Francesco Innella è nato a Matera nel 1952. Ha lavorato a Salerno nell’Archivio di Stato. Ha già pubblicato quattro raccolte: “Questi miei versi” (Tipografia Liantonio Matera) nel 1982, Diversi (Ripostes-Salerno) nel 1983, “Aenigmata” (Tipografia Santa Maria della Speranza- Battipaglia) nel 1991, “Quieti appannamenti” (Conto d’autore) nel 2001, oltre a numerose poesie sulle riviste “La chimera” e “ Nugae” . Nel 1992 fu inserito da Luca Canali nell’antologia: “ I poeti della ginestra” (Lalli editore).  Ha pubblicato un saggio filosofico dal titolo: “Carlo Michelstaedter: frammenti di una filosofia oscura” (Ripostes – Salerno) nel  1996. È stato recensito da “Informazione Filosofica”. Ha curato  una pagina di antropologia culturale sulla rivista “Controcorrente” di Battipaglia. Attualmente collabora a Pagine Filosofali ed EreticaMente. 

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 1 Quando è nato il tuo amore per la poesia?

Innella: Quando frequentavo l’ultimo anno del Magistrale. La professoressa di italiano, oltre a svolgere il normale programma di letteratura, ci faceva leggere e commentare molti poeti contemporanei (tipo Ungaretti, Montale, Quasimodo, Pavese, Cardarelli, Saba, Penna); queste letture mi affascinavano moltissimo e da allora iniziai ad amare la poesia.

2. Potresti spiegare  in  parole  semplici  la    tua  poetica? 

I: La mia poetica è   stata all’inizio essenzialmente esistenziale, fatta di tristezza, di disperazione, di angoscia, di incapacità di stabilire un rapporto col mondo esterno. Poi questo quadro così cupo, si è modificato con l’incontro con il mondo giapponese e con l’haiku in particolare che mi ha donato una certa serenità, ma oggi mi posso definire un poeta che ha riconquistato un certa liricità, molto evidente nelle ultime raccolte.. 

3. Che rapporto c’è secondo te  tra poesia e canzone?    

I: Per me nessuno, sono due cose diverse,  anche se ci sono canzoni che sono molto poetiche…vedi: “ La cura” di Battiato.

4. Quali sono i tuoi poeti preferiti? 

I: Il poeta su cui mi sono formato è Pavese, da lui ho appreso a scrivere poesia  e poi me ne sono distaccato.

5. Per molti in poesia è importante soprattutto come si dice e non cosa si dice. Tu cosa ne pensi?  

I: Ciò significa, secondo me, che per molti è importante il come si dice, ossia il linguaggio e non cosa si dice, ossia il  messaggio. In questa prospettiva finiamo per fare sperimentalismo. Invece   per   me   la   poesia   è   fatta   dal   binomio   linguaggio   e   comunicazione,  che   sono​ imprescindibili.   Bisogna   curare   il   linguaggio,   ma   il   fine   è   di   giungere   alla comunicazione, altrimenti che si scrive a fare.

6. Non trovi che a livello culturale in questi anni ci sia stato un livellamento verso il basso, forse anche a causa dell’omologazione descritta da Pasolini?

I: Pasolini fu profetico, oggi viviamo in un   mondo   alienante   che   distrugge  l’individuo   per   assoggettarlo   ad   un   disumano livellamento. La cultura è stata distrutta. È in atto la più grande sciagura sul libero pensiero: il cosiddetto pensiero unico ( cit. Orlando ).

7. Negli anni Settanta i giovani rifiutavano la poesia e amavano la politica. Come ne pensi di quel periodo e di quella generazione poetica definita neo-orfica? 

I: Il  Movimento del ’77    è stato un movimento politico spontaneo extra-parlamentare come sviluppo e   trasformazione   dei   movimenti   giovanili   e   operai   ancora   esistenti   nel   paese,   dopo   il Sessantotto. I presupposti della      nuova condizione postmoderna influenzarono      il poeta      che perdeva ufficialmente lo     status di interprete    e traduttore della realtà. Alla luce di tale fenomeno, l’Italia fu caratterizzata dal ’60 fino ai primi anni dell’80    da movimenti sperimentatori e innovatori, che cercavano di dare una nuova dimensione   alla poesia. Io non ho mai accettato questa trasformazione della poesia, di ridurla a pura sperimentalismo, di negare la classicità della poesia e penso che quelli furono anni nefasti non solo per la letteratura ma anche   per la poesia. Grazie a Dio  sono passati. ​

8. Cosa ne pensi degli slam di poesia?

I: Poetry Slam    è una competizione in cui i poeti recitano i loro versi, gareggiano fra loro e vengono valutati da una giuria composta da cinque elementi estratti a sorte tra il pubblico. Non ho interesse per queste competizioni   popolari, sorte in America, si vuole a tutti costi rendere popolare la poesia che non è nata per esserlo: la poesia è elitaria.

9. Che ne pensi degli instatpoets?

I: Il fenomeno si è molto diffuso su Istagram, molti pubblicano  le loro poesie brevi accompagnate da immagini, sul fenomeno non ho nulla da dire, ma  spesso  ho visto che la qualità dei versi è scarsa.

10. Che ne pensi del rapporto tra nativi digitali e la poesia? 

I: Sulla rete ci sono molti gruppi poetici;  tutti   scrivono  e   nessuno   commenta.  Non   c’è  da   parte   di  nessuno  la   necessità   di confrontarsi con altri tipi di scritture, si soddisfa solo il proprio ego.

11. Di critici ce ne sono pochi e la maggioranza sono sia poeti che critici. Sei d’accordo? Che ne pensi? 

I:In linea di massima è buono che un critico sia anche un poeta, l’importanza che non  crei conventicole per i propri adepti.

12. Per me la televisione è una pessima babysitter per i bambini, un pessimo divertimento per  gli adulti e un’ottima badante per gli anziani. Che ne pensi a riguardo? Concordi?

 I: Sì;   c’è un  bel libro che bisogna leggere a riguardo, ovvero “Cattiva maestra televisione ” di Popper. C’è poco  spazio per approfondire il libro, ma conviene leggerlo.

13. Luzi, Calvino, De Andrè avevano una certa ritrosia a parlare di fronte alle telecamere. È indispensabile oggi saper parlare in pubblico per un artista? Secondo te Elena Ferrante è solo una eccezione? Che ne sarà degli artisti timidi oppure ansiosi? Oppure di quelli che soffrono di dismorfofobia?

I: Ho dovuto anch’io superare l’ansia di parlare in pubblico e non   è facile, ci vuole scioltezza e bisogna essere concisi e chiari nella propria comunicazione. Recitare una poesia in pubblico è ancora più difficile: io non ci sono mai riuscito.

14. Un tempo i bambini imparavano a mente le poesie. Oggi si imparano a mente le canzoni. Ci siamo   involuti   a   livello   artistico?   Non   trovi   che   la   decadenza   letteraria   può   portare   alla decadenza di una nazione? 

I: Ieri la poesia imparata a memoria anche se con fatica alla fine ti gratificava, oggi i giovani cantano le loro canzoni che sono più parlate che cantate e tutte prive di melodia. Mi sembrano delle scimmie. Sì,  la decadenza letteraria porta alla fine della cultura. Basta entrare in una qualsiasi libreria e constatare che i testi “ classici” sono spariti e al loro posto libri di cucina di moda o di gossip. Adesso i calciatori che scrivono libri sono i veri letterati.​

15. Per alcuni la poesia dovrebbe opporsi ai modelli dominanti della civiltà consumistica.  Secondo te è realisticamente possibile ciò?

 I: Penso che non sia compito  del poeta opporsi alla  civiltà consumistica, ci sono molti poeti che descrivono il disagio di vivere, come Montale e altri, cosa diversa rispetto alla opposizione alla civiltà consumistica.

16. Un  tempo  la poesia  veniva  valutata in  base a certi canoni   estetici  (metrica, eufonia, appartenenza del poeta a un ismo). Non trovi che oggi questi criteri si siano dissolti e che sia sempre più difficile valutare un poeta?

I: Sì, vero; oggi non ci sono più i criteri di ieri, ma se un poeta non è banale e ha la stoffa è sempre apprezzato.

17. I giovani del Sessantotto compirono il parricidio. I giovani di oggi non possono tagliare le radici con i genitori a causa della crisi economica. Molti sono dipendenti dai genitori. Che ne pensi a riguardo? Sei d’accordo? Che ne pensi di chi definisce i giovani di oggi bamboccioni o schizzinosi?

I: La mia generazione del ’52 era quella che lottava  negli anni ’70  contro  il sistema. Eravamo stati cresciuti con molti sacrifici dai nostri genitori e ci accontentavamo di quello che ci davano. Non ci siamo mai ribellati. Avevamo altri ideali per la   testa. Leggevamo Marcuse, Popper , Bakunin etc.  Eravamo contro il capitalismo, ma alfine ne siamo usciti sconfitti. Oggi i giovani, instupiditi dal sistema e coccolati da mamme e nonne con l’assenza  significativa dei padri, non vogliono lavorare. Tanto ci sono i soldi di mammà. Ma non bisogna fare  un discorso generalizzato e ci sono purtroppo quelli che espatriano che si inseriscono bene in altre realtà europee. Una nuova forma di emigrazione  intellettuale, che reca benefici solo  ai paesi che li ospitano. ​

18.  Il marxismo sembrava una scienza esatta. Poi ci sono stati la scoperta degli orrori del   comunismo,   l’implosione   della   Russia.   Come   hai   vissuto   quel   periodo?   Fu   uno stravolgimento per te oppure no?

I: Sì, certo quando cadde il muro di Berlino e la contrapposizione tra i due blocchi venne meno, pensai che la finanza internazionale, legata ad un capitalismo selvaggio e inumano avrebbe avuto il campo libero e oggi ne vediamo le conseguenze.

19.  Che rapporto hai con i poeti italiani contemporanei?

 Nessuno

20. Il poeta Valerio Magrelli in una intervista a Fabio Fazio dichiarò che per essere letterati bisogna   aver   letto   almeno   ottomila    libri.   Che   ne   pensi   a   riguardo? 

I:  Ma   anche   pochi   e significativi; il numero non conta

21. Oggi tutti sui social fanno gli opinionisti. Alcuni si improvvisano tuttologi. Come giudichi  questo fenomeno virtuale dilagante ormai?

 I:Tanti cani che abbaiano inutilmente.

22. Cosa ne pensi di quella che viene definita attualmente poesia di ricerca? 

I: Ma non capisco la poesia è sempre ricerca..

23. Alcuni poeti moderni vorrebbero eliminare l’io lirico. Che ne pensi? Ma che si intende con Io  lirico ?

I: Una scissione dell’Io che inizia a poetare? Vedo della confusione.

24. Cosa ne pensi della poesia aforistica come quella dell’ultimo Montale, dell’ultimo Caproni, degli Shorts di Auden, della produzione più recente di Cesare Viviani? Sarà sempre un genere minore?

 I: Soprattutto nel Novecento la poesia si abbrevia, si trasforma in una particella lirica che oscilla tra il verso e la riflessione aforistica. Un genere che mi piace e che ho praticato, la considero molto importante.

25. Montale, Quasimodo, la Deledda, Fo sono stati tutti premi Nobel per la letteratura ed erano  tutti autodidatti. C’è chi sostiene che per diventare uomini di cultura, indipendentemente dal grado di istruzione, bisogna essere autodidatti comunque perché si deve approfondire da soli. Te che ne pensi?

I: La cultura è importante e bisogna acquisire la conoscenza, e non credo che si possa diventare uomini di cultura, senza frequentare le scuole e le università.

26.  Internet per alcuni aspetti è ancora un territorio selvaggio (revenge porn, cyberbullismo, truffe, frodi). Può essere anche un luogo di rinascita per la poesia contemporanea? 

I: No. È un luogo dove esibirsi con le proprie poesie. 

27. In un muro di Latina una volta ho letto: “sempre più connessi, sempre più soli”. Concordi con questa frase? C’è il rischio in futuro di una società sempre più asociale?

I: Vero. La solitudine di Internet è reale, ma senza Rete ormai non possiamo vivere e poi molti amici virtuali sono meglio di quelli reali.

28. A mio modesto avviso la poesia può essere epifania e ricerca di corrispondenze, ma può  essere anche epifonia (leggi anche teofonia, quasi piccola rivelazione divina). Ti piacciono i  versi di Rebora e Turoldo? Oppure senti distante la poesia religiosa?

I: No. Sono distante da questi poeti

29. Per alcuni la letteratura non conduce alla salvezza ultraterrena. Per altri addirittura la letteratura è sinonimo di dannazione. I poeti maledetti probabilmente non si sono salvati. Che ne pensi?

I:  Bè, a questo punto preferisco Belzebù e sono affianco ai poeti maledetti.​

30. La poesia può ancora essere mitopoietica nelle società tecnologicamente avanzate?

 I:  La mitopoietica  fu sviluppata dallo scrittore britannico J. R. R. Tolkien negli anni trenta; gli autori di questo genere, seguendo l’esempio di Tolkien, integrano temi mitologici tradizionali assieme ad archetipi nei propri lavori.  Però è difficile la convivenza tra questo genere e la la nostra società tecnologica.

31. Il rap può essere poesia? 

I: No, assolutamente.

32. Leggere poesia può aprire la mente e combattere i luoghi comuni?  

I: Non solo la poesia ma le buone letture aprono la mente.

33.  Croce in “Etica e politica” scriveva che non si deve considerare la vita privata di politici e  artisti. Te che ne pensi?

I: Che aveva  perfettamente ragione

34. L’Italia è un Paese colmo di corporazioni. Anche a livello poetico ci sono diverse cricche a  mio modesto avviso. Secondo te è così?

 I: Lo è sempre stato da quando ho iniziato a scrivere  poesie e ho denunziato questo fenomeno tutto italiano.

35. Se dovessi salvare un solo libro di poesia per i posteri quale salveresti?

I: La Divina  Commedia

36.  Secondo te la poesia morirà con l’ultimo uomo oppure è destinata a scomparire nella civiltà  dell’immagine?

 I: La poesia esisterà sempre in forme diverse che forse non ci piacciono ma  continuerà sempre a fare sentire la sua voce.​

37. Che cosa hai in cantiere? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

 I: Una nuova raccolta di  poesia sul  Bardo Todol

38. Si sta assottigliando il buco dell’ozono. Si stanno sciogliendo i ghiacciai. Sta scomparendo la foresta amazzonica. In Africa i bambini muoiono di fame e ci sono guerre dimenticate. Ci stiamo avviando verso il suicidio della specie? La poesia può solo confortare?  

I: Fin quanto ci sarà la  poesia  sarà di conforto all’uomo che saprà apprezzarla ed amarla: è come avere un’altra possibilità.