaio. Non so perché, ma per me c’è magia nei tramonti alla Sozzifanti. Guardo per un attimo il cielo incendiato, i raggi di sole lividi che sono come illimitati rigagnoli che si disperdono tra le case, i palazzi, le strade. È un giorno come un altro della mia vita, un giorno qualunque di un individuo qualunque in una città qualunque, vivendo una vita qualunque. Nonostante ciò alcuni istanti sono speciali nella vita di ognuno e vanno saputi gustare, godere. Basta poco per essere qualche istante in armonia con il creato e il Creatore. Accontentiamoci di questo per ora senza chiedere di più. A un certo punto Lele mi dice che dovremmo ubriacarci e andare a donne. Ma io gli ricordo i suoi sensi di colpa cattolici. Lo so che fa tanto per parlare. Continua su questa falsariga e sostiene che dovremmo andare a donne ubriachi per raccontarlo ai posteri. Gli rispondo io che i posteri saranno dormienti come scriveva Eraclito, se ci saranno. Sicuramente se ci saranno non si occuperanno di noi. Allora lui esclama ridendo a voce alta: “Panta Rei”. Quindi cita alcuni filosofi greci. Io rispondo che quei filosofi avevano una pagina o una mezza pagina nel manuale di filosofia del liceo.  Aggiungo che non deve fare come alcuni liceali che per darsi un tono da intellettuali parlano di Kant o Hegel come se fossero loro amici e invece hanno letto solo venti pagine dell’Antiseri, appena un riassunto. Ma in fondo che cazzo ce ne frega? Accade che ogni tanto si finisce in qualche discorso pseudointellettuale o che i discorsi prendano tornanti strani dagli esiti imprevedibili. Quando parli non sai mai dove ti portano le parole; è il bello e il brutto delle parole. Il sole è già tramontato. Ci congediamo. Ci ritelefoneremo e rimarremo aggiornati. Ritorno a casa. È già l’ora di cena.