PER CHI SUONA LA CAMPANELLA… DELL’ULTIMO GIRO?

Quando, un mese fa, sono stato presente all’evento “Trame Sonore” organizzato dall’Oficina Orchestra da Camera di Mantova, in due occasioni mi sono ritrovato a parlare al pubblico dei problemi legati alla fisica dei cambiamenti climatici.

Sono stati principalmente due i punti sui quali ho voluto porre l’accento, anche con esempi:

1) il clima, come sistema complesso “non lineare”, risente dei fenomeni di retroazione positiva e/o negativa che potrebbero amplificare o forse, in alcuni casi, anche deprimere gli effetti delle variazioni di temperatura;

2) il cosiddetto “effetto soglia”, limite al di là del quale qualsiasi intervento realizzato per mitigare gli effetti negativi sull’ambiente risulterebbe inefficace e il sistema in questo caso cercherebbe un nuovo equilibrio in uno stato diverso da quello di partenza.

Ormai è risaputo che con il clima terrestre stiamo partecipando alla più vasta e pericolosa esperienza di “roulette russa” che sia stata mai organizzata nella storia dell’umanità. Ma è questo un gioco che – senza interventi immediati e di certo non indolori – ci vedrà sicuramente perdenti.

Il problema vero è che nessuno sa dove sia posta la soglia al di là della quale a nulla più varranno i nostri sforzi per evitare il disastro. Potremmo averlo superato senza neppure essercene resi conto.

Un termine di riferimento però esiste. È una specie di cartina di tornasole, un “alert”, una… campanella dell’ultimo giro: i ghiacciai.

Il mio pensiero triste e affettuoso va innanzitutto a tutte le vittime di questa terribile sciagura della Marmolada. Non si è trattato della “solita” valanga di neve precipitata da un costone instabile. È collassato un seracco del ghiacciaio da tempo in crisi, probabilmente per infiltrazioni di acqua alla base che hanno avuto un tragico effetto “lubrificante”.

Ora immaginate questo stesso effetto su un ghiacciaio che abbia un’estensione pari a 190 mila chilometri quadrati, nell’Antartide occidentale. Si tratta del ghiacciaio Thwaites, che è stato definito il “Doomsday Glacier”, il ghiacciaio dell’apocalisse. Non perché esso possa provocare direttamente danni agli esseri umani, ma perché il suo scioglimento, che sta procedendo in questi ultimi anni a ritmi accelerati, e il suo eventuale collasso in mare provocherebbero, in poco più di un secolo, l’innalzamento degli oceani di oltre mezzo metro, con un destino segnato per molte città costiere del pianeta.
E in questa situazione di grave instabilità si trova anche il ghiacciaio Pine Island, nella stessa area critica antartica.
Anche se, in base ad alcuni studi, instabilità non è sempre sinonimo di scioglimento, i contrafforti marini dei ghiacciai sulla linea di galleggiamento avrebbero l’effetto di rallentare il movimento di discesa di tutta la loro parte retrostante. Nel caso di una frammentazione di questi contrafforti, il fenomeno di slittamento dell’intero ghiacciaio potrebbe essere amplificato in forma praticamente inarrestabile.

I ghiacciai ci stanno avvertendo forse che la campanella dell’ultimo giro, tanto per riferirci a un esempio mutuato dall’atletica, ha ormai emesso il suo suono sinistro. Se uno di questi ghiacciai dovesse collassare, a nulla più servirebbe preoccuparci di mitigare gli effetti del riscaldamento, perché nulla più a quel punto potremmo fare per evitare la risalita del livello dei mari.

Una soglia sarebbe quindi superata in modo irreversibile. E ci ritroveremmo tutti con l’avvertimento della poesia di John Donne nelle orecchie, cui non abbiamo prestato ascolto quando avremmo potuto:

(…)
E dunque, non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.

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