«Vedi, quando mettono a posto una camicia nell’armadio, lo fanno senza accogliere. La camicia soffre della concavità al contrario, è storpia, senza amore. Noi, invece, sarà da un senso innato di maternità, diamo anche agli abiti un abbraccio d’anima, come fossero parti di noi stesse o dei nostri cari da trattare con garbo e affezione. Non so il tuo compagno, ma il mio fa così, senza cura: prende o mette via le sue cose con una incomprensibile superficialità. E pensare che io gli tratto tutto con riguardo, ma poi lo osservo e mi viene da chiedermi se ne valga la pena.»
Il suo compagno (ora lo chiamo sempre e solo in questo modo anonimo) una volta era il mio ragazzo. Un biondo con gli occhi marroni, capelli mossi, sguardo misterioso, camminata da fantino anche qualche dettaglio del vestire – un po’ di pancetta tonda tonda devo riconoscere, fatto strano per un uomo giovane, ma a me piaceva. Cercava in maniera celata di mettermi in una gabbia, pur senza volerlo mostrare apertamente. Quando seppe che studiavo Economia politica con un collega di corso, indagò sulle mie intenzioni di volermi sposare o no presto con lui. Risposi che dovevo finire gli studi e in risposta si allontanò fino a sparire: neanche più una telefonata, silenzio e basta. Al diavolo pensai, pur con un’intima sofferenza mai esternata con nessuno, e continuai per la mia strada verso la laurea.

«Vanni è ordinato, lo era già prima della nostra convivenza e ancor di più dopo che insieme a me ha imparato a tenere tutto a posto. Forse tu non hai educato abbastanza il tuo Tobia? Cara, questi errori si pagano a vita, chissà se sei ancora in tempo per raddrizzarlo 

Eh già, Vanni è ordinato, è educato, è perfetto, è un buono…Come quella volta che incontrandomi per caso dopo la rottura (ma sarà stato davvero un caso?) mi fermò sul marciapiede e mi invitò per il sabato sera in discoteca. Perplessa non sapevo cosa dire, poi credetti a un ritorno ed entusiasta accettai. «Porta anche la tua amica Linda, io porto un amico – aggiunse – così ci svaghiamo un po’ tutti insieme.»

Una serata a sorpresa, con lui che ebbe modo di corteggiare Linda e me a pochi metri a sopportare l’altro, detestabilmente appiccicato addosso. Quando vidi il loro primo bacio presi giacca e borsa e uscii senza avvisare nessuno, dritta all’autobus con un groppo nelle viscere e gli occhi che stavano per scoppiare. Andai a trovare Linda qualche giorno dopo e le dissi chiaramente quanto fossi disgustata. Lei non capiva, anzi fingeva, e si dichiarava fautrice di libertà: «Se una storia finisce, ne inizia un’altra senza che un ex debba dar conto a nessuno. E tu che sei intelligente, mi ha spiegato lui, sicuramente avevi capito le sue intenzioni quando ti ha fatto l’invito includendo me. Noi ora usciamo insieme, stiamo insieme, siamo innamorati. Non devi prendertela…E la nostra amicizia resta quella di sempre, di anni di confidenze e vissuti, scuola ed emozioni, infanzia e adolescenza indimenticabili.»
«
Bel discorsetto, amica mia. Hai solo dimenticato quanto io sia ferita per essere stata usata in un modo così bieco e vigliacco.»
«Non devi piangere. A volte il destino agisce per noi, è inutile stare a soffrirne.»  
«Vabbè, ora mi devo sorbire anche la lezione filosofico-esistenziale! Quanto sei fatti miei tu, non lo avrei mai sospettato. Ci voleva questo incidente di percorso ad aprirmi gli occhi!»
“Mi fai davvero pena”. Quest’ultima frase non volle uscirmi dalla bocca, rimase a ruotarmi in testa in un vortice per giorni e notti, finché cancellai le loro facce dalla memoria.

Con gli anni l’amicizia tra me e Linda riprese. Mi cercò e risposi invitandola a una festa: avevo preso casa con il mio compagno, un ex collega che mi corteggiava praticamente da sempre. «Rigorosamente da sola – le precisai – ed entrambe senza rancori.»
Ripresi a frequentarla, solo lei, ignorando l’esistenza di Vanni, anche se ovviamente di lui non mi importava più niente. Avevo un amore e stavo bene. I figli che ogni tanto giocavano con i figli di Linda. Le nostre vite erano, e sono, molto diverse: lei casalinga, io ricercatrice in un’azienda affermata; lei che non muoveva un passo senza il compagno geloso, io indipendente e autosufficiente. Meglio che sia andata così con Vanni: come avrei fatto a sopportare le sue concezioni antidiluviane sulla vita di coppia? E a soddisfare i miei bisogni materiali con un reddito non mio?

«Sei troppo orgogliosa, te l’ho sempre detto. Nella vita bisogna anche accontentarsi, cedere a certe necessità per tenere in piedi un rapporto, una famiglia. Nel mio caso ho ceduto io e non mi pento della scelta. Ho tutto, cosa dovrei rincorrere?»

A Linda, povera Linda rassegnata e contenta che parla così, voglio ancora e davvero bene, ma non riesco a credere all’ingiustizia di tanta abnegazione.
Taglio corto: «Dai, vestiti, ti porto in un posto fantastico, di quelli dove scommetto non metti più piede dai tempi del liceo! Portiamoci anche i bambini, così li mettiamo sulla buona strada.»
Altro che accontentarsi, si guarda allo specchio, guarda me e corre a prepararsi. Indossa un vestito a palloncino color nuvola e sandali acquistati su una bancarella ma carini, ha un’ombra di trucco sugli occhi “che occhi ancora malinconici, mio dio…” – e un rossetto che già da solo invece dice sì alle novità, dà un calcio alle regole di Vanni e se ne frega delle reazioni di sicuro prossime a venire. Spegne il cellulare – evviva! – e viene di corsa con me.
Insieme abbiamo rivissuto i tempi dell’amicizia incondizionata, cancellando gli sguardi angusti del periodo del fattaccio. Una gran bella cosa, ricostruita dopo decenni.

«Sei cambiata da un giorno all’altro, ti sei emancipata! Come una farfalla uscita con la primavera dal bozzolo, hai annusato la libertà e ti sei messa a volare – le faccio osservare un pomeriggio prima di andare in palestra insieme – ma quello non ha fatto nessun reclamo? Mi sembrerebbe strano. Scusa la domanda, non è per intromettermi nella vostra vita privata, ma me lo sto chiedendo spesso.»

«Non c’è più, non sopportava la mia indipendenza e ha fatto le valigie. Non l’ho pregato di restare, nonostante i sentimenti che tuttora nutro per lui. La notte piango, di giorno faccio di tutto per essere felice della mia nuova vita. Non te ne ho parlato per essere, sentirmi più forte. Sono una roccia, vedi?»
«Ma dai, davvero non state più insieme? Non so se dire che mi dispiace o congratularmi con te, ma in fondo obiettiva non lo sono, allora mi limito al no comment. Sei sicura di voler continuare senza quello? Non vorrei sentirmi in colpa per aver stravolto una coppia affiatata e solida. Se è così mi perdonerai.»
Sono stata pungente, lo ammetto a me stessa, in quegli attributi che le ho sillabato quasi sottovoce. “Tant’è, accetterà la provocazione”, mi giustifico.

«Cosa dici? Non ho da perdonarti ma da ringraziarti. Questo mio nuovo stato di esistenza mi piace e non voglio perdere di nuovo la tua amicizia, tornando sui miei passi. Significherebbe fare una scelta: o te o lui. Scelta che ho già fatto. Mi va benissimo l’attuale me.»
«Brava! Sai che ti dico? Programmiamo un bellissimo viaggio. Ho in mente un giro nelle capitali del Nord. Io, tu e i ragazzi. Il mio caro Tobia resta a casa, lui mi comprende e mi aspetta sempre. Abbiamo stretto un patto di semilibertà: nessuno dei due deve mettere le sbarre alla nostra storia. Siamo liberi di farci le vacanze da soli, oltre a quelle insieme. Lo stesso per le uscite, qualche viaggio e qualche interesse personale.»

«Che bello! Berlino, Amsterdam, Copenaghen. Ti stanno bene? Non sono mai stata in nessuna di queste città, anzi non sono mai stata in nessun posto fuorché il nostro Paese da tanti anni. Prenotiamo per il mese prossimo, il tempo di prepararmi praticamente e mentalmente a un po’ di tempo lontana da casa. Grazie, mia cara, meno male che ci sei!»
“Bastava poco, in fondo, per farti salire di qualche gradino nella qualità della vita. Ma come ti vedo strana, non riesco a capire quell’ombra, sembra una nube negli occhi”.
Passano alcuni giorni e la chiamo: «Linda ciao, tutto bene? Non ti sei fatta viva, dovevamo scegliere i voli, gli alberghi e tutto quanto. Rischiamo di perdere delle buone offerte. Mi raggiungi da me più tardi così cominciamo le ricerche?»

Resta muta, io parlo ancora, penso a un inconveniente della linea, lei forse non riesce a sentire. Chiudo, richiamo. Chiudo, richiamo. Non risponde. Ancora e ancora: non risponde. All’indomani uguale. Decine di volte, più giorni. Squilli a vuoto, perché mi ignora? Vado presto sotto casa sua, al citofono: nessuna risposta. Muta. Linda non vuole più. Il cambiamento è finito. Mi ha voltato le spalle e dentro di me un rinnovato squarcio. Capisco che mi ha tradita di nuovo.


dipinto: Automat, Edward Hopper 1927

Testo pubblicato nella rivista bimestrale “Quaderni” dell’Associazione culturale Lo Specchio di Alice, Movimento letterario-artistico internazionale UniDiversità – aps.
Anno XIV – N.79, n.4/2022