Linfoma e protesi al seno, il Ministero: “Il rischio è legato all’impianto, ma l’origine è da chiarire”

Il numero di casi è esiguo, ma il dicastero sta finanziando una ricerca

14-09-2022 12:47 Donne Silvia Mari Agenzia DIRE

seno donna

ROMA – “Si ipotizza che alla base possa esserci un processo infiammatorio cronico che potrebbe a sua volta essere innescato da alcuni tipi di testurizzazione tipici di alcune protesi o da un microfilm batterico presente sulla superficie dell’impianto”. E’ questo che riporta il Report del ministero della Salute, diramato al termine delle fase pilota del Registro nazionale sulle protesi al seno, relativamente al presunto legame tra questi dispositivi medici e il rischio di linfoma anaplastico a grandi cellule (il BA-ALCL), una patologia “la cui eziopatogenesi resta ancora da chiarire”, si legge. Il ministero si fa parte attiva di studio e sta finanziando, come il documento riporta, una ricerca per capire perchè “con uno stesso tipo di protesi solo pochissimi soggetti sviluppino” questo tipo di linfoma.
Da oggi quindi questa tipologia di linfoma diventa in certo senso “un rischio” legato alla chirurgia che utilizza le protesi mammarie ed è contemplato nel consenso informato.
Nel registro, attivo da marzo 2019, risultano inseriti “3 casi di BA-ALCL” e “negli ultimi 10 anni, a febbraio 2022, ne risultano notificati al ministero 79”. L’insorgenza della malattia arriva a una media di 7,7 anni e il sintomo è il “sieroma periprotesico”, diagnosticabile con un’ecografia. L’incidenza è “molto variabile” e va da “1 caso su 3.817 a 1 su 30.000”. La variabile è legata al tempo di vita della protesi e alla tipologia di protesi impiantate.
“Nell’esperienza italiana il 90% delle pazienti è guarito” e su 35 milioni di protesi impiantate nel mondo il numero di casi resta basso, ma, si legge ancora, “la mancata significatività dell’esiguo numero di casi non esime il ministero della Salute dal continuare a studiare questa patologia”, soprattutto per gli aspetti ancora da chiarire e la massima autorità italiana a tal fine è infatti operativa in una task force internazionale che fa monitoraggio, raccoglie e studia i dati relativi alla patologia.

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