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Appunti alessandrini

La nostra pubblicazione ha ricordato il centenario della nascita di Pasolini (5 marzo 1922 / 2 novembre 1975) con tre corposi interventi di Nuccio Lodato sul capolavoro cinematografico, “Il Vangelo secondo Matteo”. A me pare, in aggiunta, che si possa rilevare l’intrigante coincidenza del succitato centenario con quello di Ernesto Balducci (6 agosto 1922/ 25 aprile 1992): non si tratta di una coincidenza irrilevante, tale sarebbe se si trattasse di un semplice punto di vista anagrafico; si tratta invece di sottolineare il rapporto tra due straordinari intellettuali della seconda metà del secolo scorso che, trattando degli stessi temi e argomenti hanno prospettato opzioni bene spesso diversi, se non di esplicito dissenso. Il fatto è che il padre scolopio si trovò a esprimere un’indiscussa curiosità intellettuale nei confronti di Pasolini, cui si univa un deciso dissenso nei confronti della sue idee. Giova, precisare che, nel corso degli anni anche successivi alla morte dello scrittore (Balducci gli sopravvisse per diciassette anni, fino al 1992), lo scolopio ebbe a ripensare ripetutamente a una convinzione pasoliniana per cui il Vangelo era da considerarsi “…lo strumento perenne della liberazione dell’uomo”; su tale convinzione si veniva a recuperare una sintonia importante per chi, come per il nostro frate, il Vangelo aveva costituito la ragione di fondo di una vita e di tante lotte fuori e dentro l’istituzione ecclesiastica.

In ogni caso, per capire le ragioni di una stima, di una significativa curiosità intellettuale probabilmente reciproca fra i due e nello stesso tempo le ragioni del dissenso, resta indispensabile riferirsi al contesto della loro esperienza. Agli inizi degli anni sessanta, in Italia, il modello contadino entra in crisi: l’industrializzazione con indubbia crescita del benessere, provoca tuttavia squilibri di diverso carattere, tra Nord e Sud del Paese, tra città e campagna, tra impresa industriale e resistenza di un residuo rurale sempre più fragile. Uno squilibrato progresso anche nei consumi si accompagna a una significativa diffusione di una cultura di massa e il ruolo della televisione diventa centrale nell’orientare le opzioni e gli orientamenti di tutto il Paese. Si potrebbe dire che si trattò di una tappa della formazione unitaria degli Italiani.

Con questo mondo la Chiesa entrò in dialogo attraverso il Concilio e le indicazioni di papa Giovanni circa un adeguato discernimento dei “segni dei tempi”.Il complesso delle conclusioni conciliari trovò una sua fondamentale, anche se non unica, pagina di intervento nella riforma liturgica. Le lingue nazionali sostituirono il latino nelle celebrazioni e soprattutto nella comunità radunata per l’Eucarestia. Cade il Mistero, si fa strada la Condivisione.

Paradossalmente, ma non tanto per chi conosceva Pasolini, lo scrittore rimase critico e perplesso. Secondo il suo orientamento ideale la riforma liturgica contribuiva a  cancellare i valori del sacro e le tradizionali realtà sociali (famiglia, cultura, lingua e chiesa) connessi. Egli temeva una Chiesa che con la rimozione della sacralità delle forme proprie del sacro, si omologasse alla deriva dei processi consumistici. Temeva una Chiesa che si accodasse a un genere di borghesia interessata a rompere col passato solo per privilegiare “il consumo e la soddisfazione delle conseguenti esigenze edonistiche.” Ovviamente va precisato che Pasolini non intendeva affatto difendere le ragioni dell’istituzione ecclesiastica, né tanto meno il regime di cristianità; semplicemente( (e lo esplicitò in diversi interventi sui media italiani, ma anche in rare occasioni di confronto con lo stesso Balducci) non capiva perché la Chiesa depositaria del Vangelo non fosse passata all’opposizione del potere che la stava abbandonando cinicamente, il potere consumistico completamente irreligioso. Evidentemente non si trattava neppure di scelte analoghe a quella di una Cristina Campo che si opponeva alla riforma liturgica in difesa di una spiritualità perduta; per lui era mancata un’opposizione radicale alla borghesia che stava trasformando in modo alienante i valori di una tradizione sacrale e stava preparando la caduta definitiva del senso religioso, in favore della vittoria del capitalismo. Una nostalgia che con tutta evidenza guardava al futuro e non si ripiegava sulla vuota tradizione formale delle istituzioni.

Balducci dissente in nome del discernimento del bene che c’è nella storia. Egli ribadisce la centralità delle riforme conciliari e ritiene che la riforma liturgica costituisca il superamento del sacro come negazione della strade del discernimento e della condivisione. Ritiene, e forse senza adeguata analisi del pensiero pasoliniano, che lo scrittore fosse ancorato e condizionato dal passato. In un articolo su “L’Unità” del 1985 (decennale della morte di Pasolini) riprende l’opzione pasoliniana della centralità del Vangelo, ma aggiunge che il testo sacro guarda al futuro all’utopico mentre la scelta di Pasolini resta ancorata al prima con scarso senso dell’ortodossia per l’appunto. Tuttavia gli riconosce che in una religiosità spezzata c’è una grandezza: il fuoco di una coscienza radicale. La conseguenza sta nel fatto che nella comune lotta ai poteri del consumo i due erano peraltro troppo diversi per capirsi; eppure il timore pasoliniano delle omologazioni indotte dal consumismo sembrerebbero proprio guardare al futuro. Balducci credeva alla possibilità di individuare nei “segni dei tempi”  le orme di una creazione positiva da promuovere nella storia. Pasolini opinava che l’attenzione ai “segni dei tempi” concedesse spazi e percorsi alla negazione del sacro e impedisse un futuro alla Chiesa, paradossalmente omologata alle logiche del consumismo. A ben vedere si trattava di un’opzione tutt’altro che ripiegata sul passato come prospettava Balducci, nel suo giudizio critico sul grande intellettuale.

Per entrambi, in ogni caso, “…il Vangelo resta lo strumento perenne della liberazione dell’uomo”. Personalmente mi intristisco mentre penso alle possibili banalizzazioni che il futuro potrebbe riservarci, se anche la depositaria del Vangelo dovesse faticare a sottolineare la centralità dell’assioma in cui  tanto Pasolini quanto Balducci credettero.

Due centenari, due personalità straordinarie: si sono conosciuti,confrontati, stimati, nel dialogo dialetticamente contrapposto.