Il vino ha una storia antichissima e in letteratura molti autori si sono resi celebri per l’uso e l’abuso di questa bevanda. D’altronde nessuno si stupisce se si afferma che a volte l’ebbrezza aiuta la creazione poetica; inoltre, da sempre non si è persa l’occasione per inserire il vino nelle opere letterarie.

Charles Baudelaire è stato forse l’unico grande personaggio della letteratura che abbia visto nel vino un soggetto per un’opera. Il vino in Baudelaire è certamente mezzo d’evasione e pozione che aiuta la fantasia nella creazione poetica, ma tra i tentativi di fuga dalla realtà del poeta vi sono anche l’erotismo, la “rivolta” contro Dio e, infine, “la morte”. Il poeta francese, però, rivolge particolare attenzione al vino in diverse occasioni della sua produzione: ad esempio, nell’opera dedicata all’uso e agli effetti delle droghe “I paradisi artificiali” e nella celebre raccolta “I fiori del male” vi è una sezione di cinque poesie, intitolata proprio “Il vino”. La prima delle poesie della sezione è “L’anima del vino” dove Baudelaire dà voce al magico liquido: l’anima della bevanda dalla sua “prigione” di vetro, parla al consumatore, e annuncia con consapevolezza la sua funzione consolatrice quando piomba “nella gola d’un uomo sfibrato dal lavoro” il cui petto è per il liquido meglio di una “fredda cantina”.

Charles Baudelaire – L’anima del vino

Nella bottiglia l’anima del vino – era di sera –
cantava: “Caro povero uomo, dalla prigione
del vetro e sotto questa rossa laccata cera,
ti giunga luminosa, fraterna, una canzone.

So bene quanta pena, quanto sudore occorra
sulla collina in fiamme, sotto il sole cocente,
perché io abbia un’anima, e la vita in me scorra.
Ma non sarò ingrato, non sarò impudente.

Provo una grande gioia quando soave piombo
nella gola d’un uomo sfibrato dal lavoro:
perché il suo caldo petto è per me dolce tomba,
meglio che in una fredda cantina là dimoro.

Non senti le domeniche punte da stornellate,
la speranza che mi alita nel seno palpitante?
I gomiti sul tavolo, maniche rimboccate,
tesserai le mie lodi, con il cuore contento.

Lo sguardo alla tua donna, nell’amore rapita,
accenderò, a tuo figlio darò forza e colori,
e sarò per quel fragile atleta della vita
l’olio che ben rassoda le membra al lottatore.

In te farò cadere la vegetale mia
ambrosia, raro seme che il gran Seminatore
sparge perché dal nostro amore poesia
nasca e verso Dio salga come un prezioso fiore”.

*Come nello stile di vita dei “poeti maledetti” anche il frutto della vite diventa un eccesso a cui affidarsi per evadere dalla realtà, rincorrendo illusorie forme di ispirazione poetica. Ma in questi versi dimostra anche l’innato talento che lo contraddistingue, l’anima del vino canta dalla bottiglia esortando l’uomo a berlo per dargli sollievo dalle sue fatiche, allegrezza e far nascere versi di lode a Dio che è il gran Seminatore e sparge i semi della vite sulla terra.