Per ricordare Giorgio Canestri, di Patrizia Nosengo 

18/07/2022

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“[…] l’aggiunse il figlio
di Nestore piangendo, e, Ohimè! gli disse
magnanimo Pelide; una novella
tristissima ti reco, e che nol fosse
oh piacesse agli dei! Giace Patroclo […]
Una negra a que’ detti il ricoperse
nube di duol; con ambedue le pugna
la cenere afferrò, giù per la testa
la sparse, e tutto ne bruttò il bel volto
e la veste odorosa. Ei col gran corpo
in grande spazio nella polve steso
giacea turbando colle man le chiome
e stracciandole a ciocche. […]
O madre mia, ben Giove a me compiacque
ogni preghiera; ma di ciò qual dolce
me ne procede, se il diletto amico,
se Patroclo è già spento? Io lo pregiava
sovra tutti i compagni […]”

Quando, all’acme di una domenica di questo luglio impietoso di calura estrema, giunge la notizia di una morte forse prevedibile, ma pur sempre impensabile e rimossa, le prime parole che tornano alla mente sono quelle immortali del XVIII canto dell’Iliade, giacché spesso soltanto i Greci sanno esprimere compiutamente i nostri sentimenti e il senso profondo della vita e della morte. Così, nello sconcerto e nel dolore di questo momento, mi pare appropriato ricordare oggi con le parole di Omero la morte di Giorgio Canestri, per me e per tantissimi altri Maestro e amico, punto di riferimento intellettuale, politico e morale tanto nodale, quanto insostituibile.

Era nato l’8 novembre del 1934 ad Alessandria e in questa città era stato brillante studente del liceo classico “Plana”, a quel tempo scuola d’eccellenza, con insegnanti di vaglia divenuti poi docenti universitari; e di quel suo primo tempo restano, sul bisettimanale cittadino, alcuni articoli che ne attestano l’impegno culturale precoce e l’interesse per il teatro. Aveva poi frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, laureandosi il 1° luglio del 1958 con una tesi intitolata “Dell’uso e dei pregi della lingua italiana di Giovanni Francesco Napione”, un autore distantissimo dalle sue concezioni, ma forse proprio per questo tanto più interessante per lui, che non amava schematicità e fanatismi.

Di quegli anni, ricordava spesso l’amicizia, che sarebbe poi proseguita per il resto della vita, con Adelio Ferrero e i loro viaggi in treno verso e da Torino, quando, in quegli inverni allora rigidissimi, di ghiaccio e di neve, per divertimento mimavano teatralmente esagerati brividi di freddo e riuscivano, in tal modo, a contagiarne l’intero scompartimento.

Iscrittosi alla Federazione alessandrina del Partito Socialista Italiano, insieme a Ferrero aveva fatto parte di quei giovani che l’apparato partitico voluto da Rodolfo Morandi poneva dinamicamente al centro della nuova politica di proiezione verso l’esterno, finalizzata alla mobilitazione delle masse. Da subito redattore e responsabile delle pagine culturali della rivista socialista alessandrina “L’Idea socialista”, dopo essere divenuto insegnante di Italiano e Storia, dapprima presso il Carcere di Alessandria e poi nelle secondarie superiori della città, entrò a far parte dell’Ufficio Scuola e divenne membro del Comitato Direttivo della Federazione socialista di Alessandria. Fu tra i fondatori piemontesi dell’A.D.E.S.S.P.I. , l’Associazione per la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica italiana e ne diresse a lungo la sezione di Alessandria, per la quale organizzò numerosissimi incontri e iniziative rivolti a insegnanti di ogni ordine e grado. Fu anche tra i fondatori e gli animatori del Circolo alessandrino “Francesco De Sanctis”, un’associazione politico-culturale attivissima, che raccoglieva giovani e giovanissimi intellettuali democratici della città, tra i quali ricordiamo Adelio Ferrero, Franco Livorsi, Delmo Maestri, Roberto Prigione, Marisa Vescovo, Carla Nespolo, quella che diventò la moglie di Canestri, Anna Baroncini e altri.

Tra i primi a comprendere e ad interpretare l’istanza ormai ineludibile di riforme strutturali del sistema scolastico emerse, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, in un’Italia in rapida e profonda trasformazione e profondamente legato sia alla cultura giellista e azionista, sia a una visione neo-illuministica dell’intellettualità, Canestri partecipò con inesausta passione civile e politica alla lunga battaglia per l’innalzamento dell’obbligo scolastico e per l’istituzione della scuola media unica, cui si giunse nel 1962, nell’ambito del primo governo di centro-sinistra guidato da Amintore Fanfani e che fu – insieme alla coeva nazionalizzazione dell’industria elettrica e ai primi timidi interventi di controllo della Borsa – forse l’unica vera  riforma realizzata da quella nuova alleanza di governo.

Dopo aver aderito al PSIUP nel 1964, Canestri ne fu Segretario della Federazione alessandrina dal 1964 al 1966 e nuovamente dal 1971 allo scioglimento del partito, avvenuto nel 1972; fece parte del Consiglio Nazionale del PSIUP e poi del suo Comitato Centrale e, nelle elezioni del 1968, fu eletto alla Camera dei Deputati, il solo, insieme a Fausto Amodei, – secondo il lucido giudizio di Aldo Agosti – a costituire tra i parlamentari psiuppini una presenza legata autenticamente ai fermenti e alle lotte di quegli anni. Nel corso di quella V Legislatura, che è stata tra le più feconde di riforme nella storia del nostro Paese, dal 10 luglio 1968 al 4 maggio del 1972 Canestri fece parte dell’VIII Commissione “Istruzione e Belle arti” e firmò 22 proposte di legge, tra cui numerose dedicate alla scuola. Furono quelli gli anni in cui, per il partito, incontrò numerosi leader del socialismo internazionale, da Arafat a Castro.

Quando il PSIUP si sciolse, drammaticamente dilaniato in tre correnti, tra coloro che intendevano ritornare nel PSI, coloro che volevano confluire nel PCI e coloro che avrebbero continuato l’avventura politica nella nuova formazione del PDUP, con una coerenza morale e un’onestà intellettuale rare a trovarsi sia pure nella politica di quel tempo e tanto di più oggi, poiché non riteneva praticabile  e di sufficientemente lungo respiro alcuna di quelle soluzioni, Canestri abbandonò la militanza politica e dedicò le sue energie ai suoi studi storici e all’attività di organizzazione culturale.

In quello stesso periodo, persuaso della necessità di sottrarre la scuola al sindacalismo corporativo e alla burocrazia autoritaria ancora di stampo fascista, Canestri lavorò alla costituzione di un sindacato unico della scuola aderente alla CGIL. Suo fu il documento del marzo 1966, con cui si diede avvio in questa provincia, tra le prime in Italia, alla fase più intensa del lavoro di promozione di un sindacato democratico, che contribuisse a minare l’egemonia della D.C.  e dei cattolici sul settore dell’istruzione e che accogliesse tutti i lavoratori della scuola, traghettandoli al di fuori del sindacalismo autonomo e dei sindacati di ispirazione cattolica. La CGIL scuola alessandrina lo vide poi tra i suoi aderenti più prestigiosi, attivi e coerenti, giacché per Canestri l’insegnamento era ben più di un mestiere e di un impegno: era passione politica, etica e civile; era generosa sollecitudine verso gli altri, il farsi guida attenta e silente, mai invadente, bensì dialogante e disponibile all’ascolto; era l’essere sempre disponibile a dare un’indicazione, prestare un libro o un disco, accennare a un approfondimento possibile agli allievi, ai ricercatori dell’Istituto Storico, a chiunque gli chiedesse un consiglio o un aiuto; era, insomma, l’essere un vero Maestro, che sa sostenere e non si sostituisce, che legge i caratteri e le potenzialità e agisce per migliorarli. Era persuaso profondamente del valore etico ed emozionale della cultura e sottolineava spesso come il merito non sia mai una scelta deliberata, o una dote innata, o una responsabilità morale dell’individuo, bensì sia una costruzione sociale, su cui la scuola può e deve intervenire, per edificarlo, appunto e ampliarlo e sostenerlo. Canestri credeva in una scuola come luogo del dialogo e della cultura democratica, come partecipazione e palestra di pensiero critico e per questo criticava quasi con angoscia la deriva dei test a risposta multipla, divenuti drammaticamente di moda: ogni test, soleva dire, è un’occasione perduta di dialogo, di approfondimento e di riflessione collettiva.

Della scuola, del resto, era storico attento e acutissimo, autore di testi che sono ancor oggi imprescindibili per chi voglia ricostruire la storia dell’istruzione in Italia. La sua attività di storico si era anche dispiegata nell’Istituto Storico della Resistenza della provincia di Alessandria, di cui era stato a lungo direttore e per il quale aveva lavorato con saggi di grande acutezza e profondità, da cui trasparivano la sua amplissima, raffinata cultura e quella sua felicissima scrittura, la cui straordinaria eleganza e originalità nulla sottraevano alla limpida clarità del testo e all’organizzazione coerentissima delle argomentazioni, una scrittura raffinata, come raffinato e naturalmente signorile nei modi era lui, una scrittura che, insieme alla sua sensibilità e allo sguardo penetrante ed empatico che aveva sul mondo e sugli uomini, avrebbe fatto di lui un grande scrittore, se soltanto avesse voluto cimentarsi nella narrativa, o nella poesia.

Ancora all’inizio degli anni Duemila, insieme a Franco Livorsi e a Giuseppe Amadio aveva fondato l’Associazione politico-culturale “Città Futura” di Alessandria e ne era stato tra i partecipanti più assidui e attivi, sempre con quel suo modo aperto, disponibile, mai fanatico di intessere riflessioni e dialoghi. Era sempre arricchente ascoltare i suoi interventi e leggere i suoi articoli, brevi e accurati, sagaci e al tempo stesso pacatamente argomentati. Era sempre uno straordinario momento di crescita ascoltare i suoi ricordi, le sue riflessioni e godere del suo garbato modo di vedere e giudicare uomini e cose. Ed era toccante leggere nelle sue parole l’amore intenso che nutriva per Anna, la moglie, compagna amatissima dell’intera sua vita (e quando mancò mi ripeteva sommesso che non era giusto, che non sarebbe dovuto toccare a lei, più giovane, di andarsene per prima; e mi raccontava i modi con cui tentava di elaborare quel lutto per lui atroce), per il figlio che adorava e che aveva voluto emblematicamente chiamare Duccio in onore di Galimberti e per i suoi nipoti, di cui era così teneramente orgoglioso e per i quali accumulava libri e fascicoli, Maestro ancora e ancora preoccupato di lasciar loro un patrimonio di idee e conoscenze che li orientasse nel mondo.

Oggi se ne è andato e sembra fin troppo banale, fin troppo logico ed evidente dire che siamo tutti più poveri, come in effetti siamo. Ma c’è qualcosa di più simbolico, di più doloroso, di più ferocemente devastante in quel suo andarsene: la fine del Novecento e di una intelligentsija neoilluministica, che credeva nella Cultura e nella partecipazione democratica e che faceva dell’impegno e dell’organizzazione culturale la chiave di volta dell’agire politico; c’è il dissolversi di una coscienza critica che sapeva essere anzitutto esempio concreto e inesausto di coerenza morale, di passione politica, di lucidità gramscianamente pessimista dell’intelligenza e di prassi ostinatamente determinata a ottimisticamente intervenire in ogni momento della vita per migliorare il mondo.

Se ne è andato e a me resterà il ricordo ancor nitido di quando lo conobbi, secoli fa e avevo quindici anni mal contati e stavo comprando come ogni domenica mattina il settimanale psiuppino “Mondo nuovo” e quel signore alto, accanto a me all’edicola, volle sapere chi fossi e mi lasciò raccontare di me e delle mie idee e del mio professore di Lettere, che mi disse essere suo amico. Non mi raccontò allora d’essere un deputato del PSIUP, partito che a quel tempo mi affascinava. Non era suo costume gloriarsi di cariche e di titoli, ma mi spiegò il contesto storico cui facevano riferimento alcuni articoli della rivista. Da allora, è stato per me sempre Maestro e amico ed esempio costante di rigore morale e intellettuale, qualcuno con cui confrontarsi e, nel confronto, migliorarsi.

Mi mancherà immensamente. Già mi mancano le sue telefonate, il suo chiedere notizie dei miei “lupi”, come chiamava i miei husky, il suo parlare di politica e libri e arte, sapendo sempre aggiungere qualcosa di nuovo e più profondo alle mie conoscenze. Sarà difficile, da oggi, continuare a riflettere sugli uomini e le cose senza la sua guida, senza quelle sue parole sempre così perfettamente capaci di cogliere la sostanza delle cose. Il vuoto incolmabile che lascia – e non è retorica il dirlo – è mitigato soltanto dalla speranza che i molti semi che ha gettato nel mondo ancora possano germogliare, nei suoi nipoti che tanto amava e in tutti coloro, allievi e amici, che lo hanno conosciuti e che ne serberanno imperituro il ricordo.