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La storia operaia secondo Renzo Penna

Franco Livorsi 15/11/2022

Ho letto con vivo interesse il libro di Renzo Penna – ex segretario della Camera del Lavoro di Alessandria, ex dirigente socialista, e poi deputato del Partito Democratico di Sinistra, e da anni Presidente dell’Associazione politico-culturale Città Futura di Alessandria – Lavoro come valore. Quando c’era la F.L.M. Gli anni delle lotte sociali, della tensione, dei diritti e dell’unità (1968-1980), con Prefazione di Maurizio Landini, Edizioni Falsopiano di Alessandria, aprile 2022, pagg. 659, pubblicato per iniziativa comune, e quanto mai opportuna, della CGIL e dell’ISRAL (l’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria). Per la Camera del Lavoro l’iniziativa editoriale s’inserisce pure nella celebrazione dei centovent’anni dalla nascita della CGIL, che in Alessandria sorse subito. E quale modo migliore di ricordarlo se non riprendendo la grande avventura del Sindacato dei metalmeccanici, unitario, negli anni della contestazione e dintorni?

Su questo giornale on line ne hanno già parlato bene Patrizia Nosengo (24 giugno) e ora Michele Ventura (12 novembre), ma siccome ho avuto modo, in un dibattito presso il Museo della Gambarina di Alessandria avvenuto il 19 ottobre, di parlarne anch’io, invitato a svolgere io pure il mio intervento in forma scritta, lo faccio volentieri di seguito.

Innanzitutto a me questo grosso libro è parso molto utile. Si tratta di un tipo di lavoro che come storici chiamiamo di storia documentaria, in cui cioè si presentano – ma come parte di un tutto unitario – documenti rilevanti su un dato argomento e tempo. Si tratta di un lavoro sempre prezioso in ogni campo, ma direi soprattutto nell’ambito della storia del movimento degli operai in carne e ossa. Lì, come sappiamo, purtroppo la grandissima parte di quello che viene detto e fatto si perde purtroppo in una sorta di porto delle nebbie; ed è un peccato perché la storia di un grande movimento delle masse lavoratrici ha una straordinaria rilevanza storica, anche senza più attribuire alla “classe operaia” il ruolo taumaturgico – talora da soggetto sottinteso della storia contemporanea – che come marxisti operaisti attribuivamo ad essa negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, vedendo “la C.O.”, talora, come le giacche azzurre che arrivano a salvare il fortino assediato. Strappare all’oblio il movimento operaio, con tutte le sue lotte e speranze, e capacità, di cambiare il mondo, è dunque bene. Lo è per la Storia in generale, perché – come diceva il Foscolo nel 1806 nel carme Dei Sepolcri – “Anche la Speme, / Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve / Tutte cose l’obblio nella sua notte; / E una forza operosa le affatica / Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe / E l’estreme sembianze e le reliquie / Della terra e del ciel traveste il tempo”; ma lo è molto di più per il grande movimento dei lavoratori nella storia, in cui lotte specifiche, dirigenti importanti ma non di rilievo macrostorico, veri tribuni tra i lavoratori che io ho conosciuto a fondo, spariscono senza lasciar traccia, anche se sotterraneamente quel che hanno fatto spesso frutta; ma chi l’ha fatto sparisce come fantasma nella notte.

Oltre alla gran messe di documenti che Penna cita nella sua storia operaia, colpisce molto il vasto apparato fotografico, spesso straordinario. Per me la fotografia più bella è quella a pag. 434 (F. 126. Roma, 22 giugno 1979. La Lega FLM di Alessandria di corsa per il Contratto”) in cui si vede il prete operaio Giovanni Carpené, in camicia, allora metalmeccanico, e i suoi amici che corrono allegramente e simbolicamente per le vie della capitale, con le loro rosse bandiere, verso un fine realizzabile per loro importante.

Il libro di Penna è continuamente in bilico tra l’autobiografia (del militante e dirigente sindacale, cioè propria) e la storia (del movimento operaio, specialmente metalmeccanico e alessandrino), ma la seconda dimensione è di gran lunga più svolta della prima. L’opera è costruita come un puzzle o mosaico, come un insieme di tante tesserine o momenti che, accostati a dovere, ci danno la storia come fossero fotogrammi di una pellicola. È lo stesso modo di procedere che caratterizza il grande opus Patria di Enrico Deaglio e Valentina Radaelli, che ci ha dato tutta la storia nazionale dal Sessantotto in poi al rallentatore, in quattro grandi volumi usciti da Feltrinelli dal 2018 a oggi e che coprono l’arco tra il 1967 e il 2020. Certo Penna non è Deaglio (e sarebbe piaggeria negarlo), ma il suo contributo, che partendo soprattutto da Alessandria si apre all’Italia, è importante. In più egli connette la macrostoria dei metalmeccanici alla sua microstoria, pur significativa: storia che da diplomato dell’ITIS di Alessandria l’ha portato ad essere impiegato all’Alfa Romeo di Milano dal 1969; poi all’argenteria Ricci di Alessandria per sette anni, e quindi funzionario e poi segretario provinciale della FIOM, e dal 1983 segretario della Camera del Lavoro di Alessandria (più oltre deputato e assessore).

Il milieu del movimento operaio soprattutto alessandrino si fa sentire, con tanti personaggi che tra gli anni Sessanta e Settanta ho conosciuto benissimo anch’io, come Mario Mantovanelli, allora ai chimici, o Bellan, allora agli edili, o Giuseppe Ravera, allora Segretario della Camera del Lavoro, o Franco Coscia e Vittorio Bellotti della CISL, e tanti altri. In quegli anni io, che già insegnavo (dal 1969 come professore di Filosofia alle Magistrali), ero stato un convintissimo marxista operaista, seguace nel PSIUP dal 1964 (e un poco prima ancora) di Vittorio Foa, e amico di tutti gli operaisti marxisti più rappresentativi del PSIUP regionale, anche come membro della segreteria piemontese, come Pino Ferraris e Clemente Ciocchetti, tra i veri protagonisti della contestazione operaia alla FIAT, e come il biellese, poi storico all’Università pure lui come me, Franco Ramella. Ero il responsabile del “lavoro operaio” del PSIUP della provincia di Alessandria, dal 1964 al 1972 (poi confluito nel PCI allo scioglimento del PSIUP), con tanti cari amici tra gli operai e in dialogo con il movimento studentesco. Allora credevamo di aver trovato nella classe operaia, sindacalmente organizzata o meno, il soggetto collettivo di una nuova storia en marche; e degli innumerevoli volantini e opuscoli da me prodotti o coordinati in quegli anni c’è ben traccia nel mio Archivio privato, tanto che qua e là faccio capolino pure nel libro di Penna. Ad esempio io il segretario della FIOM di Alessandria dell’autunno caldo, Giovanni Divano, l’ho conosciuto bene e l’ho anche intervistato pure sull’”Idea socialista”, come conobbi bene pure il suo Vice, il mio grande amico di Pontecurone Marcello (“Marcellino”) Castellani, che era stato il protagonista delle lotte dei fornaciai, e che con lo spirito libertario che si ritrovava finì per non intendersi col comunista Divano, e divenne poi dirigente della CISL. Quando era Vice alla FIOM lo intervistai proprio sullo storico contratto conquistato dai metalmeccanici nell’autunno caldo (I metalmeccanici prima e dopo il nuovo contratto. Intervista a Marcello Castellani, della segreteria provinciale FIOM-CGIL, “l’idea socialista”, n. 1, gennaio 1970). A un cero punto gli chiesi: “Quali sono, a tuo parere, le conquiste più importanti del nuovo contratto?”. Mi rispose: “Anche se non avevamo mai conseguito risultati salariali così alti, per me le grandi conquiste sono quelle che il padronato non può riassorbire: 40 ore in tre anni, diritto d’assemblea dentro le fabbriche, parità normativa tra operai e impiegati in materia di malattia e di infortuni.”

Penna ci restituisce una storia corale della classe operaia, sia pure vista in gran parte dal punto di vista del sindacato, ma di un sindacato veramente “di classe” qual era la FIOM, e tanto più quando i metalmeccanici divennero per anni un solo sindacato, la Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM). La politica la si vede di scorcio, ma se ne dà conto, ivi compresa quella specifica del sindacato.

Tra i temi più rilevanti trattati ci sono quelli relativi alla ripresa delle lotte operaie (ad esempio la FIAT era riuscita a impedire gli scioperi a Mirafiori dal 1954 al 1962, anche se gli operaisti marxisti più arrabbiati, come Alquati e Gobbi, giuravano che in modo sotterraneo c’erano conflitti operai anche “invisibili”), ma dal 1962 l’antagonismo operaio crebbe di continuo, e per gli anni del suo lavoro Penna lo documenta bene. Poi, ci mostra bene il legame tra movimento operaio e studentesco in quegli anni. Ci fa pure vedere la costruzione del sindacato nelle fabbriche, raccontando anche episodi emblematici e poco conosciuti oggi. E ci documenta la lotta per i nuovi diritti sociali (che qui ho prima ricordato tramite le parole del mio compianto amico “Marcellino”).

Tutto questo è molto importante perché l’importante Welfare State che ci troviamo in Italia, da anni sotto attacco, fu la risultante: anche se a mio parere non va dimenticato mai che la spinta antagonista della classe operaia, sindacalmente organizzata e non, e la stessa pressione dei comunisti, sempre più o meno egemoni in quel mondo, non sarebbero mai bastate se a livello di governo non ci fossero stati elementi riformisti sensibili, come il ministro democristiano del lavoro, Carlo Donat Cattin, o come Giacomo Brodolini, Gino Giugni e altri (i democratici di sinistr e soprattutto i socialisti riformisti, insomma). Ci fu insomma una dialettica che noi, pur allora pretesi “rivoluzionari” democratico-socialisti e sempre in polemica col vecchio socialismo riformista, chiamavamo dialettica tra rivoluzione e riformismo.

Questo per me valse soprattutto per tutti gli anni Sessanta. La seconda metà degli anni Settanta la vedo già come riflusso, anche se so molto bene, sin da quando lessi con straordinario entusiasmo il libro di Rosa Luxemburg del 1899 Riforme sociali e rivoluzione (in: “Scritti scelti”, a cura di L. Amodio, Edizioni Avanti!, 1963) che la rivoluzione, nel senso di grande ondata antagonistica, produce frutti riformisti ancora a lungo: per cui negli anni Settanta, sino alla riforma della sanità del 1978 o, sul piano sociale, sino alla “marcia dei quarantamila” quadri FIAT del 14 ottobre 1980 (campana a morto dell’antagonismo operaio), ci furono ancora buoni frutti. Ma secondo me l’onda d’urto, di “alternativa” di civiltà, o di sistema, o almeno di governo (nel senso dell’Alternativa di sinistra socialista-comunista), dopo il dicembre 1969 si depotenzia via via, diventa intrasistemica e viene riassorbita nel moderatismo “di sinistra”. Nonostante gli entusiasmi dei comunisti, raggiunti i quali nel 1972 su ciò fui “molto perplesso” sin dal principio, già l’ideologia del compromesso storico enunciata da Berlinguer – uomo di straordinario carisma “morale” come Pertini, ma non so se grande leader politico – nel settembre-ottobre 1973 su “Rinascita” per me era ed è stata una strategia per tempi considerati di riflusso: tempi aperti sì alle riforme, ma nell’ottica di quell’Orazio antico del VII secolo avanti Cristo che combatteva con i Curiazi ritirandosi. Ma questa è una discussione ulteriore (qui un poco “fuori tema”).

Invece va tenuta ferma la grande utilità del contributo di Penna “per gli storici”, anche locali, che da tutta questa massa di importanti testi e memorie avranno sempre molto da imparare.

di Franco Livorsi

La storia operaia secondo Renzo Penna