Era una splendida giornata di metà novembre, sembrava primavera, esattamente un lunedì, e io, dopo una settimana che avevo terminato il mio ultimo romanzo, mi accingevo a scrivere una nuova storia. Di solito inizio a lavorare di mattina molto presto, intorno alle otto, ma quel giorno me l’ero presa comoda, visto che la mia mente non mi offriva nessuno spunto creativo. Per carità, mi era successo altre volte di iniziare, come si suol dire, in affanno per mancanza di idee. Dovevo solo avere pazienza, alla fine qualcosa di buono sarebbe venuto fuori. L’inizio per me è sempre stato complicato, c’è poco da fare, non me ne sto lì ad aspettare l’ispirazione. L’unica cosa che so con certezza, è che devo scrivere, estraniarmi dalla realtà, riempiendo la mia vita di storie alternative. E poco conta se esse siano inventate, importante è che mi facciano sentire vivo. Non vorrei sembrare un caso patologico, ognuno di noi è fatto in una certa maniera, e io sono fatto così, con i miei pregi e difetti. Amo la solitudine; sì, lo so, si dice che è una caratteristica di chi scrive, del romanziere, e su questo posso essere anche d’accordo. Certo, poi c’è chi esagera e finisce per diventare una specie di eremita. No, non è il mio caso, io sto in una via di mezzo, senza alcun compiacimento o senso di frustrazione. Ci sto e basta. Comunque, ritornando a quella mattina, le ore scorrevano senza riuscire a buttare giù un solo rigo, nonostante gli sforzi che mi avevano causato un fastidioso mal di testa. Alcuni pensano che fare lo scrittore non comporti nessuna fatica; a livello fisico, sicuramente, ma lo stress mentale è notevole, e in alcuni momenti si ha la sensazione che il cervello schizzi fuori da un momento all’altro. Per lenire questa sofferenza amo ascoltare Beethoven. Ho un buon impianto stereo che mi permette di sentire la musica in qualsiasi punto della casa mi trovi. Perfino in bagno.  Quel giorno mi ero intestardito nel voler scrivere anche solo le primissime parole del mio nuovo lavoro, così decisi di fare un tentativo nel pomeriggio.

***

Era dura, più dura del previsto. Per un attimo provai a distrarmi, pensando a Maria, l’unica donna della mia vita che io abbia veramente amato. Ci siamo lasciati quattro anni fa, ma è come se fosse ieri, dopo essere stati insieme sette anni. Sì, ogni tanto ci penso, e quando succede provo una grande tristezza. Forse non eravamo fatti l’uno per l’altra, ma stavamo bene insieme, almeno fin quando non sorgevano i soliti problemi. Mi accusava di essere troppo preso dal mio lavoro, dalla scrittura, di non avere una mia vita … o di averne un’infinita. Sì, il riferimento alla mia attività, e di conseguenza alle storie che scrivo non era puramente casuale. In pratica, per lei impersonavo gli svariati personaggi dei miei lavori. In certi momenti non mi vedeva come una persona normale, ma come un alieno. Ognuno esterna le proprie emozioni in maniera diversa, magari io sarò meno plateale di altri, ma ho un cuore anch’io. Nonostante queste divergenze, io l’amavo e sono sicuro che anche lei provasse lo stesso sentimento. E allora, perché ci siamo lasciati? Non ricordo nemmeno come sia successo, chi abbia preso l’iniziativa. Cosa importa ormai … è andata così, e so che non si potrà più tornare indietro.  L’ultimo giorno che ci vedemmo, mi disse: sei cambiato, non sei più la stessa persona che ho conosciuto. Forse aveva ragione. Non so più nulla di lei, probabilmente si sarà rifatta una nuova vita, ed è giusto così.

***

Niente da fare, non riuscivo a scrivere nemmeno una parola, stavo per mollare, quando a un certo punto sentii suonare al citofono. Andai a rispondere.

– Chi è?  –

– Il signor Gabriele Rizzo? –

– Sì, sono io. Con chi ho il piacere di parlare? –

– Sono un suo ammiratore e un suo grande lettore. –

– Sì, in cosa posso esserle utile? –

– Ecco, mi piacerebbe conoscerla di persona, parlare dei suoi libri. Ne ho una copia con me. –

– Immagino che lei voglia una dedica firmata. –

– Anche. –

– Be’, stavo lavorando …. –

– Se vuole, passo qualche altra volta. –

– … va bene, la faccio salire. –

– Grazie. –

***

– Salve – dice l’uomo, un quarantenne di bell’aspetto, uno zainetto in spalla, fermo sul pianerottolo.

– Buongiorno – risponde Gabriele. – Entri. –

– Grazie. –

I due raggiungono il soggiorno.

– Si accomodi. Le va qualcosa da bere? –

– No, grazie. –

Gabriele e il suo inatteso ospite si siedono sulle due poltrone.

– Posso chiederle come ha fatto a sapere che abitavo qui? –

– Abito nella zona, alcuni giorni addietro l’ho vista mentre usciva da un centro commerciale, così l’ho seguita con l’intenzione di fermarla e … poter scambiare due parole. Ma non ce l’ho fatta, l’unica cosa che ho ottenuto è stato conoscere dove abitasse. –

– Spero che non sia un ladro. –

– No, può stare tranquillo. –

– Posso tirare un sospiro di sollievo. Alla fine ha avuto il coraggio di farsi avanti. –

– Già. Be’, non è stato facile. –

– La volontà è stata premiata – dice Gabriele.

– Sì, è così – replica l’uomo.

– Posso sapere il suo nome? –

– Mi scusi, non mi sono nemmeno presentato; sono Francesco. –

– È un bel nome. Possiamo darci del tu, se per lei va bene. –

– Per me è un onore. –

– Ok. Non sarai mica un giornalista? –

– No, sono un ingegnere informatico. Lavoro in un’azienda di software. –

– Interessante. Un ingegnere con la passione della lettura. –

– Diciamo di sì. –

– Nient’altro? –

– Cioè? –

– Forse, hai in mente di farmi concorrenza – dice Gabriele, con il sorriso sulle labbra.

– Non ci penso nemmeno, non ne sarei capace – risponde Francesco.

– Mai dire mai, molti grandi lettori si cimentano con la scrittura, pensando di esserne all’altezza solo per il fatto di essere dei divoratori di libri, ma le cose non vanno proprio così. Ehi, con questo non voglio disilluderti, nel caso vorresti … –

– Scrivere? – No, non fa per me. Ognuno con il suo lavoro. –

– Sagge parole. Hai letto molti miei libri? –

– Sì, quasi tutti. –