PAREIDOLIE MORSE

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Ho bisogno di un suono.

Che raccolga questa manciata di pruriti e dia loro una forma compiuta.

Ho bisogno di un codice, dettato dai lampi, o scosso da un ramo sul ciglio della strada. Si affaccia in saluto, è una mano secca di foglie. Punto linea punto, punto accento linea seme. Si inchina al vento.

Fuga dalla nausea del sentire. In un luogo riservato al vuoto, nostalgia d’assenza emotiva. Cerco uno spazio per la trasparenza, con temperatura colore 2000 k. Se ci abitassi delineerei solo difformità al mio fianco perché non sono capace di costruire un viso che mi consoli. Buon odore quando ci si abbandona, lascio riposare la coscienza: eclissi caleidoscopio. 

Non un essere compiuto, giacerei con orecchie distopiche e arti sparsi, fluidi viscosi o improvvisa tempesta di polvere fine. A dirigere l’onda amorfa 8 hertz, pareidolie a tratti.

Linea punto punto, linea linea linea, punto punto punto linea, punto.

Seguo i miei fari proseguire sull’asfalto, a sinistra la linea bianca dice: linea linea linea…cinque linee: zero gradi. Rischio sbandamento temporale, le ruote fanno prurito alla strada, io mi faccio prurito coi pensieri. Fermo il mio secondo veicolo, l’auto, proseguo a piedi col mio primo veicolo, il corpo. Dall’alto vedrei solo un paesaggio buio, l’essere (io) che lo percorre non ha alcuna azione rilevante, è parte stessa del paesaggio. “Veduta notturna con accessori mobili.”

Non è il mio corpo un essere che percorre, è spazio – disomogeneo – dentro lo spazio. 

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