Storie in centrifuga: Napoli non molla Copertina flessibile – 1 settembre 2020

di Lorenzo Rossomandi (Autore), Rossana Germani (Autore)

Ci sono queste persone e poi ci sono tutte le persone speciali, che non sono citate in questo racconto, ma che sono in piazza ogni giorno a manifestare e non mollano. Persone che non devono essere solo ringraziate per quello che hanno fatto. Ma devono essere incoraggiate, incitate e aiutate per quello che stanno facendo e continueranno a fare per loro stessi, ed, in modo forse inconsapevole, per tutti noi. Gli operai Whirlpool di Napoli che stanno resistendo sono il simbolo di coloro che in questo paese non vogliono arrendersi all’egoismo, all’incapacità e all’arroganza di chi si crede più forte. Ce la faremo!Non molliamo.Ce la faremo!.

Lorenzo Rossomandi – Scritti

L’alba stava arrivando. Non sembrava essere un’alba molto diversa da quella del giorno prima e, probabilmente, neanche da quella successiva. Un’alba comunque un po’ particolare per Napoli. Faceva freddo. Anche se era ancora novembre e anche se la settimana prima il termometro segnava 20 gradi all’ombra.

Eppure quell’alba sarebbe stata per Nico l’inizio di un giorno importante. Avrebbe guadagnato le sue prime diecimila lire. Non erano tantissime, ma erano importantissime per lui. Sapeva che a casa sarebbero state accolte come qualcosa di preziosissimo. Già si immaginava i volti inizialmente sorpresi, poi via via sempre più felici e gioiosi di sua madre e suo padre. Avrebbe detto loro di averli guadagnati scaricando mattoni per dei muratori. Pensò che forse erano troppe diecimila lire, allora si disse che qualcosa si sarebbe inventato. Sapeva che la cosa era pericolosa. Sapeva che i suoi genitori non avrebbero approvato. Che per loro saperlo pagato da “quelli” sarebbe stata una vera e propria vergogna. Ma alla fine aveva deciso di farlo, di seguire Carmine in quel tipo di lavoro. Carmine glielo aveva detto tante volte che con “quelli” si guadagnava bene e il lavoro non mancava. Alla fine aveva ceduto. Voleva dare la svolta alla propria condizione e a quella della sua famiglia. Lo faceva anche per rabbia. La rabbia per aver visto suo padre ammazzarsi di lavoro e ricevere in cambio una vita di rinunce. 

Con il vento freddo che pareva volesse distruggergli le orecchie, si incamminò verso il porto. L’appuntamento era lì. Doveva essere puntuale. Carmine si era raccomandato. Né prima né dopo. Alle sette.

Mancavano ancora venticinque minuti all’ora prevista ed era praticamente arrivato.

Si fermò, girò l’angolo e si allontanò dal punto previsto per l’incontro. Poi si fermò di nuovo, c’era un bar lì vicino. Entrò dentro per riscaldarsi un po’. Resistette alla tentazione di un caffè. Ancora i soldi non li aveva. Sarebbero arrivati. Ma ora non ne aveva da spendere.

Si guardò intorno. Una ragazza e un ragazzo erano seduti ad un tavolino parlando sottovoce. Tre uomini stavano mangiando brioche e bevendo i loro cappuccini al banco. Il barista preparava un caffè con l’espressione del volto seccata, probabilmente per il quarto uomo che continuava a parlargli di calcio. Nico si pentì di essere entrato sapendo di non poter consumare, ma il piacere che gli provocò il calore dell’ambiente gli ricordò il motivo della scelta. Finse di sostare aspettando qualcuno guardando fuori, poi si avvicinò ad un tavolino. Sfogliò distrattamente il giornale mentre il suo cuore cominciava a dargli qualche segnale di disagio riguardo ciò che stava facendo. Cominciò a pensare a ciò che gli avrebbero potuto chiedere in cambio di quelle diecimila lire. Pensò a suo padre, alla tenacia con cui aveva portato avanti la propria famiglia nonostante tutte le difficoltà. Ma in modo onesto. “Devi sempre poter guardare negli occhi chiunque senza vergognarti” gli diceva spesso. 

Guardò di nuovo il suo orologio che sua zia gli aveva regalato per la prima comunione. Mancavano quindici minuti. Forse era il momento di avviarsi? No! Ancora cinque minuti. 

Guardò di nuovo fuori dalla vetrina. Il tipo che parlava di calcio si era zittito. Ma solo per un momento. Aspirò una boccata dalla sigaretta che teneva tra pollice e indice. Poi, spegnendo la cicca nel portacenere e soffiando via il fumo dai polmoni, esclamò: «beh, io vado al colloquio, fatemi gli auguri.» 

Uno dei tre uomini al banco si girò verso di lui e gli disse: «Non mi dire che alla fine dovrai lavorare.» 

«Lo spero!» rispose l’uomo, trascurando l’ironia neanche tanto velata della frase. «Quel posto in fabbrica mi serve come il pane.»

«Ma quanti ne assumono?» chiese il barista, che nel frattempo aveva cambiato espressione. 

«Settanta, e senza bisogno di esperienza. Per questo ci spero». 

Si abbottonò il giubbotto preparandosi ad uscire.

Si stava avvicinando a Nico.

Nico pensò di fermarlo.

Adesso gli era accanto.

Nico rimase immobile.

L’altro lo oltrepassò.

Stava per afferrare la maniglia.

Nico prese fiato e gli chiese:

«Dove assumono?»

Il tipo si voltò, lo guardò e poi rispose: «Alla Ignis… che non li senti i giornali radio?»

Nico iniziò a riflettere. 

Velocemente.

C’era un lavoro da prendere.

Era giovane, aveva possibilità. 

Ma non c’era alcuna certezza che le cose sarebbero andate bene.

Il “lavoro” di Carmine era sicuro.

Il lavoro alla Ignis sarebbe stato onesto.

Ma non era sicuro.

Guardò l’orologio. Mancavano otto minuti.

Doveva prendere una decisione velocemente.

Fino a un minuto prima era sicuro di ciò che voleva. 

Adesso no.

Doveva pensare. Doveva scegliere.

Sicurezza ma malavita, o sorte ma onestà.

Pensò a Carmine, alla sua moto, al suo orologio. 

Poi pensò agli occhi di suo padre.

Li immaginò pieni di lacrime per quello che suo figlio sarebbe diventato. 

Un malavitoso.

Si passò la mano sui capelli.

Si voltò verso il banco e chiese:

«Dov’è questa Ignis?»

Da ”Storie in Centrifuga, Napoli non molla” di  Lorenzo Rossomandi e Rossana GermaniTemperatura edizioni