Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore, chimico, partigiano e superstite dell’Olocausto italiano, autore di saggi, romanzi, racconti, memorie e poesie. Partigiano antifascista, il 13 dicembre 1943 fu arrestato dai fascisti in Valle d’Aosta, venendo prima inviato in un campo di raccolta a Fossoli e, nel gennaio 1944, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato al lager, tornò in Italia, dove si dedicò con impegno al compito di raccontare le atrocità viste e subite. Nato il 31 luglio del 1919 a Torino, da genitori di religione ebraica, Primo Levi si diploma nel 1937 al Liceo classico Massimo D’Azeglio e si iscrive al corso di laurea in chimica. Riesce a laurearsi nel 1941, a pieni voti e con lode, ma sul diploma di laurea figura la precisazione: “di razza ebraica”. Il 13 dicembre del 1943 viene catturato e successivamente trasferito al campo di raccolta di Fossoli (Modena) dove comincia la sua odissea. Nel giro di poco tempo, infatti, il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che deportano tutti i prigionieri in Polonia, nel lager di Auschwitz/Birkenau. Primo Levi, per il fatto di essere un chimico e di conoscere il tedesco, viene destinato a Monowitz, uno dei campi del grande comprensorio di Auschwitz/Birkenau, dove i prigionieri lavorano in una fabbrica di gomma (Buna). Si ritrovano in pochissimo tempo rasati, tosati, disinfettati e costretti a indossare la divisa a righe del campo. Primo Levi è tra i pochissimi a sopravvivere e far ritorno a casa sua, a Torino, dopo un lungo e avventuroso viaggio. Essendo stato testimone di tante atrocità, sente il dovere di raccontare: comincia a scrivere, elaborando così il suo dolore. Nel 1947 il manoscritto di Se questo è un uomo, rifiutato dalle più grandi case editrici, è pubblicato dalla De Silva. Soltanto nel 1958 con l’uscita presso Einaudi il libro diventerà una delle più conosciute e apprezzate testimonianze sull’industria della morte nazista. I suoi primi libri sono stati scritti prima di tutto per un bisogno di liberazione e come testimonianze perchè gli altri credessero a ciò che era accaduto e non dimenticassero. Nel 1963 pubblica il suo secondo libro “La tregua”, cronache del ritorno a casa dopo la liberazione (il seguito di Se questo è un uomo). Per questa opera gli viene assegnato il premio Campiello.Primo Levi muore suicida l’11 aprile 1987, nella sua Torino, probabilmente lacerato dalle strazianti esperienze vissute e dal quel sottile senso di colpa che talvolta, assurdamente, si ingenera negli ebrei scampati all’Olocausto: di essere cioè “colpevoli” di essere sopravvissuti.

Se questo è un uomo costituisce l’esordio letterario di Primo Levi. Scritto febbrilmente tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947, racconta la prigionia subita dallo scrittore nel campo di Auschwitz nel 1944. Il testo venne scritto non per muovere accuse ai colpevoli, ma come testimonianza di un avvenimento storico e tragico. Questa poesia precede il romanzo e si apre sul modello di uno dei più importanti passi della Bibbia ebraica (Deut. 6,4ss.) nel quale Mosè esorta Israele a tenere sempre a mente, in ogni momento del giorno, che Dio è l’unico Signore di Israele. L’esortazione è preceduta da un comando: Ascolta Israele! (Shema Israel). Levi sembra quasi proclamare che i deportati sopravvissuti ad Auschwitz hanno il compito e l’autorità di proclamare un nuovo comandamento, relativo al ricordo e alla conservazione della memoria di quanto è accaduto.

Shemà
(Primo Levi)
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

*Meditate, non dimenticate, vi comando queste parole…ripetetele ai vostri figli perché vi siano di monito, perché ciò che è stato non si ripeta più! Versi forti, crudi, tragici, specchio della più terribile e vergognosa pagina della storia dell’umanità. Un uomo segnato che alla fine è stato sopraffatto dalle tante brutture vissute. Voi che vivete sicuri nelle vostre case, siate felici di questa pace, consapevoli di quale dono prezioso sia.