LORENZO MELIGRANA

Non mi stancherò mai di ripetere che compito precipuo degli intellettuali calabresi e, più in particolare, degli insegnanti delle nostre scuole, sia quello di contribuire al superamento di tutte quelle rappresentazioni mentali e sociali che hanno sempre esercitato -e continuano purtroppo ad esercitare- un pesante condizionamento sui problemi e sulle questioni da affrontare e da risolvere. 

Per il passato, infatti, è prevalsa la logica clientelare o quella, altrettanto deleteria, del “Quieta non movère” , in ossequio alle quali ogni intervento (sociale, economico e culturale) è stato sempre fatto tenendo presenti gli interessi particolari piuttosto che le reali esigenze della collettività. 

Anche la Scuola è stata in parte piegata a queste logiche, nel senso che la sopravvivenza della sua struttura gerarchico-burocratica se da una parte ha assicurato funzionalità al sistema, dall’altra parte ha compresso e mortificato le esigenze di partecipazione democratica e le spinte propulsive per il cambiamento provenienti da gran parte degli insegnanti e degli studenti, la cui aspirazione ad una Scuola più libera e più aperta ad accogliere i nuovi fermenti presenti nella società civile, ha trovato spesso un freno, se non una decisa opposizione, nelle forze oscure della conservazione, ancora ferme nella difesa degli antichi “valori” (il rispetto, la pazienza, la fedeltà, l’ubbidienza, la tolleranza, la rassegnazione…).

Così stando le cose, non meraviglia se in tanti anni è mancata una seria politica scolastica e si è invece privilegiato un modello di scuola dove tutto veniva deciso dall’alto e dove difficilmente potevano trovare accoglienza e risposta le istanze avanzate dalla base.

Oggi per fortuna sono molti, almeno a parole, a sostenere che senza un efficiente e democratico sistema scolastico non sia possibile alcun cambiamento; di qui, la necessità e l’urgenza di sburocratizzare la Scuola, di aprirla alle realtà territoriali e a tutte le agenzie culturali, cercando soprattutto di coinvolgere in questa operazione le famiglie dei nostri studenti, oggi per la verità un po’ cambiate rispetto al passato, e più aperte e sensibili verso i temi dell’ambiente, degli anziani, degli emarginati e verso i nuovi valori emergenti (la solidarietà, la giustizia, la responsabilità e la pace). 

Notiamo infatti con soddisfazione come nel quadro delle iniziative culturali -e grazie soprattutto all’Autonomia scolastica– moltissime Scuole calabresi si siano distinte nell’organizzazione non solo di mostre sul nostro immenso ed inestimabile patrimonio di arte, di storia e di cultura, o di dibattiti sulle tradizioni popolari, sul folklore e sulle nostre radici culturali, ma anche di spettacoli, di visite guidate a Musei, a Biblioteche e ad Archivi.

E tutto questo è stato realizzato non sulla linea di una celebrazione acritica del passato (per far rivivere, per esempio, attività e mestieri che il progresso tecnologico ha reso antiquati e antieconomici), ma nella direzione di un recupero e, quindi, di una riproposta del passato attraverso un dialettico confronto col presente. 

In questa prospettiva vanno inquadrate le numerose “Sagre”, le danze popolari, i canti e tutti quei momenti di aggregazione tanto attesi, caratterizzati da un entusiasmo, da una schiettezza e da una genuinità che erano elementi tipici della cultura delle classi sociali cosiddette “subalterne” e che non sarebbe male riprendere e valorizzare. 

Hanno un fascino tutto particolare i vasai, gli scalpellini, i sarti, i calzolai, i fabbri, gli arrotini, gli stagnini, i banditori con la trombetta…; commuove il ricordo di mestieri, di oggetti e di manufatti legati a momenti e a situazioni particolari della nostra storia: ricchezze in estinzione, certamente, ed un pezzo del nostro passato definitivamente tramontato. 

E tuttavia c’è uno spazio dove queste ricchezze possono continuare a vivere: sono i musei, le pinacoteche, le mostre permanenti, dove è possibile “leggere” la storia del nostro passato, comprendere i progressi compiuti e misurare la fatica e il sacrificio che ci sono voluti per costruire un futuro migliore. 

Solo in questo modo il folklore e le tradizioni popolari potranno diventare parte viva e vitale del nostro presente; solo così il passato potrà esserci di grande aiuto, evitando il ripetersi di errori e di orrori che hanno dolorosamente segnato la nostra storia. 

Rispetto a tutto questo gli intellettuali calabresi e, più in particolare, gli insegnanti delle nostre Scuole, hanno una grande responsabilità: quella di aprire, soprattutto per i giovani, le vie del futuro, partendo da un’analisi oggettiva del passato per isolarne gli aspetti più significativi e per recuperarne e renderne attuali tutti quegli elementi che costituiscono il nostro orgoglio e la nostra forza.