Alessandria, post pubblicato a cura di Pier Carlo Lava 

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IL COMPIANTO PROF. GIORGIO BARBERI SQUAROTTI
GIUDICA COSÌ L’OPERA DI CARMELO ALIBERTI.
La poesia di Aliberti espressa con un linguaggio
metaforico ed espressionistico fino al grido e alla visione.

di Giorgio Bàrberi Squarotti

C’è una sicura costanza nella vicenda poetica di Aliberti nel lungo arco di
circa 50 anni, ed è fortemente riservato e distintivo della sua ricerca: la passione
morale e politica sempre espressa con un linguaggio aspramente espressionistico nella
varietà ricchissima e singolare e originale delle metafore, tese fino all’estremo del
grido e della visione. È una voce fortissima quella di Aliberti, che riporta la poesia al
suo ruolo originario di preveggenza e di amplificazione del grido di disperazione degli
invisibili, con l’obiettivo di riscatto delle plebi dimenticate, con il riconoscimento della
loro dignità umana, sempre ignorata o negata nei secoli.

Giorgio Bàrberi Squarotti (Torino, 1929-2017) è stato un critico letterario e
poeta italiano. La sua scomparsa ci ha rubato un grande maestro, illuminante guida
per diverse generazioni. Fu sempre disponibile a sostenere poeti e scrittori validi che
ricorrevano al suo sostegno, ma la sua vocazione culturale e il costante impegno
dell’intera sua vita la dedicò agli studi e alla valorizzazione di scrittori e poeti
dimenticati o ignorati, e approfondimenti delle opere dei cosiddetti Grandi, non
indagati sufficientemente.

RACCOLTE DI POESIE

La voce roca, La declamazione onesta, Finzione e dolore, Notizie dalla vita,
Il marinaio del Mar Nero e altre poesie, Dalla bocca della balena, In un altro regno, La
scena del mondo, Dal fondo del tempio, Le vane nevi, Le Langhe e i sogni Il gioco e il
verbo, La storia vera, I doni e la speranza, Gli affanni, gli agi e la speranza, Le foglie di
Sibilla, Lo scriba delle stagioni, Il giullare di Nôtre-Dame des Neiges.

SAGGI

Astrazione e realtà, Poesia e narrativa del secondo Novecento, Metodo,
stile, storia, La poesia italiana contemporanea dal Carducci ai giorni nostri, La narrativa
italiana del dopoguerra, Pagine di teatro, Teoria e prove dello stile del Manzoni, La
cultura e la poesia italiana del dopo guerra. La forma tragica del Principe e altri saggi
sul Machiavelli, Simboli e strutture della poesia del Pascoli, Camillo Sbarbaro, Il gesto
improbabile. Tre saggi su Gabriele D’Annunzio, L’artificio dell’eternità. Studi danteschi,
Il codice di Babele, Manzoni. Testimonianze di critica e di polemica), Gli inferi e il
labirinto. Da Pascoli a Montale, Poesia e ideologia borghese, Fine dell’idillio, Da Dante
a Marino, Le sorti del tragico, Il Novecento Italiano: romanzo e teatro, Il romanzo

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contro la storia. Studi sui Promessi sposi, Dall’anima al sottosuolo. Problemi della
letteratura dell’Ottocento da Leopardi a Lucini Giovanni Verga. Le finzioni dietro il
verismo, Invito alla lettura di Gabriele d’Annunzio, Il potere della parola. Studi sul
Decameron, La poesia del Novecento. Morte e trasfigurazione del soggetto, L’ombra di
Argo. Studi sulla Commedia, L’onore in corte. Dal Castiglione al Tasso, La forma e la
vita. Il romanzo del Novecento, Machiavelli, o La scelta della letteratura, Manzoni. Le
delusioni della letteratura, Il sogno della letteratura, In nome di Beatrice e altre voci,
Le maschere dell’eroe. Dall’Alfieri a Pasolini, Le colline, i maestri, gli dei, La scrittura
verso il nulla: D’Annunzio, Il sogno e l’epica, Il viaggio di liberazione attraverso
l’Inferno, Parodia e pensiero: Giordano Bruno, Le capricciose ambagi della letteratura,
L’orologio d’Italia. Carlo Levi e altri racconti, Addio alla poesia del cuore, I miti e il
sacro. Poesia del Novecento, Il tragico cristiano da Dante ai moderni, Ottocento
ribelle, La teoria e le interpretazioni, Le cortesie e le audaci imprese. Moda, maghe e
magie nei poemi cavallereschi, La letteratura instabile. Il teatro e la novella fra
Cinquecento ed età barocca, Il pipistrello a teatro. Pirandello, narrativa e tragedia, La
farfalla, l’anima. Saggi su Gabriele d’Annunzio narratore, Il sistema della narrativa. Gli
autori del Novecento: saggi critici, La poesia, il sacro e il patinoire. Saggi su Gozzano e
Pavese, Sestri La cicala, la forbice e l’ubriaco. Montale, Sbarbaro e l’altra Liguria, Sestri
Le donne al potere e altre interpretazioni. Boccaccio e Ariosto, Entello, Ulisse, la
matrona e la fanciulla. Saggi su Saba e Campana, Tutto l’Inferno. Lettura integrale
della prima cantica del poema dantesco, L’ultimo cuore del novecento. Paesaggi per la
poesia.

La letteratura ha avuto sempre (o, almeno, fino a questi ultimi tempi)
come solida stanza che resiste nel trascorrere della storia vincendone gli orrori e gli
errori e le vanità e le illusioni, figure esemplari, perché sapienti della parola, esperti,
ben consapevoli della scrittura dalle origini classiche ed ebraiche fino alla
contemporaneità e, al tempo stesso, curiosi e attentissimi della novità del discorso,
delle esigenze dell‘età e dei mutamenti, pronti a reagire con lo strumento della poesia,
alle distorsioni e ai tradimenti delle mode e delle oppressioni, nell’armonia ben
misurata tra liricità e morale.

Certamente Carmelo è uno dei modelli più preziosi che ci accompagnano e
ci sostengono: poeta lirico e narrativo, concettuale e polemico, e critico attento per
l’interpretazione più specifica degli autori della sua regione letteraria che è, poi,
grande non soltanto per dimensioni, quanto per lo spazio fondamentale che occupa
nella nostra letteratura lungo i secoli, dai rimatori siciliani, a Verga, Pirandello,
Consolo, Bufalino, Tomasi di Lampedusa, Ripellino e tanti altri ancora a me tanto cari e
da me riveriti ed applauditi. Una delle caratteristiche della poesia di Aliberti è la
compresenza della rievocazione e del rapporto con le voci dei poeti antichi (i classici in
particolare) e contemporanei della vita, della storia, delle trasformazioni della società,

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dello scontro tra le aspirazioni e le emozioni della vita e le oppressioni del lavoro, degli
sradicamenti dalle origini, dal rigore arido e meccanico della tecnologia. Aliberti
guarda alla grande contraddizione della esistenza, nella necessità del lavoro per vivere
e della vita che, di conseguenza si dissecca, si cancella, e tutto quello che rimane è il
retaggio della tecnologia, altre macchine nelle case a cui servire per tentare (ahimè
non per la gioia vera, ma per la luce dell’anima), di non vedere e non sentire l’angoscia
e l’oppressione. C’è una sicura costanza nella vicenda poetica di Aliberti nel lungo arco
di circa 50 anni, ed è fortemente riservato e distintivo della sua ricerca: la passione
morale e politica sempre espressa con un linguaggio aspramente espressionistico nella
varietà ricchissima e singolare e originale delle metafore, tese fino all’estremo del
grido e della visione. Proprio per tale scelta Aliberti si avvale di una lunghissima serie
dei nomi della sua geografia siciliana, e in questo caso è il suono a diventare l’eco
efficacissima di messaggi. Al linguaggio raffinato e calcolatissimo si unisce il possente
risonare della topografia dove il poeta scrive o a cui guarda o che ricorda come spazi
percorsi o amati o immaginati o conosciuti sull’atlante del segno o dalla curiosità del
mondo. Pochi sono i componimenti di Aliberti che rimangono raccolti dentro la liricità
contemplativa, descrittiva, amorosa: sono quelli dei primi tempi della sua esperienza e
delle sperimentazioni poetiche e appena qualche segno si ritrova in tempi successivi,
degli anni successivi, degli anni novanta e intorno, quando si volse alle memorie
d’affetti e di incontri, con le manifestazioni di momenti di vita che pure l’hanno
nutrito, aiutandolo a non cedere o all’elegia o a parlare sempre delle verità della storia
per il tramite della bellezza della parola. Penso ad un componimento splendido per
ampiezza e sapienza, di respiro e di immagini come “Aiamotomea”, dove i luoghi
attraversati dalla poesia diventano mito e i miti antichi a loro volta si concretano
mirabilmente nel percorso della vita e del pensiero. Un altro aspetto della poesia di
Aliberti è la costruzione frequentissima del poemetto, anche molto ampio. È sì, il caso
di Itaka, che l’autore chiama dramma lirico, ma tanto lirico non è, quanto piuttosto
visione e avventura di immagini e di riflessioni, con la tensione estrema sempre delle
metafore e delle congiunzioni di attualità e di tradizione, di nomi terragni e petrosi
della Sicilia e di dichiarazioni di poetica ed echi d’altri poeti con i quali raffronta la sua
creazione. Itaka è il futuro, in quanto è la durata della poesia. Il dramma lirico si
sostanzia soprattutto di pensiero e di fervidissimi accordi di metafore, nervosi e solari
(sulla lama del lido, frangiflutti delle nuvole, ghirlande insanguinate delle città
sgomente. “Il tuo risveglio”, tanto raffinato e prezioso, il poemetto è in undici lasse,
nell’aspirazione ottimamente raggiunta, di raccogliere la totalità delle esperienze del
passato (la Scuola per esempio) e dei passaggi ricuperati e riesposti nella rievocazione
della poesia, dalle lotte morali e del sogno vivo dei sentimenti (la lassa X, altissima,
sublime), dalla conversazione con altri poeti e altra poesia, dall’ascensione alla
cosmicità, delle metamorfosi continue dei punti di vista, concreti o ideali, attuali e

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utopiche e sempre tuttavia le rappresentazioni sono sommosse dalla metafora
impreveduta, fulminante e rivelativa. La misura tipica della poesia di Aliberti è,
appunto il poemetto scandito in lasse di diversa ampiezza. Forse proprio per questo il
poeta mescola le date di composizione dei testi, che pure sarebbe stata canonica:
importa la costanza del metodo e della struttura, perché la varietà del discorso e
dell’annodamento delle metafore è sostenuta dallo spazio grandioso della
predicazione e della rappresentazione poetica. Guardo con partecipazione
appassionata alle quattordici lasse; ”Il mattino scalpita”, alle dieci di “Sul Pino”, alle sei
di “Una scimitarra” (più breve, ma è uno dei testi più concentrati e intensi, sia per
alacrità di pensiero e ricchezza di metafore, nella reinvenzione dei passaggi e delle
stazioni),alle dodici di “Tra ombre balzo”, dove il paesaggio amato e contemplato
viene dolorosamente scoperto nelle ferite della violenza delle speculazioni e delle
offese della bellezza è l’unica capace, non di riscattarla, ma almeno di rivelarla come
l’effetto del male dell’economia, delle oppressioni, dalla servitù, alla schiavitù del
potere e del guadagno. La dodicesima lassa di questo poemetto è una sigla
efficacissima per questo strenuo confronto tra la visione e la realtà:

“Sul filo spinato dei miei versi
il Vento dell’Etna trascina
il tuo lamento sassoso
mentre consumo il mio dissenso
sulla storia incestuosa”.

Tocca al poeta esprimere il suo rifiuto della storia che va verso un futuro di
sconfitta e di delusione, di tetra accettazione del poco ben benessere e di
impoverimento dell’anima nel disfarsi del bene di un tempo, della natura che adesso
soltanto la parola poetica può rievocare, con tanta più efficace varietà di immagini,
quanto più se ne avverte la precarietà. Il poemetto “C’è una terra tra l’Etna e il mare”
nelle sei ampie lasse aggiunge a alla invocazione e alla reinvenzione del paesaggio
amato, con tutti i nomi favolosi ed enigmatici i personaggi della doppia identità della
nostra storia, la memoria delle lotte e delle nostre aspirazioni al futuro e alla
liberazione e dalle oppressioni economiche e morali. E gli aspetti dell’attualità, della
moda e della finta ricchezza che si concreta nelle macchine della tecnologia, pagato
con il lavoro coatto e senza soddisfazione.

Certamente la poesia di Aliberti è poesia civile, ma l’originalità è nella
sollecitazione del discorso contro la brutta copia della realtà, come fu in passato, e
ogni tanto compare anche in questi tempi) che è lezione ed exemplum capace di
giungere a tanto, con l’incisiva creatività delle metafore. I miti antichi che Aliberti
evoca, spesso diventano i nuovi della nostra storia malata e della passione di riscatto e
di protesta. È davvero tanto, tantissimo.

Giorgio Bàrberi Squarotti