Dal Convivio alla Divina Commedia, il sommo poeta Dante ha imbandito delle tavolate molto particolari per i suoi lettori di ieri e di oggi, confermando la fama della buona cucina italiana. Nel periodo in cui Dante Alighieri visse a Firenze, verso la fine del XIII secolo, la città stava raggiungendo un ottimo tenore di vita civile e culturale. Il benessere economico aveva creato i presupposti per uno sviluppo della città in senso artistico e culturale. Infatti anche la cucina divenne, in questo periodo, più ricca e raffinata: dalla Sicilia arrivavano le mandorle, la frutta candita e lo zucchero di canna; dall’Oriente le profumatissime spezie. I mercati fiorentini, ben organizzati e controllati dalle autorità, erano ricchi di prodotti, che ogni giorno arrivavano freschi dal “contado”: in particolare ortaggi, uova, pollame e formaggi.
E noi, commensali affamati, ci sediamo ardenti di desiderio alle sue mense, pur consapevoli che forse non riusciremo a gustare fino in fondo alcune prelibatezze, e soprattutto per nulla timorosi di incorrere in quel peccato della gola punito nell’Inferno perchè vizio capitale e da espiare come tendenza peccaminosa nel Purgatorio. Gregorio Magno lo definiva vizio carnale già nei Moralia: mangiare con avidità o fuori pasto frequentemente, eccedere nelle quantità, scegliere cibi prelibati, esagerare nei condimenti. Bastava rientrare in una di queste situazioni e personaggi come Ciacco, Forese Donati o Bonaggiunta Orbicciani venivano immediatamente tacciati di questo peccato.
Quello che Aristotele nella sua Etica indicò come una sorta di schiavitù perché è un desiderio naturale, seppur di cibo, ma smodato e portato all’eccesso, nella religione cattolica diventava un peccato grave: un impulso naturale, il nutrimento fondamentale per la vita, si trasforma in un desiderio disordinato d’appagamento immediato del corpo fino al compiacimento, perciò da condannare sia in quanto mancanza di autocontrollo e diretto verso un bene terreno e non verso Dio, sia come forma di disuguaglianza sociale in un momento storico in cui fame e povertà erano la quotidianità per molti. Le indicazioni della Chiesa erano molto puntuali e Dante non vi si sottrasse; un uomo sobrio, amante del cibo semplice e consapevole della gravità del peccato della gola: forse per questo il sommo poeta nelle sue opere non introduce mai riferimenti diretti al cibo, se non generici o in forma di metafora, a cominciare dal banchetto per eccellenza che allestisce per i suoi lettori, quello del Convivio. Passando alla Divina Commedia, Dante non tralascia il tema del mangiare, sia come metafora sia come peccato: sono state rilevate ben 17 ricorrenze per la parola fame e 16 attestazioni del termine cibo. Il desiderio smisurato di cibo viene condannato e punito nel terzo cerchio: qui Dante, dopo aver placato Cerbero gettando pugni di terra nelle sue “bramose canne”, presenta ai lettori il più famoso goloso della letteratura, quel Ciacco (Ciacco da Buoninsegna o Ciacco dell’Anguillara), che sarà anche protagonista di una novella del Decameron: si rivolta nel fango, battuto da una pioggia immutabile. L’immagine della cucina ritorna nella quinta bolgia, nella scena dei diavoli chef che fanno lessare la carne dei barattieri, qui puniti, in una sorta di pentolone da brodo: la pece bollente. “Non altrimenti i cuochi a lor vassalli fanno attuffare in mezzo la caldaia, la carne con li uncin, perché non galli…” Infine è San Bernardo a sottolinearlo a Dante nel XXXII canto; solo il pan de li angeli (Paradiso II, v. 11), cioè il nutrimento della contemplazione mistica, dei misteri divini di cui si può finalmente essere ghiotti, potrà saziare, culminando nell’ultimo canto nella pienezza della visione di Dio: è la ricompensa finale per una vita condotta con purezza e rettitudine.

NAPOLI

[Convivio, I, cap. 1]

Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! E miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo! […] Coloro che a così alta mensa sono cibati non sanza misericordia sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando”.

*Come sempre nella storia, ecco che la Chiesa minacciava, condannava in un marasma di ipocrisia. I preti imponevano il digiuno, ritenendo il cibo un peccato di gola mentre le cucine dei monasteri traboccavano e la maggior parte del popolo soffriva la fame.