Annelies Marie Frank, detta Anne chiamata Anna Frank in italiano (Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929 – Bergen-Belsen, febbraio o marzo), è stata una giovane ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il suo diario, scritto nel periodo in cui lei e la sua famiglia si nascondevano dai nazisti, e per la sua tragica morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Visse gran parte della sua vita ad Amsterdam, nei Paesi Bassi, dove la famiglia si era rifugiata dopo l’ascesa al potere dei nazisti in Germania. Fu privata della cittadinanza tedesca nel 1935, divenendo così apolide, e nel proprio diario scrisse che ormai si sentiva olandese e che dopo la guerra avrebbe voluto ottenere la cittadinanza dei Paesi Bassi, Paese nel quale era cresciuta

Anna Frank nacque nel 1929 a Francoforte da una famiglia delle borghesia ebraica. La famiglia Frank viveva in una comunità mista e i figli crebbero insieme con bambini di fede cattolica, protestante ed ebraica. I Frank erano ebrei riformati: molte tradizioni ebraiche erano conservate, ma solo alcune venivano praticate. Suo padre Otto era un imprenditore che, con il sollevarsi dell’antisemitismo in Germania, decise di emigrare in Olanda con la moglie, con Anna e sua sorella maggiore, Margot. Ad Amsterdam Otto Frank avviò una azienda.  Anche in esilio i genitori si occuparono dell’educazione delle due figlie: Margot frequentò una scuola pubblica, mentre Anna venne iscritta alla scuola pubblica montessoriana nº 6 nella vicina Niersstraat. Mentre Margot eccelleva soprattutto in matematica, Anna si mostrava portata nel leggere e nello scrivere. Spesso Anna scriveva di nascosto e non rivelava a nessuno quello che scriveva.Con l’attacco alla Polonia nel settembre 1939, scoppiò la Seconda guerra mondiale e nel maggio 1940 l’Olanda venne occupata dai nazisti e cominciarono anche lì le persecuzioni razziali. La famiglia tenta allora di emigrare negli Stati Uniti, ma non riuscendovi decide di nascondersi, nel luglio del 1942 in un alloggio segreto in Prinsengracht 263, insieme con altri quattro fuggiaschi. L’iniziale speranza di Otto di poter tornare tutti in libertà dopo qualche settimana si rivelò vana: furono costretti a restare nascosti per più di due anni: non potevano uscire né fare nulla che potesse attirare l’attenzione (ad esempio facendo rumore). Il clima di tensione nel retrocasa, dove i rifugiati vivevano costantemente nella paura e nell’incertezza, portava ripetutamente a tensioni e conflitti. La vita è disagevole e costretta nel poco spazio, ma Anna, che ha 13 anni e un carattere vivace e fantasioso, comincia a scrivere in quelle stanze un diario. Vi racconterà la sua interiorità di adolescente, gli screzi con i compagni di prigionia, i suoi sogni e le sue speranze di diventare una scrittrice. Il 4 agosto 1944 le SS fanno irruzione nell’alloggio segreto e ne deportano gli abitanti. Anna e la sorella Margot vengono deportate a Auschwitz e poi nel campo di Bergen-Belsen, dove entrambe moriranno di tifo esantematico nel febbraio 1945. L’unico sopravvissuto è il padre Otto, che farà ritorno a Amsterdam al termine della guerra e verrà in possesso del diario di Anna, trovato nel rifugio segreto e consegnatogli da degli amici. Decide di pubblicarlo per la prima volta in 3.000 copie nel 1947 e per il suo impatto umano e spirituale il Diario ha conosciuto una immensa diffusione. Tradotto e ristampato in centinaia di migliaia di copie, è forse il più famoso dei testi che raccontano la tragedia degli ebrei.

Anna Frank è stata una delle testimoni “chiave” del periodo della Shoah, grazie al suo diario, alle sue lettere, arrivate fino a noi. Attraverso le sue parole, anche in questa poesia, possiamo capire quello che era l’animo e lo spirito di una bambina che viveva in quell’orrore. Questa poesia datata 1943, ci parla di quel senso di sicurezza, calore, amore che spesso noi diamo per scontato e che, lei, in quel momento non poteva avere. Il ritratto che ne esce fuori è il ritratto di una bambina piena di speranze, che vorrebbe vedere nel mondo qualcosa di bello. È così, nell’orrore, è riuscita a scriverci e tramandarci questo messaggio: quando siamo soli, tristi, infelici, possiamo sempre guardare fuori dalla finestra e sentirci completi. Possiamo sempre avere una possibilità di una nuova felicità. Perché il nostro cielo è sicuro, è “senza timori”.

Aprile

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.
Non le case o i tetti, ma il cielo.
Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere Felice.

*Finché avrai la libertà di guardare il cielo sii felice. Che meraviglioso messaggio!! Quanta speranza e voglia di vivere in questa ragazzina, che nel pieno dell’esuberanza giovanile si vede privata della libertà, delle sue abitudini, della scuola, delle amicizie e reclusa in una soffitta, al buio, a causa della guerra, dell’odio razziale, cose così lontane dal suo mondo…e che le priveranno del futuro, dei sogni, della vita.