IL MITO DI FETONTE

Un giorno Fetonte, figlio di Sole e Climene, venne accusato dal suo coetaneo Epafo di essere uno sciocco perché credeva a tutto ciò che gli diceva la madre riguardo le sue origini divine.
Molto arrabbiato decise di riferire tutto alla mamma pregandola di dargli una prova riguardo le sue origini, ovvero che suo padre fosse il dio Sole. La madre Climene, con le braccia rivolte al cielo e fissando la luce del Sole, giurò a suo figlio che le sue origini erano divine e gli indicò la strada dove poter trovare la casa paterna. Subito Fetonte lasciò la sua terra, percorse un lungo viaggio e arrivò al cospetto di suo padre Sole. Entrato nella reggia, si diresse al cospetto della divinità dovendosi però fermare a una certa distanza, poiché non avrebbe sopportato la sua luce accecante. Il dio si accorse della presenza del giovane e gli chiese perché si trovava lì e che cosa stava cercando il suo figliolo.
Fetonte gli rispose che da lui voleva la prova di essere suo figlio e subito Sole gli disse che ciò era vero e che il ragazzo avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa per non avere dubbi. Senza timore chiese a suo padre Sole il cocchio per poter guidare i cavalli dai piedi alati per un giorno intero; di questa promessa subito suo padre si pentì poiché ciò che gli aveva chiesto il giovane era una cosa pericolosa e che era concessa a stento alle divinità.
Sole spiegò a suo figlio che era pericoloso guidare il cocchio perché all’inizio la via è ripida, a metà è altissima nel cielo tanto da fare molta paura e alla fine è inclinata a strapiombo; poi in tutto il percorso il cielo ruota vorticosamente trascinando con sé tutte le stelle. Sole sperava di aver convinto il figlio Fetonte della pericolosità della sua scellerata richiesta, e gli spiegò che la prova maggiore che attesta di essere suo padre sono la preoccupazione e l’ansia che trasmette con il volto all’idea di poter perdere
il figlio. Nonostante gli avvisi di suo padre, Fetonte non volle sentire ragioni e il dio fu costretto ad accompagnarlo al cocchio. Alla vista di quest’ultimo, Fetonte rimase folgorato dalla struttura fatta interamente d’oro e d’argento e impreziosita da topazi e varie gemme preziose. Prima di partire, Sole unse il viso del figlio con un medicamento per proteggerlo dalle fiamme e gli disse
di seguire i suoi consigli per cercare di sopravvivere.
Dopo ciò Fetonte partì con il cocchio e i cavalli alati, che si accorsero che il carico da trascinare era leggero e non pesante. Proprio per questo il cocchio iniziò a sobbalzare nell’aria ricevendo delle forti scosse e i cavalli alati lasciarono la pista battuta poiché il ragazzo non sapeva come controllarli.
Fetonte arrivò a metà della via e vedendo di essere molto lontano dalla terra si pentì di aver fatto questa richiesta poco saggia a suo padre. Il cocchio era fuori controllo e si avvicinò troppo alla Terra, facendo così prosciugare i fiumi e i mari, incendiare il suolo e bruciare le foreste; si dice che così diventò di colore nero la pelle del popolo degli Etiopi. Avvenuto tutto ciò, madre Terra per porre fine alla sua sofferenza e distruzione decise di chiamare il dio Giove, che scagliò un fulmine contro il carro facendolo sbalzare via e ponendo così fine al gigantesco incendio.
Il corpo senza vita venne seppellito lontano dalla sua patria e sulla sua lapide scrissero:
«Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre; se pure non seppe guidarlo e cadde, grande fu comunque la sua impresa».
Si dice che Sole, affranto dal dispiacere per la perdita del figlio Fetonte, non abbia illuminato la Terra con la sua luce per un giorno intero. Anche se questa azione venne considerata grande, è stata frutto della sua superbia e arroganza, dimostrando che spingersi oltre i propri limiti ha delle conseguenze gravi per la nostra stessa vita.

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