Spunti per un discernimento politico

Alla vigilia delle imminenti elezioni si è riaperta una vecchia disputa intorno al peso/rilevanza dei cattolici nella politica italiana. Non ci è dato qui di tematizzare la questione. Ci limitiamo a marcare le distanze da due opposti approcci: quello di chi coltiva una sterile nostalgia per un tempo rappresentato (assai approssimativamente) come segnato dalla “egemonia cattolica” e comunque da una sostanziale unità politica dei cattolici, oggi non più riproponibile; o quello di chi, all’opposto, teorizza la pratica insignificanza di una ispirazione cristiana nell’azione politica. Ci riconosciamo semmai nel cenno riservato alla questione da parte del cardinale Parolin, secondo il quale la politica vanta una sua autonomia che va onorata e dunque i cattolici, come singoli o come gruppi, possono e devono liberamente e laicamente aggregarsi su base politica (non confessionale) senza tuttavia rinunciare – così Parolin – a una loro originale istanza profetica. La quale, sia chiaro, può generare orientamenti politici e militanze diverse. A ben vedere non tutti compatibili con una pregnante ispirazione cristiana. Quanto segue, dunque, non vanta pretese di esclusività, ma riflette solo il punto di vista dei soggetti sottoscrittori.

Può darsi che si esageri quando si stabilisce un paragone tra la portata della contesa elettorale imminente e quella del 1948. Taluni paventano minacce alla nostra democrazia. Di sicuro un serio problema per la salute della democrazia è rappresentato dalle dimensioni dell’astensionismo a contrastare il quale certo non contribuisce lo spettacolo avvilente offerto dai partiti nel compilare le liste dei “nominati”. All’insegna dei “paracadutati” e dell’affannosa corsa ai posti garantiti. Partiti ridotti a oligarchie autoreferenziali, ricettacolo di un ceto politico proteso a perpetuare se stesso. Dunque, non è priva di fondamento la preoccupazione per le sorti del nostro paese. Almeno sotto tre profili: talune pulsioni illiberali, la collocazione geopolitica dell’Italia, la prospettazione di ricette demagogiche che condurrebbero il paese al default. L’opposto della sobria raccomandazione del Papa circa le elezioni italiane condensata in una parola: responsabilità! Giusto perciò iscrivere il giudizio politico nel quadro di tali motivate preoccupazioni. Senza però trascurare priorità programmatiche che ci permettiamo di segnalare.

In primo luogo, i tre grandi scenari, tra loro strettamente intrecciati, della pace, della giustizia sociale e della salvaguardia della biosfera, che rivestono una priorità assoluta sul piano globale, continentale e locale, ma per nulla centrali nei programmi elettorali. Difetta una visione del futuro; difettano, insieme, la speranza e la responsabilità. La questione sociale in senso lato, secondo tutti gli analisti, già nei prossimi mesi, assumerà dimensioni drammatiche: povertà, precarietà, disoccupazione, redditi più bassi per i lavoratori, disuguaglianze. A fronte di questo scenario vanno stigmatizzate tutte le offerte politiche che da un lato disegnano politiche fiscali insostenibili e inique, per altro in contrasto con il principio costituzionale della progressività, oltre a sanatorie e condoni che minano senso civico e di giustizia; dall’altro che vorrebbero abolire (e non semmai rimodulare) lo strumento di contrasto alla povertà del reddito di cittadinanza. In sostanza un depotenziamento del welfare in una congiuntura che semmai prescriverebbe al contrario una sua estensione.

La questione ambientale e del contrasto al cambiamento climatico. Dai più solo retoricamente evocata, nonostante la sua portata epocale e urgente attestata sia dalla comunità scientifica sia dalla comune esperienza di eventi estremi sempre più frequenti e sconvolgenti. Bisogna evitare che l’emergenza energetica attuale blocchi ancora una volta la transizione verde necessaria. Trattasi di una sfida cui sono particolarmente sensibili i giovani di ogni latitudine e da inscrivere, a tutti gli effetti, nell’orizzonte della giustizia tra le generazioni. Il nesso tra questione sociale e questione ambientale è la tesi cardine del magistero di Francesco, sotto il titolo di “ecologia integrale”, svolto nella Laudato si’ e nella Fratelli tutti.

La guerra, quasi scomparsa nel confronto elettorale. L’inequivoco giudizio sulla responsabilità di essa e sul diritto alla legittima difesa non ci esonera dalla ricerca incessante e tenace di vie negoziali e dal dovere di non avallare una concezione del conflitto che punti irrealisticamente all’annientamento dell’avversario (come nelle guerre totali novecentesche) o addirittura a una escalation bellica. Le alleanze politico-militari, nel nostro caso la Nato, non ci devono impedire di fare valere il nostro punto di vista (trattandosi appunto di alleanze). Nel quadro di un’Occidente di cui riconosciamo i valori, ma che non possiamo intendere come un blocco contrapposto al resto dell’umanità in sviluppo, il nostro ruolo è costruire un autonomo protagonismo dell’Europa i cui interessi e i cui valori non sempre né necessariamente coincidono con quelli degli Usa. Abbiamo bisogno di più Europa, e di un’Europa più solidale, che renda stabile l’intuizione di NextGenEu. La prospettiva epocale di civiltà, per la quale dobbiamo cercare un più forte impegno di razionalità collettive politiche, deve assumere come orizzonte il rilancio della cooperazione multilaterale internazionale nel quadro dell’Onu, la riforma dei processi di globalizzazione, il superamento della guerra, il disarmo e la smilitarizzazione, la comprensione internazionale, il contrasto alla produzione e al commercio delle armi.

Tale orizzonte decisivo, che lega insieme pace, giustizia sociale e salvaguardia dell’ambiente, richiama ulteriori questioni di fondo. L’immigrazione. Trattasi di questione epocale, non di un’emergenza, che dunque esige visione di lungo periodo e cooperazione internazionale. Da gestire con realismo e senso di responsabilità, ma senza infondati allarmismi. Mirando a una immigrazione regolare grazie a flussi programmati e alla salvaguardia del diritto d’asilo, così come prescrive la Costituzione, collaborando con le ONG impegnate nei salvataggi delle vite umane in mare. Va stigmatizzata l’azione di chi cavalca il problema in chiave elettoralistica facendo leva su paura e pregiudizi. Sono per converso da apprezzare quanti si impegnano in politiche di integrazione articolate sul territorio. Gli economisti sono concordi nel sostenere che, specie a causa del trend demografico, una immigrazione ben gestita rappresenta una indispensabile risorsa per la nostra economia e per il nostro Welfare. A cominciare dal sistema previdenziale e dalla sua sostenibilità nel lungo periodo.

L’investimento su volontariato e terzo settore. Mai come oggi si richiede di preservare il carattere universalistico del nostro Welfare. Il che prescrive un assetto dei grandi servizi volti a soddisfare fondamentali bisogni-diritti – esemplarmente la sanità, l’istruzione, l’assistenza – imperniato su un ben inteso primato del pubblico. Un primato che tuttavia non si deve tradurre in un monopolio statale nella gestione dei servizi. I complementari principi di solidarietà e sussidiarietà prescrivono una cordiale collaborazione tra pubblico e privato-sociale. Solo così è possibile scongiurare la burocratizzazione della rete dei servizi e dare corpo a un welfare comunitario integrato da pratiche mutualistiche di reciproco aiuto. La famiglia. Essa abbisogna di un complesso organico di politiche mirate a mettere in condizione i giovani di farsi una famiglia. Misure che attengono alla formazione, al lavoro, alla casa, al sostegno alla maternità, agli asili nido, alla difficile conciliazione tra famiglia e lavoro che scontano soprattutto le donne. Notoriamente la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, con cospicui riflessi negativi sulla crescita, è una delle non invidiabili peculiarità italiane.

La legalità e la lotta alle mafie che affliggono ormai l’intero territorio nazionale. L’impressione è che, al netto dei rituali, si sia sensibilmente abbassata la soglia della vigilanza da parte di politica e istituzioni. Sia nella concreta azione di contrasto ad esse, sia nella attiva promozione di una cultura della legalità a tutti i livelli. Solo due esempi: candidature borderline e la sfacciata proposta di sanatorie e condoni, un colpo mortale al dovere morale e civile della fedeltà fiscale. Infine, si richiede di vigilare sui capisaldi della nostra democrazia costituzionale. Sarebbe contraddittorio, nel mentre si rivendica la differenza tra i nostri regimi liberali e le autocrazie, cedere alla spinta alla verticalizzazione del potere, al depotenziamento degli istituti di garanzia, alla terzietà del supremo organo arbitrale rappresentato dalla presidenza della Repubblica. L’istituzione che, più di ogni altra, ha preservato una fiducia presso l’opinione pubblica. Così pure sarebbe un errore assecondare disegni di riforma ordinamentale che, sotto la voce “autonomia differenziata”, concorrano a dilatare il divario economico-sociale tra nord e sud del paese. Un vulnus inferto al principio dell’uguaglianza dei diritti in capo ai cittadini ovunque essi risiedano nel territorio nazionale in coerenza con il dettato dell’art. 3 della Costituzione.

Trattasi solo di alcune priorità. Altre se ne dovrebbero aggiungere. Priorità tutte da inscrivere nell’orizzonte programmatico-valoriale da assumere quale fondamento e obiettivo di un’azione politica adeguata alle sfide del XXI secolo: l’europeismo e la scelta prioritaria per il sostegno e lo sviluppo della cultura, dell’istruzione, della scuola (dalla scuola dell’infanzia all’istruzione superiore, universitaria e post-universitaria). In questa duplice priorità – Europa e cultura – sta il cuore della nostra stessa identità, del nostro umanesimo, secondo un principio di fraternità, aperto a tutti e a tutte. Sono solo spunti per un discernimento politico in vista di un appuntamento politico-elettorale che non possiamo disertare e che non ci è concesso di affrontare con leggerezza.