Bambini capricciosi? Aiutiamoli a capire le emozioni.

Dott.ssa Mariangela Ciceri Psicologa Clinica e Forense. 

Il «capriccio» è l’espressione di un disagio. 

Sebbene da adulti, con il proprio carrello condizionante di esperienze, ci piaccia etichettare alcuni comportamenti come tali, in realtà ciò che perdiamo di vista è che il «capriccio» è una comunicazione verso l’adulto, un tentativo di stabilire una relazione capace di «educare». 

A condizionarci, nel giudizio che facciamo di comportamenti ritenuti inappropriati (pianti, urla, rabbia …) sono le nostre aspettative e la pretesa che il bambino faccia o si comporti come, per età, a volte non è in grado di fare.

Alla base di reazioni considerate «maleducate», persino imbarazzanti, vi sono le emozioni sociali ossia: la rabbia, la vergogna, la gelosia, persino il senso di colpa. Sensazioni e stati d’animo che il bambino è in grado di riconoscere e comunicare solo quando riesce a capire cosa sta succedendo in lui e come questo avviene.

Da un punto di vista dello sviluppo cognitivo e affettivo le tappe necessarie affinché ciò avvenga richiedono l’acquisizione di alcune forme di pensiero: confronto con esperienze pregresse, il riconoscimento dell’emozione «sentita dentro», una pianificazione rispetto all’obiettivo che si vuole raggiungere, lo sviluppo di una strategia per ottenerlo.

Ciò che spesso pretendiamo o ci aspettiamo da un bambino, è che, di fronte a un desiderio, un bisogno, una difficoltà, egli tenga conto, nel chiedercelo ed esprimerli, di emozioni più «eleganti» come l’imbarazzo e l’empatia, in modo da evitarci disagio.

I bambini però non hanno una così vasta gamma di pensieri a disposizione. La loro competenza nel riconoscere il proprio stato d’animo è semplice e poco controllabile. 

Sono gli adulti che hanno il compito di aiutarli sul percorso dell’apprendimento emotivo, in modo da facilitare il controllo di quelle manifestazioni, legate appunto alle emozioni, che necessitano di contenimento perché troppo intense.

Cosa fare? Ogni bambino è «unico» e prova emozioni differenti in situazioni simili. Inoltre l’età e la competenza cognitiva ed emotiva acquisita possono condizionare. Spetta all’adulto, presente in quella situazione, a modularsi nella relazione con lui, tuttavia può essere utile: 

  • non generalizzare definendolo cattivo o maleducato (meglio dire: ti stai comportando in modo cattivo/maleducato)
  • non ledere la sua autostima con frasi del tipo: ti comporti sempre male (oltre ad essere sbagliata non consente al bambino di discriminare tra comportamento utile e inutile)
  • provare a capire quale sia l’emozione che ha generato il «capriccio» e accoglierla (non giudicandola) 
  • dargli il tempo di esprimere la sua emozione e, quando la crisi sarà passata, non tentennare nel dire ciò che lo aiuterà a contenere emozioni sociali.

I bambini non hanno bisogno di giudizi e scapaccioni ma di confini, regole e rispetto dei limiti per crescere. 

Mariangela Ciceri

Sono psicologa clinica e forense. Come clinica mi occupo di consulenza e supporto psicologico sia individuale che di coppia, di psicodiagnostica, di sostegno alla genitorialità, di psico-geriatria, di orientamento scolastico e professionale. Come libera professionista in ambito giuridico e forense il mio ruolo è quello di consulente nella valutazione del danno psichico dovuto ad eventi traumatici, di valutazione delle competenze genitoriali in caso di separazione e divorzio, di mediazione familiare. Conduco inoltre laboratori di comunicazione, psicologia sociale, uso della scrittura come strumento di consapevolezza e problem solving, al fine di facilitare il superamento di criticità emotive.

Alessandria

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