PER UN’ETICA DELLA POLITICA

(saggio di Eduardo Terrana)

Affronto oggi un tema diverso da quello che, normalmente, tratto sulla tematica dei diritti umani o su temi letterari ma non per questo meno attuale ed importante.
Con l’occhio sulla realtà socio-politica dell’Italia, che rileva, e non è una eccezione, il flop in termini di partecipazione al voto nella consultazione referendaria ed amministrativa del 19 luglio e la crisi di governo in atto, che non arriva al termine della legislatura, con conseguente indizione di nuove elezioni politiche, rifletto su questi chiari segnali negativi che, purtroppo, ancora una volta si ripetono e dicono della evidente disaffezione dei cittadini verso la politica.
Rifletto, perplesso, poi, sul rifiuto della maggioranza assoluta dei cittadini all’esercizio del diritto di esprimere, senza la mediazione del Parlamento, la propria opinione direttamente su una norma, un atto o una decisione attraverso l’istituto di democrazia diretta del “Referendum”, fattispecie che ne evidenzia il grave limite di insofferenza e di sfiducia e non tiene conto che l’esercizio del “ Referendum” è prerogativa esclusiva assegnata dalla Costituzione proprio ai cittadini.
Non è più tempo, allora, a mio modesto avviso di sperimentalismi di comodo e/o di chiacchere facili e opportunistiche promesse per la politica del nostro Paese. Serve, invece, una politica che poggi su solidi valori e principi ideologici e si concretizzi in un fare che apporti benefici alla comunità. Una politica che sappia costruire reali prospettive di crescita e di sviluppo e dia speranze concrete di rinascita ad un’Italia in crisi. Bisogna allora riscoprire la politica! Perché è evidente che l’Italia attraversa una crisi che è grave e lo è perché, in particolare, è malata la politica e il male ancora una volta ha un nome partitocrazia. Da questo male derivano le tre più difficili questioni che ancora oggi bloccano il funzionamento del nostro sistema democratico: la questione del potere- la questione morale- la questione istituzionale. Dalla soluzione di queste tre autentiche mergenze dipende il passaggio ad una democrazia matura, ma ciò potrà avvenire soltanto riscoprendo la politica, restituendole un’anima etica, culturale e professionale. Ed è questa un’impresa che esige l’impegno di tutti.
La Nostra è un’Italia che non sta bene perché attraversata da un’inquietudine i cui sintomi sono contradditori. Da un lato perseverano problemi gravi, di cui non si intravede la soluzione immediata: la caduta delle motivazioni ideali e dei valori; il rifiuto delle responsabilità ed il rinascere di atteggiamenti qualunquistici; la disaffezione sempre più crescente verso la politica e le Istituzioni; dall’altra: la criminalità organizzata che, nonostante i colpi subiti, continua a proliferare; la caduta della cultura solidaristica e la droga; la violenza sui minori e sulle donne, che dilagano anziché diminuire.
Un’Italia segnata in profondità da simili piaghe non sta bene, è malata, anche se è percorsa da straordinarie potenzialità di sviluppo e di crescita, sorrette da una grande voglia di cambiare le cose in meglio, si pensi: all’apporto determinante che viene in questa direzione dall’affermarsi di nuovi soggetti sociali e di vivaci movimenti collettivi, animati da una forte carica morale e ideale; alle tante forme ed espressioni di un volontariato generoso ed in espansione, che contrasta vistosamente con le tendenze egoistiche rinascenti; alla nuova sensibilità culturale che chiede a gran voce una nuova qualità di vita degna della Persona, la difesa responsabile dell’ambiente, più partecipazione, più solidarietà; alla dinamicità creativa delle nuove generazioni di giovani che chiedono più spazi, più attenzione, più rispetto delle loro esigenze e delle loro aspirazioni di crescita, di qualificazione e professionalizzazione, di inserimento.
Così sotto la spinta contrastante di tendenze opposte si registra come una generale percezione che la situazione del Paese sia come bloccata e ristagni. Gli esperti rilevano che all’origine la causa di tanti ritardi e contraddizioni sta nella degenerazione della politica. Se significato e ruolo della politica è, infatti, quello di ricongiungere i valori con la vita vissuta, il progetto teorico con la sua realizzazione pratica, l’ideale sognato con il progresso effettivo, la fede con la storia; se significato e ruolo della politica è quello di armonizzare gli interessi privati con l’interesse comune, i diritti con i doveri, allora accade che se la politica degenera, gli uomini della strada, la gente comune, quella industriosa e laboriosa che spinge in avanti il sistema, non capiscono più gli uomini del “Palazzo”, succede che il Paese reale si allontana sempre più dal Paese legale, che Società e Stato si sentono estranei l’uno all’altro, che cittadini e partiti non comunicano più. Allora il sistema entra in crisi, come di fatto oggi è in crisi , perché viene meno la linfa della politica come garanzia della vita della democrazia, che ne assicura il regolare nutrimento e la crescita. Allora i partiti si trasformano in mere centrali di potere ed in federazioni rissose di correnti e di clientele; allora lo stesso Parlamento diviene mera cassa di risonanza di decisioni politiche prese fuori di esso; allora lo Stato, anziché essere il luogo dove tutti i cittadini si trovano come a casa propria, diviene la “controparte”, contro cui si sciopera, a cui ci si oppone, quasi fosse un nemico del bene comune e dei legittimi interessi di ciascuno; allora la Pubblica Amministrazione gira a vuoto su se stessa e invece di facilitare il cammino dei cittadini, si trasforma più spesso in una vera e propria via crucis per chi chiede solo di veder riconosciuti i propri diritti, senza doverli mendicare come un’elemosina, passando da un ufficio all’altro, come dire da Pilato ad Erode. Perché le cose cambino il rimedio è uno solo riscoprire e rigenerare la politica, perché si possa ancora pensare e perseguire l’obiettivo di una democrazia più matura e più consapevole. Allora una sola è la ricetta per curare il male: favorire la partecipazione dei cittadini alla gestione del potere, espandere le possibilità di concorrere alle decisioni che riguardano la collettività, ciò che vuol dire: riscoprire il significato ed il ruolo della politica, restituendo carica ideale ai programmi, rigore morale e serietà professionale ai politici, efficienza alle Istituzioni, corresponsabilità ai cittadini, trasparenza al potere dei partiti, in breve : guarire la politica dal male della partitocrazia, vista come prevaricazione dei partiti dal loro ruolo costituzionale e cioè di titolari della funzione di mediazione politica tra i cittadini e lo Stato, al fine di incanalare le istanze sociali, orientandole al bene comune. Recita l’art.49 della Costituzione “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” Tornare, dunque, ad essere partito, porti ad operare nella logica che soggetto della politica sono i cittadini e quindi ad operare come strumento privilegiato sia della educazione politica dei cittadini, sia della loro partecipazione attiva alle scelte ed al controllo della politica nazionale, e, quindi, assolvere la funzione essenziale di mediazione nel sistema democratico, nello stato sociale, essere mediatori senza cadere nella trappola, come purtroppo è successo nel passato, di dovere o di volere riempire spazi lasciati vuoti da carenze istituzionali dello Stato o da ritardi o carenze della stessa società. La funzione di mediazione porta a vivere la politica come logica di servizio al cittadino ed alla comunità. Diversamente intesa essa si tramuta, invece, in logica di potere, a spese della sua ispirazione ideale, culturale ed etica e porta ad invadere la Società e lo Stato, con la inevitabile conseguenza che il partito invece di rappresentare e coordinare le istanze dei cittadini, espropria i “mondi vitali” che compongono la base sociale di mansioni primarie indisponibili quali: l’informazione, l’educazione, la cultura, politicizzandole a fini di potere; d’altro lato invece di assicurare il funzionamento delle istituzioni pubbliche a servizio dei cittadini, se ne servono ugualmente per i propri interessi di parte, giungendo a lottizzazioni di natura partitica che nulla hanno a che vedere con il criterio della professionalità, il quale solo dovrebbe guidare la scelta dei dirigenti e dei responsabili degli enti pubblici. Questo modo di intendere la politica ha creato in passato alcuni nodi difficili ancora in attesa di soluzione. Sono questi nodi sostanzialmente i grossi punti del dibattito politico che oggi interpellano la coscienza ed il senso civico di tutti: la questione del potere- la questione morale- la questione istituzionale, che possono essere affrontati solo se si procede nel senso della nuova domanda politica che viene dal Paese che chiede che il programma abbia il sopravvento sullo schieramento, che la logica delle cose da fare prevalga sulla logica del potere da dividere e che, pertanto, spinga i partiti ad interpretare un serio rinnovamento tanto sul piano della loro riforma interna quanto su quello della riforma dello Stato. Auspico che ogni organizzazione politica voglia procedere per questa strada e quale soggetto essenziale della democrazia rappresentativa, sappia trovare la capacità di rinnovarsi e di collocarsi, con il consenso popolare, alla guida del Paese verso il traguardo di una democrazia adulta e matura, riscoprendo della politica il suo significato e ruolo storico, per concorrere alla soluzione dei problemi che bloccano il sistema.
La questione del potere nasce infatti dalla perdita del senso della complessità della politica, che è fatta soprattutto di ideali, di valori, di nuove idee e di cose da attuare. La conquista e la gestione del potere è solo uno dei momenti della politica, ma non ne costituisce e non deve costituire il fine primario dell’impegno politico.
Punto qualificante del programma d’azione del partito sarà allora far convergere le attività umane in un progetto di realizzazione del bene comune al servizio della Persona, che eviti il rischio della degenerazione in pura ricerca del potere che allenta la fiducia del rappresentato verso il suo rappresentante politico e produce l’emarginazione quando non alienazione dalla politica. Così il rapporto tra elettori e partito anziché essere vitale si isterilisce nella cessione di una delega in bianco, che porta alla gestione del potere fine a se stesso e di conseguenza alla logica dello schieramento, intesa come rigida norma di distribuzione del potere tra i partiti di una coalizione, dal centro alla periferia. E questa identificazione tra politica e partito porta ad altre contraffazioni del fare politica, quali la politica spettacolo o la politica come culto della personalità. E, ahimè, di tanto! quanto oggi la realtà ci offre amara testimonianza! Mettere allora il potere al servizio del programma ed il programma al servizio della Persona, tendendo l’orecchio all’ascolto e cogliendo tutte le istanze che vengono dal Paese e di cui si fanno sempre più spesso portatori i movimenti collettivi che spontaneamente si affermano e si moltiplicano: dagli ambientalisti, ai movimenti per la pace ed al disarmo, dalla difesa per la vita alla difesa dei soggetti deboli nel loro variegato e complesso status di persona portatrice di istanze particolari e, non ultimi, gli immigrati.
Connessa alla questione del potere è la questione morale che nasce a sua volta dalla perdita di una cultura politica, di un’etica della politica. Non può non rilevarsi che vi sono valori, ideali, principi e finalità che sono anteriori alla politica e se l’attenzione verso di essi viene meno allora è il fondamento stesso del servizio politico, dei partiti e dello Stato che rovina. Il malessere di cui soffre la nostra Società ha la sua causa principale proprio nella perdita di eticità nel funzionamento del sistema politico che, come appare dalla Costituzione, dovrebbe essere intrinsecamente ispirato da una precisa concezione culturale e morale dei rapporti sociali.
In tale accezione, la questione morale non può non avere come riferimento la moralità e l’onestà delle Persone che operano nella politica nell’adempimento del loro servizio al bene comune. Oggi, però, più che mai l’essere galantuomini non è di certo vincente. Si fa pertanto importante e delicato il compito della scelta delle persone che sappiano interpretare meglio possibile tale ruolo.
Quando poi alludo alla questione istituzionale non voglio solo alludere alla necessità di apportare aggiornamenti alla Costituzione, che pur sono necessari se si considera che la società italiana si è sviluppata dal dopoguerra ad oggi e sono nati nuovi soggetti sociali che richiedono nuove forme di partecipazione.
La questione istituzionale è qualcosa di più profondo e che implica di riscoprire la natura della politica quale coagulante sociale, di catalizzatore tra realtà diverse. Si tratta di ristabilire un rapporto vitale tra Società e Stato, tra paese reale e paese legale. Si tratta di non di avere più Società e meno Stato, ma di avere più Società per uno Stato, più comunità politica e non apparato burocratico. Questo porta a due diversi ordini di priorità: la necessità di dare corpo politico alla periferia e quindi agli enti locali e la necessità di formare una nuova classe dirigente. Il processo di terziarizzazione avanzata del nostro paese domanda un collegamento sempre più stretto tra cittadino e servizio pubblico e questo incontro ravvicinato si compie appunto nell’ente locale, che ha sempre svolto un ruolo decisivo nel rapporto tra Società e Stato, che oggi si fa più prioritario, atteso che il modo stesso di intendere la vita e le relazioni umane, tipico della Società post-moderna, che è fondata sul rapporto uomo-servizi, lo esige assai di più di quanto lo richiedesse la Società industriale fondata sul rapporto uomo-macchina. Occorrerà allora riconsiderare, nell’affrontare la riforma istituzionale, il ruolo degli Enti Locali, che non vanno visti e considerati come enti periferici secondari dello Stato e pertanto occorrerà rivedere i rapporti tra pubblico e privato anche nel funzionamento dei servizi locali essenziali: dalla scuola alla sanità, dai trasporti alla nettezza urbana. A me purtroppo non sembra che si vada in questa direzione! Ma insisto che bisogna riscoprire la politica partendo dalla città, dove il cittadino fa la sua prima esperienza della politica e dello Stato. E cosi dalla Città alla Regione e quindi allo Stato, ci si potrà aprire in un itinerario che dalla periferia porta al centro e quindi all’esperienza della dimensione internazionale degli stessi problemi locali. Ogni tentativo di risolvere la questione istituzionale dall’alto, per decreto dei vertici politico-istituzionali, è destinata, a mio avviso, al fallimento. La soluzione della questione istituzionale passa, però, necessariamente attraverso l’impegno formativo di una nuova classe dirigente che si qualifichi per competenza professionale, motivazione culturale ed etica.
Ecco, allora, cosa intendo con l’espressione “Riscoprire la politica “ e voglio sperare che queste considerazioni di principio possano essere recepite e diventare bagaglio personale e punti qualificanti di un programma di impegno che coinvolga tutti, in ordine di competenza e di responsabilità.

Eduardo Terrana
Giornalista- Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
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