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Anselm Jappe 23 Giugno 2022

Secondo Anselm Jappe il cemento è il lato concreto della logica capitalista per la sua obsolescenza programmata, come ricorda il viadotto Morandi, ma prima di tutto per la sua capacità di demolire la pluralità di tecniche e immaginari dell’arte di edificare. A questi temi è dedicato il libro Cemento arma di costruzione di massa (di cui pubblichiamo un paragrafo): “Dobbiamo prendere in considerazione questa ulteriore dimensione della crisi globale – scrive Jappe – della società capitalista, al di là del collasso economico, ecologico, energetico e ora epidemico: molte costruzioni umane possono letteralmente sbriciolarsi e crollare a breve termine, lasciando dietro di sé orribili rovine…”

Il ponte Morandi è crollato perché era fatto di cemento armato e aveva già mezzo secolo. A meno che non si continuino a fare considerevoli sforzi antieconomici per mantenerla, la piena efficienza di una struttura come questa ha una durata di circa trent’anni e poi inizia la fase di decadenza, a fortiori quando ormai esiste da sessanta-settant’anni. Non è fatta per durare di più, qualunque cosa ne pensino i suoi costruttori.

Il cemento armato ha conosciuto un boom, almeno nel mondo occidentale, tra gli anni Cinquanta e Settanta. Quale futuro lascia dunque intravedere per buona parte dell’ambiente edificato che ci circonda?

Il crollo del ponte Morandi passa per un’enigmatica eccezione, o viene spiegato con ragioni del tutto straordinarie. Ma cosa succederebbe se un simile evento si ripetesse negli anni a venire? Se questo fosse solo il segno di un preavviso, un memento, un avvertimento scritto su un muro da una mano soprannaturale? Cosa succederebbe se milioni di case e ponti, dighe e strade, aeroporti e grattacieli rivelassero, a un ritmo crescente, che sono costruiti con sabbia e strutture metalliche soggette a corrosione, come in effetti sono? E se la loro consustanziale alterazione, la loro vulnerabilità, la loro disintegrazione non fossero solamente il volto visibile di queste strutture, ma anche una conseguenza del crollo o della decomposizione della società che le ha date alla luce?

Certo, si può criticare e condannare l’incapacità degli ingegneri, la subordinazione degli imperativi di sicurezza al profitto, la mancanza di una «cultura imprenditoriale» degli esecutori (i loro accordi e le varie truffe), l’avidità o la miopia dei dirigenti pubblici o privati. Si può anche andare oltre e mettere in dubbio la reale necessità di continuare a costruire così tante strutture solitamente realizzate in cemento, come aeroporti, autostrade, dighe e grattacieli, che oggi sono viste con sospetto da una parte crescente della popolazione, almeno in Europa, e che sono oggetto di un aspro dibattito. Ma possiamo criticare il cemento armato in quanto tale? Di fatto è considerato meno dannoso dell’amianto o dei pesticidi, e sembra anche causare meno danni delle automobili, della televisione o della plastica. Eppure il quotidiano liberale inglese «The Guardian», che non è esattamente un organo dell’anarco-primitivismo, lo ha definito «il materiale più distruttivo della terra»5. Il dossier dedicato a questo materiale, molto interessante, si limita però a nocività misurabili. Ma se spingessimo il ragionamento più in là, si potrebbe allora prendere in considerazione l’ipotesi che il cemento abbia dei legami con il capitalismo che non si limitano ad aumentare i profitti di pochi, ma che arrivano al punto di farne la perfetta materializzazione della logica del valore della merce? In effetti, questo materiale apparentemente inoffensivo, chiamato concrete in inglese e concreto nello spagnolo e nel portoghese latinoamericani, può ben essere considerato come il lato concreto dell’astrazione capitalista. In particolare vedremo come il «soggetto automatico» della valorizzazione del valore sia dotato di un potere molto più distruttivo di quello detenuto da tutti i cattivi ingegneri e gli avidi azionisti nel loro complesso.

Il culto della leggerezza ha spinto a credere che si potessero costruire strutture con pochissimi materiali, ignorando le leggi di gravità. E così si è chiuso un occhio su una delle conseguenze che ne derivano: se un singolo elemento portante cede, l’intera struttura è in pericolo. Con un ponte ad arco, questo rischio è minore: il crollo di una delle sue parti non porta automaticamente alla caduta di tutto il resto. Ma in questo come in altri casi si è dato per scontato che non ci sarebbe mai stato un cedimento. Il ponte Morandi è quindi un caso da manuale della hybris che caratterizza, al massimo grado e a tutti i livelli, l’anticivilizzazione capitalista.

Dobbiamo quindi prendere in considerazione questa ulteriore dimensione della crisi globale della società capitalista, al di là del collasso economico, ecologico, energetico e ora epidemico: molte costruzioni umane possono letteralmente sbriciolarsi e crollare a breve termine, lasciando dietro di sé orribili rovine.

Al di là del fatto di capire quale logica storica abbia reso possibile il cemento, bisogna anche chiedersi cosa è stato reso possibile dal cemento. La critica di questo materiale può quindi essere estesa a quella della cosiddetta architettura «moderna», così come a quella dell’urbanistica contemporanea, guardando non solo all’uso dello spazio, ma anche ai materiali utilizzati. La comune giustificazione che «senza il cemento l’architettura moderna non sarebbe stata possibile» deve essere trasformata in un atto d’accusa. È infatti impossibile separare le considerazioni sul cemento armato da un discorso più globale sull’architettura moderna, cioè quella dei secoli xx e xxi. Da qui l’interesse a far luce sull’architettura moderna in generale, nonostante la portata dell’argomento. Non bisogna però dimenticare che il cemento non è l’unico elemento coinvolto: danni devastanti possono essere attribuiti anche ad altri materiali, come i mattoni forati che si possono trovare nelle «autocostruzioni» odierne.

La gestione capitalista dello spazio, con l’ingiustizia sociale che ne deriva, è stata spesso criticata, basti ricordare i nomi di Henri Lefebvre e David Harvey. Al contrario, la questione dei materiali impiegati non è stata quasi mai presa in esame. Ecco perché ora ci concentreremo su questo tema. […]


Tratto da Cemento arma di costruzione di massa (elèuthera).