Alla fine di una recente presentazione del mio libro “Il sesso è (quasi) tutto” in una bellissima biblioteca di una cittadina del nord italia, dopo che la lunga coda del firmacopie si è esaurita, un signore si avvicina timidamente con il libro in mano. Vuole essere l’ultimo, fa passare avanti tutti gli altri. Mi porge il libro quasi tremando e con voce rotta mi chiede di dedicarlo a Francesca, sua figlia.

Ma vedo gli occhi bagnati, le labbra che tremano: gli metto una mano sulla spalla e gli chiedo: che succede? Come sta Francesca? Lui mi guarda negli occhi e con un filo di voce mi dice: “Ora sta bene, è felice. Ma è stata dura. Francesca era Franco”.

Sento immediatamente quella commozione come mia, mi alzo dalla sedia, lo abbraccio mentre lui piange e gli chiedo: raccontami. E lui mi dice solo due cose: che quando sua figlia è uscita dalla sala operatoria aveva un sorriso così felice come non l’aveva mai vista prima.

E che lui teneva che nessuno avrebbe capito e che invece Francesca è tornata nella sua cittadina, ha ripreso il suo lavoro, sta facendo carriera, ha tanti amici che non l’hanno mai abbandonata. Il papà piange ma sorride, perché è andato tutto bene. E mi ringrazia senza motivo… io non ho fatto nulla. Ma so che lui sta ringraziando tutte le persone che negli anni hanno difeso i diritti delle persone transgender e hanno reso possibile quello che ai suoi occhi è un miracolo.

Qualche settimana prima, in una situazione analoga, mi si era avvicinata una donna transgender e piangendo mi aveva detto che se il mio libro fosse stato letto dai suoi compagni di scuola, tanti anni fa, lei si sarebbe certamente risparmiata tante notti di lacrime e disperazione.

A chi mi chiede se non mi stanco ad andare in giro per l’Italia a tenere conferenze, rispondo con la voce di queste donne, di questo padre…. La mia voce è la loro voce.