Luoghi, personaggi, fatti e leggende

A due passi dal cielo

Novella di Luciana Benotto

Ultima parte

Ecco il lago. Sono ore che scarpiniamo, ma la vista di questo strato di lapislazzuli incastonato fra monti dagli aridi pendii, mi ripaga delle fatiche. Non ho mai visto in natura un lago di un azzurro così intenso: sembra finto. Il colore pastoso e denso delle sue acque gelide e senza vita, mi fa provare una bizzarra sensazione, forse dovuta all’aria rarefatta che agisce sul cervello modificandone le percezioni. E’ come se anch’io avessi gli occhi di quel colore chimerico.

A Ringmo, la località che vi si specchia, sorge un tempio dall’insolita forma di fungo, fatto di pietra, argilla e legno. All’interno un monaco sta recitando i versi del suo strano libro di preghiera, con le pagine unite una all’altra come se fosse una fisarmonica e la copertina costituita da due tavolette di legno. “E’ un lama BonPo” mi sussurra Kvac, “un’antichissima religione prebuddista,  animist, aggiunge nel suo inglese scolastico”. 

Lasciato il lago, la strada si inerpica aggrappandosi alle rocce; inizia la parte più dura del percorso: dovremo superare due passi da 5.200 metri.

A quota 4.000 la vegetazione è ormai rada, ci sono solo dei muschi, dei licheni e qualche ciuffo d’erba che spunta tra le rocce e viene brucato da alcuni yak selvatici.

Un vento freddo ci tormenta, per fortuna che il cielo è sereno e il sole ci conforta un poco coi suoi raggi. Una ragazza ha una crisi di nervi, butta via il suo zainetto e urla che vuole tornare a casa, che non ce la fa più, e piange disperatamente. Cosa sarà venuta a fare qui? Credeva fosse un gioco? Un film? Magari di quelli che prendono per i fondelli quelli che vogliono provare questo tipo di esperienza.

Il caso, (chiamiamolo caso) l’aiuta, di lì a poco infatti compare alle nostre spalle, quasi fosse sortito fuori dal nulla, un cavaliere solitario che la fa montare in sella e che più tardi si accamperà con noi.

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All’alba ci accorgiamo che quell’uomo è sparito assieme al suo robusto pony. Perché se ne sarà andato senza dire nulla? E come mai nessuno se n’è accorto?

Ma intanto Betta, così si chiama la ragazza, si è rincuorata e, riposata, riprende il cammino con maggiore serenità.

Stiamo attraversando una zona desolata e dobbiamo  stringere i denti e farci forza, per superare pareti ripide e franose. In quella immensa solitudine ognuno è perso nei suoi pensieri, unico compagno il silenzio rotto ogni tanto da folate di vento freddo. Tutto appare ovattato, anche i nostri passi: provo un senso di vuoto cerebrale, di pace interiore, sono tutt’uno col paesaggio, forse uno spicchio di cielo, un sasso. Ad entrambi i passi di 5.200 metri, gli Sherpa e i portatori depositano una pietra lavorata, che va ad ingrandire il cumulo creato da tutti quelli che hanno voluto ringraziare le divinità della montagna per averli fatti arrivare quassù sani e salvi.  

Dopo i passi inizia la lenta discesa alla lunga valle Do, attraverso terreni sempre più friabili. Verso quota 3.000 il cane che si era aggregato alla comitiva ad un’altitudine più elevata, sparisce come il cavaliere; “nato e cresciuto in un’aria rarefatta non sopravviverebbe altrove” dice  Ubud, la guida. Ma un umile portatore appesantito da un carico sui cinquanta chili, sostiene invece che quelli che abbiamo incontrato erano gli spiriti buoni della montagna che accompagnano i viaggiatori per proteggerli. Qualcuno sorride, ma altri rimangono seri.

Scendendo iniziamo ad incontrare nuovamente gente; per un tratto godiamo, nostro malgrado, della compagnia di due portatori di sterco di Yak: un ragazzo e una bimbetta di pochi anni, carina, ma sporca, come del resto qui tutti lo sono. E’ vero, sono sporchi, maleodoranti, ma è gente senza malizia, semplice, figlia di una cultura arcaica, io però mi chiedo se sia giusto, alle soglie del Duemila, farli vivere nella miseria, impotenti di fronte alle malattie e con una speranza di vita media di appena trent’anni.

Questa è la mia ultima notte in tenda, domani saremo a Katmandu; tra tre giorni finirà questo viaggio che sa di burro rancido e fuliggine, d’essenze vegetali e di sudore, d’acqua dolce e di vento; finirà la fatica, finirà il sogno, e dovrò tornare al mio quotidiano, ai miei problemi, ma ho la sensazione che una volta a casa, qualcosa cambierà, perché quando si arriva a due passi dal  cielo, non lo si fa mai invano.

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