La nonviolenza (dal sanscrito ahimṣā «non violenza», «assenza del desiderio di nuocere o uccidere o fare male») è un metodo di lotta politica che consiste nel rifiuto di ogni atto di violenza (in primo luogo proprio contro i rappresentanti e i sostenitori del potere cui ci si oppone), ma anche disobbedendo a determinati ordini militari (obiezione di coscienza) o altre norme e codici, articolando la propria azione nelle forme della disobbedienza, del boicottaggio e della non-collaborazione (resistenza nonviolenta).Il principio venne teorizzato formalmente negli anni Venti del Novecento dal Mahatma Gandhi e applicato dal movimento anticoloniale indiano, che lo ricollegava al principio di origine induista e buddhista dell’ahimṣā, ed ebbe un peso notevole per il successo del movimento indipendentistico indiano. All’esempio di Gandhi si sono richiamati esplicitamente Martin Luther King e diversi movimenti pacifisti. La nonviolenza risulta dall’insoddisfazione verso cio’ che, nella natura, nella societa’, nell’umanita’, si costituisce o si e’ costituito con la violenza; e dall’impegno a stabilire dal nostro intimo, unita’ amore con gli esseri umani e non umani, vicini e lontani. La manifestazione piu’ concreta ed anche piu’ evidente di questa unita’ amore e’ l’atto di non uccidere questi esseri e di non operare su di loro mediante l’oppressione e la tortura.La nonviolenza è il buon uso del conflitto. Non è l’astensione, la neutralità assente. Non è assolutamente l’indifferenza tra l’aggressore e l’aggredito; né il semplice non-fare-violenza (la gandhiana “a-himsa”). La nonviolenza sta nel conflitto, non lo elude, non lo nasconde, anzi lo mette in luce quando è pericolosamente occultato. Di più, solleva e apre il conflitto, quando c’è un’ingiustizia, una violenza tacita e statica, incarnata nelle strutture sociali. La nonviolenza sta dentro il conflitto e lo gestisce con la forza della sincerità, in modo tale da condurlo ad essere un atto di vita e di verità.
Sta nel conflitto per trasformarlo da mortale in vitale, da eliminatorio in costruttivo.
Il conflitto, in se stesso, non significa scontro violento. Nonostante la confusione del linguaggio corrente, non è sinonimo di guerra. Il conflitto nasce da una differenza. L’incapacità di accettarla porta alla violenza, che vuole sradicare la differenza. L’intelligenza della vita, invece, riconosce la differenza e il conflitto come “un’occasione di verità” (Gandhi).

NAPOLI

Oggi la resistenza non violenta è una dottrina filosofica e politica a cui si richiamano non solo movimenti di
opposizione alla guerra, ma anche gruppi che mirano, più in generale, al cambiamento sociale.Per fermare la guerra bisogna non farla, non prepararla: con questo assunto il movimento nonviolento italiano si schiera contro il conflitto in Ucraina, ricordando le opposizioni che provengono dai territori coinvolti. Come già aveva avuto modo di scrivere Piero Pinna allo scoppio della Guerra del Golfo: “Da tempo veniamo segnalando, nel dilagante superficiale uso attuale del termine nonviolenza (da parte persino di Capi di Stato, detentori e fautori di violenza bellica!), tutta l’improprietà e stortura dei modi di intenderla”. La conseguenza pratica della nonviolenza politica, da Gandhi a Capitini, infatti, è l’azione diretta antimilitarista, cioè il rifiuto di collaborare a tutto ciò che tiene in piedi gli eserciti e che prepara le guerre.Ciò che caratterizza la nonviolenza è l’uso di mezzi nonviolenti anche quando le teorie tradizionali giustificano l’uso della guerra. Ovvero l’uso di mezzi nonviolenti in sostituzione dei mezzi violenti, anche nel caso in cui sembra che di questi non si possa assolutamente fare a meno, e pertanto siano moralmente giustificati.

Mohāndās Karamchand Gāndhi, comunemente noto con l’appellativo onorifico di Mahatma (in sanscrito: महात्मा, letteralmente “grande anima”, ma traducibile anche come “venerabile”, e per certi versi correlabile al termine occidentale “santo”) (Porbandar, 2 ottobre 1869 – Nuova Delhi, 30 gennaio 1948) è stato un politico, filosofo e avvocato indiano. Gandhi è stato uno dei pionieri e dei teorici del satyagraha, un termine coniato da lui stesso, cioè la resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile di massa che ha portato l’India all’indipendenza. Con le sue azioni, Gandhi ha ispirato movimenti di difesa dei diritti civili e personalità quali Martin Luther King, Nelson Mandela e Aung San Suu Kyi. In India, Gandhi è stato riconosciuto come “Padre della nazione” e il giorno della sua nascita (2 ottobre) è un giorno festivo. Questa data è stata anche dichiarata Giornata internazionale della nonviolenza dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Mohandas Karamchand Gandhi nacque a Porbandar, una città costiera situata nella penisola del Kathiawar, capoluogo dell’omonimo principato, nell’allora Raj britannico (attualmente parte dello stato indiano del Gujarat), il 2 ottobre 1869 da una benestante famiglia indù vaishnava modh facente parte della casta dei Bania, composta da mercanti, commercianti, banchieri. Nel 1882, all’età di 13 anni, Gandhi si sposa, con un matrimonio combinato secondo la tradizione indù, con Kastürbā Gāndhi, anch’ella di soli 13 anni, figlia del ricco uomo d’affari Gokuladas Makharji, di Porbandar. Gandhi in seguito condannerà più volte “la crudele usanza dei matrimoni infantili”. Nel 1886, all’età di diciotto anni, l’anno dopo la tragica morte del padre, parte per studiare da avvocato presso lo University College di Londra. Gandhi parte nonostante le discordie e per questo viene dichiarato paria, ovvero “fuori casta” dal capo della sua stessa comunità. Due giorni dopo aver superato gli esami finali di Giurisprudenza parte dall’Inghilterra il 12 giugno del 1891 per far ritorno nella sua terra, in Sudafrica entra in contatto con il fenomeno dell’apartheid, ma anche con il pregiudizio razziale e le condizioni di quasi schiavitù nelle quali vivono i suoi 150.000 connazionali. Questa situazione lo porterà a un’evoluzione interiore profonda. In quanto testimone diretto dell’intolleranza, del razzismo, dei pregiudizi e dell’ingiustizia verso gli indiani in Sudafrica, Gandhi comincia a riflettere sullo stato del suo popolo e sul proprio posto nella società. Dalla lettura dei vari testi religiosi, egli deduce che la rinuncia è la più alta forma di religiosità, infatti a 37 anni decise di prendere voto di castità, d’accordo con la moglie ma contro la sua religione. Nello stesso periodo inizia quella che verrà poi identificata come la sua attività distintiva: il digiuno, come mezzo di purificazione e di autodominio. Con queste pratiche di purificazione si inaugura la satyagraha, la forza della verità che possiede l’unica arma la non violenza, l’arma dei deboli secondo alcuni, ma egli soleva dire: “La non violenza è fatta di materia solida, è l’arma dei cuori più forti.” Fu arrestato diverse volte, la prima per aver invitato alla disobbedienza civile, nel settembre 1906, tutti gli asiatici che la polizia aveva proposto di schedare, venne rinchiuso per sette anni, altri due dal 1921 al 1923, sempre per aver fomentato la ribellione civile e un’altra volta, per un anno, nel 1930 per aver simbolicamente prodotto alcuni grammi di sale per protestare contro il monopolio
e in prigionia perse nel 1944 l’adorata moglie Kasturba, morta di infarto dopo 18 mesi di arresti domiciliari. Gandhi era ormai diventato un simbolo del movimento pacifista mondiale, dopo essere stato, fin dagli Anni ’20, il perno della lotta per l’indipendenza indiana. Ma quando la sua terra fu finalmente libera, il Mahatma scoprì che con la partenza degli inglesi gli indiani avevano accettato (e voluto) anche la mela avvelenata, la “partizione” del Paese in due Stati sovrani: l’India induista e il Pakistan islamico. Quando le differenze religiose interne si trasformarono in lotta fratricida e tra i due confini si assistette al più grande esodo di massa della Storia, il Mahatma si ritirò a pregare e digiunare. Il 30 gennaio del 1948, alle cinque della sera, Nathuram Godse, un estremista indù lo avvicinò, piegandosi davanti a lui come in omaggio, e gli sparò tre colpi a bruciapelo. Gandhi mormorò “He Ram” (Oh Dio) prima di morire. Aveva 78 anni.

Dovremmo staccarci dai beni materiali, dai bisogni terreni. Dovremmo saperci elevare e portare avanti una vita dedita alle piccole cose. La natura, la bellezza che ci circonda come una sorgente, un raggio di sole. E pensare al prossimo, regalare un sorriso, regalare emozioni e condividerle con gli altri, diventano una luce che ci guida per tutta la vita. L’uomo più grande di sempre, l’animo più nobile che possiamo ricordare, ci ha lasciato così un testamento di amore.

Prendi un sorriso
(Mahatma Gandhi)
Prendi un sorriso,
Regalalo a chi non l’ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole,
Fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente,
fai bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima,
Posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il coraggio,
Mettilo nell’animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
Raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza
E vivi nella sua luce.
Prendi la bontà
E donala a chi non sa donare.
Scopri l’amore
e fallo conoscere al mondo.

*Una “grande Anima”, un uomo che ha scritto la storia come un fulgido esempio, mettendo in atto una “guerra rivoluzionaria” sovvertire imperi e governi senza usare le armi…la non violenza…digiuno, sciopero, resistenza, la forza delle idee, della dignità contro la repressione aggressiva. E questa luce mirabile e generosa splende con forza in questi versi, donare a chi non ha, amare il mondo. Oggi come non mai servono le sue sagge parole in un mondo sempre più lontano dall’idea stessa di una convivenza civile e pacifica.